PISTOIA. Sulla Treccani, la più forbita ed esaustiva enciclopedia italiana, alla voce Teatro, non ci sono le solite utilissime nozioni sulla disciplina, ma semplicemente una foto, quella di Emma Dante. Perché quando arriva lei, a teatro, tutto si capisce e tutto si azzera: i dubbi, le voci, i commenti, le interpretazioni, il respiro. E anche stavolta, come tutte le precedenti, L’angelo del focolare (al Teatro Manzoni di Pistoia; si replica domenica 15 marzo, alle ore 16) è stato una scarica di pugni nello stomaco, che ci hanno lasciato senza fiato, obbligandoci a piegarci in avanti per non perdere i sensi. Subito dopo, però, siamo stati nuovamente colpiti, stavolta in pieno viso: abbiamo barcollato, e poi, siamo stramazzati a terra, piangendo; non di dolore, ma di ringraziamento. Era già successo con mPalermu e subito dopo con Carnezzeria; la cosa si è ripetuta, tale e quale, con Vita mia, per rinnovarsi poco dopo con Le sorelle Macaluso. La musica, devastante, non è cambiata nemmeno con Misericordia, né con La scortecata. Quasi sempre, sui palcoscenici della regista palermitana, con parecchi altri della scuderia Costa Sud Occidentale, c’è Leonarda Saffi. Stavolta, a umiliarla, percuoterla e ucciderla tutte le sante sere, per poi obbligarla a resuscitare la mattina del giorno seguente perché questa è la sua infernale, incontrovertibile condanna e perché in quel ruolo non potrebbe esserci e starci nessun’altra, né tanto meno qualcun altro, c’è Ivan Picciallo, il marito, che si vanta di averle fatto scoprire di essere una donna, ingravidandola, quando una sera, e lei era ancora minorenne, la violentò fuori dalla discoteca. In casa, nella solita modesta stamberga che rappresenta tutte le sue scenografie, c’è anche David Leone, il figlio, che oltre a non essere come il padre vorrebbe, nonostante i duri e quotidiani esercizi ginnici e le lezioni di corteggiamento, che dovrebbero facilitargli l’iniziazione, sogna di diventare una star della canzone e, come se già questo non bastasse, è addirittura frocio. Il meraviglioso e agghiacciante quadretto familiare si completa con la suocera, Giuditta Perriera, in quella casa di un tempo che pensavamo tramontato ma che invece resiste stoicamente; è lei, con la pensione nascosta nel cofanetto delle caramelle e dei cioccolatini, di cui si abbuffa avidamente, che paga i vizi al figlio e cerca di consolare il nipote. L’idioma utilizzato è un pugliese stretto, che pochi, in platea, a Pistoia, conoscono o sanno interpretare, ma anche in questa circostanza, come in tutte le precedenti, la comprensione linguistica passa in secondo piano, perché a fare da simultaneo, per gli spettatori, ci pensano i corpi dei protagonisti, ritratti nella loro nuda e cruda intimità, senza filtri, accorgimenti, trucchi, messinscene, esasperando, con naturalezza, smagliature, vecchiaie e fisici non certo aitanti, con il loro gesticolare, muoversi, deambulare, sbraitare, nello stesso identico modo nel quale nessuno, per adorare le canzoni dei Manhattan Transfer, si è mai munito di un vocabolario che traducesse la grammatica del loro vocalese. A questa poesia, a questi squarci pittorici – spesso, il palcoscenico, è una galleria d’arte: di colori, ombre, presagi, fantasmi, dipinti – aggiungete la fotografia contemporanea della violenza sistematica, quotidiana, spesso familiare, subita dalle donne; non ci sono querele all’orizzonte, né denunce, ma grida soffocate dalla rassegnazione, assorbite dalla silente complicità di una società che finge di capire e di voler combattere, per poi voltarsi, sistematicamente, dall’altra parte. Certo, Bang Bang e Alla fiera dell’Est, indimenticabili motivi che hanno contrassegnato gli anni ’60 e ’70, cementificati nella memoria collettiva grazie alle voci di Dalida e Angelo Branduardi e che segnano, per la sonorizzazione, l’incipit e l’epilogo della rappresentazione, appartengono a generazioni ormai passate e molto spesso dimenticate, che riescono però a sopravvivere, spesso restando nel limbo per parecchie stagioni, all’improvviso, riportando indietro le lancette di orologi che pensavamo rotti e che invece hanno continuato a girare con un’ indignante lentezza. È questo il nuovo messaggio, lasciato in una bottiglia, che Emma Dante, dall’isola che non c’è, dove vive in compagnia dei suoi cari e di quella scuola di teatro che sforna fuoriclasse, ha gettato in mare. E vista l’età media degli spettatori che hanno riempito la platea pistoiese, dubitiamo fortemente che qualcuno riesca a leggerlo.

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