FIRENZE. Le pagine di storia, da sempre, le hanno scritte i vincitori, ma non c’è alcun motivo per non dubitare che, spesso, i vinti, non abbiano avuto le loro buone ragioni; i confini geografici si dilatano e restringono continuamente e la filosofia, come la critica letteraria, si adegua ai potenti di turno. Anche in geometria, alcuni teoremi, si dimostrano per assurdo, cioè confidando nel presupposto che ogni altra conclusione non possa esser vera. In matematica, ieri, oggi e domani, non ci saranno mai opinioni: così è, punto. Per provare a darvi resoconto di Metadietro al Teatro Puccini di Firenze (si replica stasera, sabato 17 gennaio, alle 21) siamo partiti da questo improbabilissimo assioma culturale, che rappresenta una poderosa percentuale dell’intera rappresentazione. La coppia, consolidata da un ferreo legame di arte e follia, Rezza/Mastrella ha colto nuovamente nel centro; ma che nel centro: ha colto dove ha potuto, ma centrando perfettamente il bersaglio. La premessa, su un palcoscenico dominato da una vela retraibile alla bisogna, vede un navigante (Antonio Rezza) sul punto di naufragare che confida con un improbabilissimo capitano (Daniele Cavaioli). Abbiamo avuto il terrore, durato uno spazio temporale atomistico, per fortuna, che lo spettacolo volesse inacidirsi e inacidirci sul demagogico principio dell’accoglienza, fugato, in un battibaleno, dai calcoli, elementari, ma riservati a un pubblico adulto con un’eccellente formazione algebrica, sulle indiscutibili constatazioni delle età, tra morti e vivi e le distanze che separano, nell’universo, gli uni dagli altri. Questo il punto di partenza, dal quale si sono sviluppati inimmaginabili rivoli di nonsenso che hanno letteralmente preso in ostaggio tutto il pubblico, come al solito partecipe, compatto e così numeroso da non lasciare nemmeno una poltroncina vuota del Puccini. Di che cosa abbia disquisito Antonio Rezza nelle sue ovulazioni timbriche ci è sfuggito di mano, orecchio e testa, quasi sistematicamente, per non parlare del carico da 11 saporitamente aggiunto dal capitano, il dislessico e, scommettiamo, discalculo, Daniele Cavaioli, puntualmente incapace, perché inabile, di dare consecutio alle elucubrazioni del suo soldato di marina. A confonderci ulteriormente le idee ci ha pensato – ma dovevamo immaginarcelo – il comunicato stampa della rappresentazione, che elenca una serie di situazioni che non siamo stati capaci di rintracciare nella memoria della visione quando ci siamo messi a scrivere le nostre impressioni. Perché Antonio Rezza e, con lui, la divinità fuori da’a maghina, Flavia Mastrella, è il fratello minore di Alessandro Bergonzoni che, per motivi che wikipedia non annovera, invece che crescere con la famiglia in quel di Novara, è stato catapultato alle porte di Roma, acquisendo, tra l’altro, un accento che lo colloca, con leggerezza, tra la Ciociaria dell’Est e l’Umbria, ma offrendogli, in compenso, l’opportunità di acquisire spiccate doti ginniche, quelle che gli consentono, durante le velocissime esternazioni verbali, tanto precise e scandite, quanto assurde, di saltellare, correre e assumere insostituibili pose. Un diluvio di suoni, una cascata di paragoni, ossimori, doppisensi, un percorso alterato dall’alcool, sistematicamente supportato da voci fuori campo che alimentano l’ansia onirica ed esilarante dell’intera struttura, che andrebbe vista due volte, come minimo, ma in entrambe con i sottotitoli, perché succede quasi sempre che il fragore delle risate di un epilogo si sovrapponga all’incipit del successivo o quando, a giustificato scoppio ritardato, qualcuno, proprio alle tue spalle, inizi a ridere, senza apparente alcun senso, perché il ragazzo tragicamente morto (e non in moto) settantasei anni fa alla sola età di ventiquattro anni è lo stesso centenario, ma sei anni prima, che festeggia il compleanno. Anche a voi, i nostri calcoli, non torneranno, ma fidatevi: è così.
