
FIRENZE. Immacolata Concezione è una pagina coraggiosa, vera, realista, che trasuda bellezza da tutti i pori, dall’inizio alla fine, che impone un’implosione di tenerezza, alla quale abbiamo dato libero sfogo solo all’uscita, lontano dalle altrui emozioni, piangendo a dirotto. Immacolata concezione è uno di quegli spettacoli che non si devono in alcun modo perdere, perché è delittuoso non vedere all’opera Concetta (Federica Carruba Toscano), ideatrice di questa novella creata dal Teatro della Vuccirìa - prodotta dalla Fondazione del Teatro di Napoli e dal Teatro Bellini e affidata alla regia di Joele Anastasi -, trascinata nuda, come una cavalla da monta o una mucca da mungere, con una corda al collo, dal fondo del Teatro di Rifredi (stasera, 9 marzo, ultima replica: vi consigliamo, spudoratamente, di andare a vederlo) fino sul palcoscenico, accompagnata dagli schiamazzi, dalle urla e dai fischi pecorari dei suoi vecchi proprietari, i genitori, che la barattano a DonnaAnna, meretrice di un bordello, che in cambio di questa puledra vergine anche un po’ ritardata perché inspiegabilmente felice e con un seno spropositato offre la sua capra, gravida e piena di latte.

PRATO. Che il Don Giovanni di Valerio Binasco non fosse e non volesse soprattutto essere un copia/incolla delle migliaia di rappresentazioni precedenti, tra irresistibili incantatori di serpenti e fascinosi dark emaciati, lo si è capito subito, dalla scelta musicale con cui si è aperto ieri sera il sipario del Metastasio di Prato (si replica oggi, 20,45, domani, 19,30 e domenica 10 marzo, 15,45) sulle note di quella controversa, criptica, biblica e demoniaca, leggendaria Stairway to Heaven, di Robert Plant. E subito dopo, una volta inquadrato nel suo delirante eccesso psicopatico il magistrale tragicomico servo Sganarello (Sergio Romano), ecco che sulla scena piomba un imprevedibile Don Giovanni (Gianluca Gobbi), camionista impomatato, rockettaro, naturalmente sovrappeso, soprattutto per l'abuso di alcool, uno che si è fatto da solo, gettando alle ortiche le doti e la morale familiare, un Don Giovanni inconsapevole di esserlo, ma arciconvinto di volerlo diventare, pur ignorandone le gesta, perché quella è l’unica strada alla sublimazione, quella che gli suggerisce l’impeto di impossessarsi delle donne, tutte, indistintamente, la successiva sempre un po’ di più della precedente, per sposarle o promettersele in spose e averle davvero.
di Alessandra Pagliai

FIRENZE. Signore e signori, Nerium Park è uno spettacolo che si dipana per dodici scene, in una Prima nazionale svolta al Teatro di Rifredi di Firenze il 1 e il 2 marzo. Nerium Park è il nome del luogo dove si svolgono i fatti e misfatti; un comprensorio moderno immerso in un territorio costellato di oleandri, belli, colorati e molto velenosi. È una vasta area dove vivono solo Marta e Bruno, due giovani che lavorano e possono permettersi un mutuo trentennale, sposi in attesa di un figlio. Qui si parla d'amore, unione, lavoro, possibilità economiche, speranze, una bella casa e di come la vita possa trasformarsi in un brivido febbricitante quando tutto cade in un rovinoso domino: il lavoro-dignità, i soldi-potere d'acquisto, la comunità-forza che manca, l'intimità della coppia che scoppia e arriva un figlio da crescere con tutti i sogni e bisogni che comporta. Bruno perde il lavoro e l'amore si logora anziché fortificarsi nella battaglia solidale contro le difficoltà. Qui c'è l'Italia, nonostante il testo arrivi dal nord-est della Spagna, dalla Catalogna di Josep Maria Mirò nel 2013. Qui c'è l'Europa dell'Unione Europea ancora in divenire.

