di Raffaele Ferro
PRATO. La Famiglia Campione de Gli Omini racchiude tutto quello che è il bacino e il territorio umorale della comicità triste. Quella del grande e indimenticato Francesco Nuti — per atmosfere, ritmo, invenzioni senza un testo a monte — in quella maniera assurda e violenta dell’ingranaggio perfetto dei Giancattivi, appunto, con Athina Cenci e Alessandro Benvenuti. Però c’è da dire che questo gruppo — di alto livello, di esperienza, non solo attoriale, ma proprio di ascolto, di medium col mondo, diremmo — ha dentro anche quel portato pasoliniano: la ricerca sul campo, le interviste che Pasolini chiamava inchieste o inchieste filmate (Comizi d’amore). Insomma, quel modo di prendere la realtà e trasferirla, ma non come documento: come vita. Da tutto ciò scaturisce un percolato di Art Brut eccezionale. E il punto è che quello che fanno Gli Omini (Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini dietro le quinte, quest’ultima, ma onnipresente) non è recitazione, o meglio; lo è, ma si arriva a un livello che la recitazione più non è. È proprio una mimesi. Qualcosa in cui non si può fingere. Specialmente nella parte femminile — lei, che fa più parti, come anche gli altri, in questa Famiglia dove tutto si sostituisce, si sdoppia, si rincorre — lei è davvero, diremmo, una sorella, un'omologa della grande Pupella Maggio in Natale in Casa Cupiello. Per come parla, per come respira. Lei realmente parla un pratese, aglianese, ostese o chissà, idioma potente del luogo che fu terreno dei comici tristi ricordati. Tutto questo ti scava, perché non è finto; è preso per strada. O comunque nella vita. E loro — Gli Omini — fanno da medium. Da trasparenze viventi. Lavoro, che porta tanti anni sulle spalle, e che qui arriva a un punto molto alto, quasi invisibile tanta è la naturalezza. Siamo rimasti un po’ attoniti, anche un po’ infastiditi, quando il pubblico ha riso. È chiaro, lecito; sì, ci sono dei momenti buffi, rari giochi di parole. La Famiglia Campione è un’opera triste. Ma proprio triste. E allora il ridere, come è successo l’altra sera al Fabbricone di Prato, ecco, stona. Dà quasi fastidio. Nel nostro arrogante ideale sarebbe giusto che nessuno ridesse, che tutto andasse avanti nel silenzio totale. Anche nei piccoli momenti comici, perché lì, La famiglia, lo sdoppiarsi, il continuo passarsi di ruoli, è la cosa più preziosa. E non si ride su ciò che è prezioso. Si ascolta. Lo diciamo chiaramente: questo teatro non deve far ridere. Non è cabaret e non ci prova nemmeno. Se uno spettacolo così non scuote, non dà fastidio, non crea una scomodità — allora non serve. C’è una crudezza, sì, ma non gridata. Una crudeltà quieta. Da provincia. Da interni. Da case dove si sopravvive, non si vive. È una considerazione generale, forse esagerata, di riconoscimento, del recupero del Reale che scompare. Una scossa che però resta dentro una tristezza benvenuta. Una tristezza che ci sembra di riconoscere, perché è fatta di luoghi, di intercalari a noi familiari e soprattutto di quello che quest’opera riesce — senza premere, senza spiegare — a trasferire. A infilartisi addosso. E alla fine il pubblico applaude. A lungo. Molto a lungo. E non so se lo fa perché si è divertito, ma di sicuro perché è stato toccato. Come da qualcosa di reale nel filtro, come ossimoro di lente offuscata dal lume del Grottesco.
