PRATO. In più di una circostanza, durante le due ore di rappresentazione, abbiamo avuto, più di un’impressione, che stessimo assistendo ad un’esercitazione, più che a uno spettacolo. Non conosciamo Noi gli eroi, il testo di Jean-Luc Lagarce al quale Giorgia Cerruti, una delle sei protagoniste dell’ambientamento al Teatro Fabbricone di Prato (si replica stasera, alle 19,30 e domani, 15 marzo, alle 16,30), si è ispirata. Ma non importa; le obiezioni che solleveremo non hanno nulla a che fare con la fedeltà, ma con l’infedeltà, semmai. Perché se la surrealtà non è garantita e granitica, se dunque non si sconfina nel grottesco, aggirando il nocciolo della comunicazione, il pubblico ha bisogno di sentirsi sollecitato a farsi delle domande, al di là, poi, se a queste riesca a dare risposte. La trama (confidiamo nell’unica fonte attendibile: il foglio di sala, che a noi arriva in anticipo, con il comunicato stampa) racconta di una compagnia teatrale in tournée con Il malato immaginario che il regista tiene in esercizio durante le pause facendola dilettare con un assiduo allenamento: si tratta di una famiglia di attori girovaghi che stanzia in Europa Centrale durante l’assurdità della guerra e che al termine di ogni spettacolo non stacca la spina, ma persegue nella recitazione, fondendo e confondendo le proprie singole vite, costellate da desideri, frustrazioni, sogni e mortificazioni, con quella dei personaggi nei quali si deve professionalmente impersonare. In questa situazione, kafkiana e pirandelliana allo stesso tempo, Fabrizio Costella, Anna Gualdo, Francesco Pennacchia, Letizia Russo e Luca Serra Busnego, con Giorgia Cerruti che è l’anima, di questa compagnia, escono ed entrano, sistematicamente, nei loro corpi e nelle loro vite dopo aver saltabeccato con quella dei personaggi che rappresentano. Una totale e costante dissimulazione, amplificata da una scenografia povera, sporca e semovente, incupita da musiche tardopunk, aspiranti techno, costruite in consolle dove l’unico eroe che sopravvive è, paradossalmente, l’antieroe, l’attore stesso, in una totale, claustrofobica, autocelebrazione, dove trovano spazio solo i sentimenti degli addetti ai lavori, così convinti di essere i deputati naturali a impartire lezioni esistenziali che le loro vite si consumano, interamente, all’interno di un capannone di sala/prove, spazi più o meno angusti e/o ospitali dove consumano le proprie esistenze, vivendo solo di riflesso, ma unici a interpretarli, le emozioni che regolano i rapporti al di fuori. Due ore di illogiche conversazioni, sorrette, tutte e indistintamente, da una notevole, crescente, bravura attoriale. Per questo, durante la rappresentazione, abbiamo pensato, in qualità di cronisti, di essere degli spaesati, ma coincidenziali, infiltrati, capitati lì, per caso, invitati per sbaglio nel marasma delle convocazioni nonostante la vetrina fosse rigorosamente riservata a produttori ed equalizzatori di spettacoli in un torneo dove gli iscritti dovessero dimostrare quanto fossero bravi: ad assumere posture keatoniane, a urlare e, contemporaneamente, non farsi capire, nonostante ognuno di loro vantasse una dizione e un diaframma impeccabili. Al termine, invece che un timido e obbligatorio battito di mani, avrebbero potuto e dovuto fornire agli spettatori, tra i quali abbiamo conosciuto e riconosciuto abbonati e semplici amanti del venerdì sera lontano dai tubi catodici, palette con i numeri da 4 a 10 e far sfilare, singolarmente, i sei protagonisti. In un Teatro allo specchio, nel vero e proprio ortaeT, quello che non ha bisogno di spettatori, perché non è a loro che si rivolge.

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