PRATO. Un comizio, sarebbe stato più semplice. È quello che hanno fatto tutti, del resto, immediatamente dopo e per molti anni a venire, fino a quando la storia si è fatta leggenda, già dalla mattina del 9 maggio, quando Aldo fu trovato Morto nel bagagliaio di quella Renault 4 rossa, rubata pochi mesi prima a Filippo, un operaio stradale emigrato a Roma da Macerata in cerca di fortuna. Daniele Timpano, però, nato a Roma appena 4 anni prima della prima mattanza che ha segnato questo paese (le altre due sono Falcone e Borsellino), attore, regista, della scuola storta del Teatro, tra Mister Bean e Daniele Luttazzi, all’epoca dei fatti, era troppo piccolo, per capire. Ma anche per prendere posizione. Però, con quel macigno sulle spalle, sulla memoria collettiva e sul futuro di ogni pensatore, ci è cresciuto, facendoci i conti e facendoci teatro. Il suo Aldo Morto infatti, in scena al Magnolfi di Prato (si replica stasera, alle 20,45) parecchi anni dopo un indiscusso riconoscimento di premi, critica e pubblico, è ancora un’ottima indispensabile relazione tra il cadavere dello statista democristiano e i suoi carnefici, annessi e connessi gli accurati depistaggi dei servizi segreti: americani, russi, israeliani e palestinesi;

AGLIANA (PT). L’epica ha il suo fascino, indiscutibile. Basti pensare alle gesta, appunto epiche, in quanto mitologiche, con le quali si sono combattute estenuanti battaglie, riscritti i confini degli Imperi, escogitate imprevedibili astuzie, generate caste e discendenze, partorito divinità immortali, spesso dai nomi tanto leggendari quanto impronunciabili, quasi tutti rafforzati da dittonghi, consumati amori, combinati matrimoni, ordito vendette attese decenni anche facendo ricordo ai tradimenti, consultati oracoli. Una trafila di avvenimenti conditi da intrecci spesso inestricabili di parentadi promiscui che hanno generato alberi genealogici letteralmente impossibili da ricostruire. Il fascino di esperienze così lontane e con una lentezza realizzativa insopportabile, riportate nei secoli dalle scritture classiche, quasi tutte al limite della credenza, si infrange con la loro dubbia verosimiglianza, per tracimare, inesorabilmente, nel campo degli sbadigli, generati dalla noia, che a teatro diverrebbe letale.

FIRENZE. Un po’, la faccia da maestra che ha dedicato l’intera esistenza alla scuola, dimenticando amori, famiglia, interessi, ce l’ha anche, Antonella Questa. Iniziamo così, giusto per sdrammatizzare quanto non basta, il racconto di Infanzia felice, lo spettacolo prodotto dall’Associazione Culturale LaQ-Prod (fondata nel 2005 proprio da Antonella), in collaborazione con i padroni di casa del Teatro Rifredi (dove replicherà stasera e domani pomeriggio, 24 febbraio), Pupi e Fresedde e con Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello Festival/Inequilibrio. Lo facciamo perché il tema, troppo delicato e vitale da sempre, in particolare per le future generazioni, è uno di quelli che scottano parecchio e che quasi sempre, ma il quasi è un eufemismo, risulta decisivo. Nel bene e nel male. E non occorre andare molto lontano nel tempo, sfruttando così il distico novellistico di c’era una volta, per rintracciare e individuare nell’amore non dato, nell’ascolto non offerto, nel tempo non perso il germe della distruzione. La fiaba per adulti, sottotitolo scelto dall’autrice/regista/attrice, racconta la storia di Rossana Caramella,

PRATO. Chiunque decida di misurarsi con il Teatro non può permettersi il lusso, sarebbero una mancanza e una lacuna imperdonabili, di non affrontare Shakespeare. Anche perché, con La bisbetica domata, una delle opere tra le più rappresentate al mondo di ogni tempo e tra tutti gli autori, ci si possono consentire una miriade di licenze. A patto che si possa fare affidamento su un cast che sappia giocare a nascondino come si deve e che all’interno dei mestieranti della bisogna si sappiano individuare gli amanti/duellanti, la vittima/carnefice, il sequestratore/rapito Caterina e Petruccio. Che Andrea Chiodi, il regista, confidando nella traduzione e nell’adattamento di Angela Demattè, ha individuato nel diaframma in falsetto di Tindaro Granata (collant, di lana, rossi; fruits nera con un inno alle ragazze) e nel machismo schietto e presuntuoso, ma pericolosissimo, di Angelo Di Genio (giubbotto di pelle nera, pancetta da chi ha smesso di andare in palestra), accompagnati, in questa esposizione al Metastasio di Prato (fino a domenica 24 febbraio), dal resto della ciurma di un apprezzatissimo bateau ivre composta da un cast tutto maschile, con Ugo Fiore, Igor Horvat, Christian La Rosa, Walter Rizzuto, Rocco Schira e Massimiliano Zampetti.

