PISA. Che strano. Ieri sera, per andare al Teatro Nuovo di Pisa ad assistere al penultimo appuntamento della stagione, abbiamo parcheggiato la macchina lungo il viale che porta in Arno, a circa trecento metri dalla stazione ferroviaria. Quando siamo arrivati, intorno alle 19, la zona brulicava di turisti: giapponesi, americani, tedeschi, tutti estasiati dalla bellezza architettonica e climatica; quando abbiamo deciso di tornare verso casa, poco dopo le 22, al posto dei turisti c’erano indigeni dalle caratteristiche somatiche, cromatiche e intellettuali che qualche generazione fa, a Pisa, come anche nelle altre città marinare, non se ne vedevano. E tra questi, ironia della sorte, abbiamo facilmente individuato Maria Sanchez Misericordia, spagnola di Pamplona, alla quale abbiamo chiesto perché si trovasse lì; non ci ha saputo o voluto rispondere, ma ci ha chiesto se le avremmo potuto offrire da bere. Poco dopo, sempre sullo stesso marciapiede, ci siamo imbattuti in GiraGira, nordafricana, che ci ha puntato diritto negli occhi, lasciandoci capire che, previo accordo, avremo potuto cibarsi del suo corpo, sinuoso, giovane, elettrico, sensualissimo. Ma come, non eravate, entrambe, fino a qualche minuto fa, protagoniste di Hijos de Buddha, la rappresentazione scritta da Nicolò Sordo e interpretata e firmata, alla regia, da Alessandro Rossetto, con Marina Romondia che si è potuta fiocamente intravedere sul palco in quelle zone dove gli occhi degli spettatori non sono rimasti intrappolati dai fasci di luce intensissima sparati da una torcia inquisitoria verso la platea, come se tutti noi dovessimo sentirci, chi più, chi meno, complici delle storie snocciolate con velocità da cortometraggio cinematografico? All’appello, però, in questa chiamata alle armi pacifiche, mancavano i papponi e gli spacciatori, amici e conterranei sia di Maria che di GiraGira, senza scrupolo alcuno, men che mai intimoriti da una legge che finge di perseguitarli, ma che offre loro grandi possibilità di espansione, che abbiamo incrociato sempre lungo lo stesso marciapiede, prima di arrivare alla macchina che abbiamo parcheggiato in sosta negli appositi stalli blu, con tanto di ticket pagato ed esposto e che ci hanno guardato diritto negli occhi, proprio come ha fatto GiraGira, ma con ben altri intenti. Ci siamo prolungati in questo inevitabile effetto collaterale perché è impossibile, parlando di Hijos de Buddha, non affrontarne il tema con logica, raziocinio, onestà intellettuale e politica e così facendo, non possiamo intenerirci, confidando unicamente nelle emozioni epidermiche, al cospetto delle dubbie provenienze di Maria, carnefice/vittima e poi ancora carnefice della propria e delle altrui esistenze e della solitudine di GiraGira, in cerca di un permesso di soggiorno, e perché no, di un po’ di amore vero, per sé e per il suo piccolo, che ha solo un prezzo e nessun requisito. La nuova drammaturgia – e Hijos de Buddha la rappresenta fieramente – deve necessariamente aggiornare le proprie banche dati e diventare un segnale importante che non può continuare, cocciutamente e senza offrire soluzioni, a proseguire ad asfaltare la via degli ultimi offrendo loro l’ancora pietistica sulla quale il Cristianesimo del Vaticano fa leva da circa due secoli. E sempre restando confinati lungo la recinzione della nuova drammaturgia, bisogna anche che questa non perda di vista i connotati del Teatro, che necessita, per non correre il rischio di diventare altro, della parola, certo, ma anche delle parole del corpo.

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