FIRENZE. Quel braccio del lago di Como è un cantiere a cielo aperto, una palazzina restata a metà, come succede spesso nel sud d’Italia, in attesa che i figli, maschi, si sposino e occupino i piani superiori, con ferri e impalcature a vista, teloni e la leggendaria non s’ha da fare scritta sul muro, che durante la rappresentazione perde la sua negazione - perché poi anche Renzo e Lucia vivranno felici e contenti, cazzo -, lasciando il posto al video di Addio ai monti, per l’inevitabile recita collettiva di stranieri dell’ultim’ora. Arriviamo decisamente tardi (lo abbiamo visto solo ieri, al Cantiere Florida, a Firenze; replica stasera, 20 febbraio, alle 21) a recensire I promessi sposi, riletto da Michele Sinisi, che decise di perseverare, tre anni fa, dopo l’orgia di consensi ricevuti con Miseria e nobiltà, conservando, oltre che la stessa formazione (Elsinor alla produzione, Francesco Asselta alla scrittura e le scenografie di Federico Biancalani) l’irriverenza pop di questi incauti, ma brillanti aggiornamenti. Don Abbondio (Stefano Braschi, un conto in banca sicuro), che di coraggio non ne ha mai avuto e il coraggio, uno, da solo, non se lo può dare, anche se arriva dalla platea con il piglio del protagonista per nulla timido, tra tutti, è quello che si allontana meno dal testo originario, insieme al focoso, temerario e incazzato Renzo Tramaglino (Donato Paternoster).

FIRENZE. Quel braccio del lago di Como è un cantiere a cielo aperto, una palazzina restata a metà, come succede spesso nel sud d’Italia, in attesa che i figli, maschi, si sposino e occupino i piani superiori, con ferri e impalcature a vista, teloni e la leggendaria non s’ha da fare scritta sul muro, che durante la rappresentazione perde la sua negazione - perché poi anche Renzo e Lucia vivranno felici e contenti, cazzo -, lasciando il posto al video di Addio ai monti, per l’inevitabile recita collettiva di stranieri dell’ultim’ora. Arriviamo decisamente tardi (lo abbiamo visto solo ieri, al Cantiere Florida, a Firenze; replica stasera, 20 febbraio, alle 21) a recensire I promessi sposi, riletto da Michele Sinisi, che decise di perseverare, tre anni fa, dopo l’orgia di consensi ricevuti con Miseria e nobiltà, conservando, oltre che la stessa formazione (Elsinor alla produzione, Francesco Asselta alla scrittura e le scenografie di Federico Biancalani) anche l’irriverenza pop di questi incauti, ma brillanti aggiornamenti. Don Abbondio (Stefano Braschi, un conto in banca sicuro), che di coraggio non ne ha mai avuto e il coraggio, uno, da solo, non se lo può dare, anche se arriva dalla platea con il piglio del protagonista per nulla timido, tra tutti, è quello che si allontana meno dal testo originario, insieme al focoso, temerario e incazzato Renzo Tramaglino (Donato Paternoster).

PRATO. La bellezza dei gesti, delle parole, delle emozioni, della fisicità come ariete dissacratore, uniti a scritti, datati, anche se privi della certezza del mittente, trasformano questi Sonetti shakespeariani (al Fabbricone di Prato, con repliche stasera, alle 19,30 e domani, 17 febbraio, alle 15,45) in un meraviglioso girone dantesco, dove la lussuria si impadronisce dell’amore e la morte si burla della vita. Ma si può trascendere l’autore, che non ne avrà a male, visto che lo sapeva in vita, di non avere tempo e tempi, e concentrarci sulla figura del regista/poeta/narratore/buffone, Valter Malosti, che è un uomo ferito a morte dal suo tempo e dall’inesorabile vortice cronologico con ancora il diritto/dovere di dare sfogo alle proprie passioni, al canto del suo cuore, alla vibrazione del proprio piacere, alla cura della sua agonia, trasversali, ridicole, goffe, omosessuali, a tratti incestuose, ma sinceramente sublimi, epiche, difficili da non ascoltare, arduo resisterne alla seduzione, impossibili da non annoverare tra quelle cose che il teatro non può prescindere.

FIRENZE. La facilità con la quale la musica e i testi di Pino Daniele trasferiscono le anime degli ascoltatori altrove non è inversamente proporzionale alla semplicità con la quale si possa poi riuscire a imbastire, attorno alla storia delle sue ballate, un’opera. Alessandra Della Guardia e Urbano Lione invece, in debito, probabilmente, come tutti, del resto, con Pino Daniele, sono riusciti a regalargli, postumo, un dono particolarmente ambizioso, ma semplice: raccontare una storia, dai bassi napoletani, lungo i binari di alcune sue canzoni, costruendoci intorno una vicenda affatto fantascientifica. Un giovane napoletano, Antonio, da tempo emigrato a Torino, riceve una raccomandata che gli comunica che suo padre, che non ha mai conosciuto, come lascito testamentario, gli ha lasciato una cospicua somma di denaro e la proprietà di un immobile, che nel tempo è diventato il Ue man, locale storico del sottobosco musicale partenopeo, rifugio prezioso per musicisti, cantanti, attori e ballerini della Napoli meno abbiente, con tanto di sogni e frustrazioni, amori e sesso, personaggi ideali e camorristi, saggi e cantori, scugnizzi e femmine di lusso, bene e male a intrecciarsi meravigliosamente in questa storia on the road.
di Alessandra Pagliai

FIRENZE. Chi è tormentato dall'alcol chi dal fuoco, chi alcolista, chi piromane, a ciascuno il suo inferno. Yngvild Aspeli, che dirige la Compagnia franco-norvegese di teatro visivo Plexus POolaire, mette in scena due delle brutte bestie che mordono cuore e cervello all'essere umano. La storia, raccontata sul palco del Teatro di Rifredi, narra le vicende di due giovani uomini vissuti in tempi diversi nel sud della Norvegia, che incrociano il loro scompiglio e perversione nel libro scritto dall'alcolista che si interroga su cosa vediamo quando guardiamo noi stessi: forse un lupo feroce, famelico e orrendo? talvolta si; è il lato oscuro della vita, baby. Bambino all'epoca dei fatti, afferrato dall'ignoto, colpito dalla vicenda per trent'anni, la devastazione del fuoco appiccato da Dag, figlio del pompiere del paese, che ha reso la vita cenere, lo scrittore - bevitore descrive la similitudine dei loro mali oscuri che ha lo stesso codice: il complesso rapporto padre/figlio. Ispirato al romanzo Prima del fuoco, di Gaute Heivoll, Ceneri

FIRENZE. Dopo averle urlato brava l’ennesima volta, abbiamo preferito andarcene. Ma non perché il dibattito condotto dal collega (e amico) Attilio Scarpellini seguito allo spettacolo Bad Lambs non fosse gradevole; anzi, senza alcun dubbio qualche nodo ce l’avrebbe sciolto e la comprensione, migliore, ci avrebbe sicuramente consentito una recensione più attenta, dettagliata. Ma ci siamo ingelositi della cascata di emozioni ricevute durante la rappresentazione e siamo scappati a casa, per scrivere, senza aggiungere nulla a quello che siamo sicuri d’aver sentito. Un balletto cocondotto da un ragazzo su una sedie a rotelle, uno senza l’avambraccio destro e un non vedente, che hanno atteso in fondo al palco che il pubblico affluisse tutto, al Cantiere Florida, di Firenze e si sedesse, prima di iniziare, sarebbe potuto essere una coraggiosa perlustrazione, seppur iniettata d’arte, sulla disabilità. Che ci fossimo sbagliati l’abbiamo capito immediatamente, per fortuna, ma non per merito del nostro acume o per le immagini sul fondale del proscenio, la musica profusa, i manifesti attaccati alle pareti, o la cronaca dettagliata dell’incidente. Solo perché ci siamo seduti, rilassati e abbiamo avuto l’umiltà (è questa, forse, l’arma con la quale si può sconfiggere la morte, o almeno il vuoto che produce) di ascoltare.

PISTOIA. Siamo da sempre propensi alle riletture, pur senza scomodare Caetano Veloso e Gilberto Gil, fautori, a tal proposito, per quel che riguarda la musica. E dopo Luigi Pirandello, stravolto con meno impeto e stravaganza, l’Associazione teatrale pistoiese prosegue il tema dei riadattamenti ospitando, nella sua prestigiosa succursale, sfruttata troppo poco, a nostro avviso, il piccolo Teatro Bolognini, La bisbetica domata, di William Shakespeare. La rappresentazione arriva dopo tre repliche mattutine effettuate dalla Factory Compagnia Transadriatica per gli studenti del corso secondario d’istruzione e le voci scolastiche, che la precedono con enfasi, esercitano il loro benefico effetto, visto e considerato che il Teatro è finalmente pieno. Dopo secoli e secoli di riadattamenti, anche Shakespeare, probabilmente, si sarà stufato di assistere a piccole derivazioni tematiche delle sue opere e al cospetto di questa, forse, non senza qualche rimbrotto, si sarà anche congratulato.

PRATO. Impossibile parlarne male; difficile, restarne stregati. L’atteggiamento neutrale che esterniamo dopo aver visto il riadattamento goldoniano, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto, de Le baruffe chiozzotte, per la regia di Paolo Valerio, si materializza inevitabilmente nel momento delle riaccensioni delle luci del Metastasio di Prato (in replica da stasera a domenica, 10 febbraio). Un’opera eseguita senza alcuna approssimazione, con una gradevolissima libertà scenografica e condotta dall’inizio agli applausi finali con sapienza, musicalità, ordine e tanta disciplina attoriale. E non è certo il chioggiano, slang con il quale conversano i tredici del cast e con un tasso di incomprensibilità altissimo, a indurci in asettiche riflessioni; altrimenti, Emma Dante, dovrebbe stare negli inferi, anziché nell’Olimpo! Ma restiamo a Goldoni, e volentieri. Anche per tessere le lodi, uno a uno, dei protagonisti di questa commedia, che si esaltano singolarmente proprio nella misura in cui il regista riesce a generare quel senso di appartenenza collettiva al progetto.

PISTOIA. Come ci si può riconciliare con il Teatro, qualora, con l’incedere dell’età e dopo aver visto, in parecchie salse, molti dei classici, bilanciati, mestamente, da una parte di quel nuovo che avanza e che fa incazzare, per quanto è brutto e oltretutto presuntuoso? Basta avere la fortuna di imbattersi, come è successo a noi, al Teatro Manzoni di Pistoia (si replica oggi pomeriggio, domenica 3 febbraio, alle 16) in un’opera tra le più rappresentate nel mondo di quel genio di Luigi Pirandello, Così è (se vi pare), ma quella prodotta dal Teatro Stabile di Torino con la regia di Filippo Dini. Subito dopo, si ha voglia di vederne un altro di spettacolo, perché se il Teatro è quello visto in questa occasione, regalatecene ancora, vi preghiamo. Maestoso, divertente, esemplare, incalzante, ironico (non potrebbe essere altrimenti), con due mostri sacri a tirare le fila (Maria Paiato e Filippo Dini), le loro e quelle di tutti gli altri, che si sono goliardicamente ambientati e immersi in questa impeccabile, straordinaria rivisitazione. Di Pirandello e della sua opera, fortunatamente contemplata in ogni ordine e grado in tutti gli Istituti scolastici secondari, non ve ne parliamo, dando per scontato che ognuno di voi, tra chi legge e chi era a Teatro, ne sappia abbastanza per non perdere tempo. Superfluo, potreste obiettare, è anche tessere ancora una volta le lodi di attori che stanno tenendo alto il Teatro.

FIRENZE. Dai presupposti biblici e fino a quando esisterà il mondo, probabilmente, nell’unico regno animale pensante, il genere umano, la donna vivrà un’esistenza subalterna a quella dell’uomo. Non a caso, Tarzan, o Adamo, se preferite, riducono drasticamente secoli di storia e fraintendimenti e scesi nudi, dal letto di fortuna sospeso, nella civiltà, dopo essersi vestiti e incravattati, incarnano tre uomini dei nostri tempi, vittime e carnefici di loro stessi, dei ruoli a loro assegnati e dalla presunzione con la quale, più o meno inconsapevolmente, decidono di difenderli. È questo il distico generazionale, imposto in ogni angolo del mondo e a qualsiasi latitudine morale, intellettuale e religiosa, da cui discendono leggendarie convinzioni così radicate da risultare, oggettivamente, inestirpabili. Massimo Sgorbani, Giampaolo Spinato e Roberto Traverso hanno affidato al poliedrico incantatore Alex Cendron le loro rispettive sfumature che sono diventate, assemblate, Fuck Me(n), spettacolo prodotto dal Festival Mixité e da Dionisi Compagnia Teatrale, ideato da Renata Ciaravino, musicato da Paolo Coletta e con la regia di Carlo Compare, in scena venerdì 1° febbraio al Cantiere Florida di Firenze.
di Alessandra Pagliai

FIRENZE. L'incommensurabile opera I fratelli Karamazov, nella versione teatrale della Compagnia Mauri-Sturno, per la regia e la riduzione di Matteo Tarasco, al Teatro della Pergola di Firenze fino a domenica 3 febbraio (20,45 feriali; 15,45 domenica), è riuscita a metà. I Fratelli Karamazov, testamento di Fëdor Dostoevskij, ultimato pochi mesi prima di morire, da sempre considerato un capolavoro universale, amalgama di conflitti familiari, infelicità e morte, sangue e redenzione, permeato da interrogativi e certezze sull'esistenza di Dio, fin dal primo sguardo fa tremare i polsi. Dostoevskij penetra nelle vene e nel cervello di ciascuno come in quei 21 grammi chiamati anima, lo fa con un tema che non ha limiti di tempo e di spazio: la famiglia. Un padre ruvido, egoista, incapace d'amore, vittima e carnefice, la sua uccisione. Un parricidio per mano di quei fratelli tutti responsabili, ciascuno per un motivo più o meno manifesto, compreso il giovane e buon seminarista Alëša, il più piccolo dei fratelli, timorato di Dio. In quanto cristiano, porta sulle spalle la responsabilità di non aver saputo fermare tanto odio.

PRATO. Anche Luca Cottone, quando gli chiedevano come stesse, lui rispondeva sempre: male, non sono mica scemo. Ma erano altri tempi, qualche generazione fa. Oggi è diverso; è tutto più tremendamente facile, anche se tutto è più maledettamente difficile che succeda, soprattutto la felicità. L’unica cosa che è rimasta la stessa, è il malessere, quello che di vivere a volte si è incontrato e si incontra sempre più frequentemente, quasi tutti i giorni. Soprattutto in rete. Sì, perché questa è la generazione informatica, dislessica, ma telematica e prima o poi, durante la giornata, un salto in piazza lo fanno tutti. E qui, siamo onesti, nani e ballerine, spiantati e cocainomani, intellettuali e cubiste, atleti e claudicanti, sono tutti affratellati da un unico senso di desolazione, che è il malessere; della solitudine. Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Lorenzo Colapesce Urciullo, guidati da un ex Omino ad origine controllata, hanno centrato in pieno il nichilismo ossessivo generazionale, mettendo in scena Stanno tutti male, che proprio in questi giorni (fino a domenica 3 febbraio, con due repliche straordinarie) sarà al Fabbrichino di Prato in prima nazionale, a tastare con mano la vis attoriale del teatro contemporaneo.

PRATO. Informazioni a raffica, sparate forse con eccessiva lentezza, con una mitraglietta dagli effetti speciali considerevoli, senza tappo rosso, dunque pericolosa, ma caricata a salve e a parte lo spavento, nessuno, alla fine, resterà ferito a morte. Idea scoppiettante questa Queen Lear, parodia shakespeariana, come il drammaturgo avrebbe gradito, portata in scena al Fabbricone di Prato (anche stasera, alle 19,30 e domani pomeriggio, 27 gennaio), che ha coprodotto (il Metastasio, naturalmente) lo spettacolo con Aparte Soc. Coop e Teatro Carcano. In scena le ideatrici/interpreti/audaci Nina’s Drag Queens (Alessia Calciolari, Gianluca Di Lauro, Sax Nicosia, Lorenzo Piccolo e Ulisse Romanò), vallette mute, l’estate scorsa, alla presentazione ufficiale della stagione del Metastasio, che si sono prese ogni licenza possibile e immaginabile. L’autore, William Shakespeare, tratto alla bisogna da Claire Dowie, non avrà probabilmente nulla da dire di questa sfiziosa rilettura;

FIRENZE. L’esistenzialismo, se non amletico, ma almeno quello brechtiano, non gli si addice moltissimo. Alessandro Riccio, infaticabile trasformista, dopo aver inanellato incredibili ma meritatissimi successi, che sono quelli che gli impongono lo straordinario di un replica non contemplata sabato 26 gennaio, alle 18, sempre al Teatro di Rifredi, dove si esibirà da stasera fino a domenica pomeriggio 27 gennaio in Serrature, si è voluto maldestramente sgrezzare, perdendo, a nostro avviso, quella carica umana, pittoresca, simbolica e fumettistica che lo contraddistingue. I tutto esaurito che si sono registrati non appena si è aperta l’asta delle vendite dei tagliandi della rappresentazione dimostrano, insindacabilmente, l’affettuosa stima che in particolare il pubblico fiorentino gli tributa da parecchie stagioni, un’affezione quasi da stadio che non richiama nei teatri dove vanno in scena i suoi spettacoli solo e soltanto gli ultrà, lo zoccolo duro dei suoi fan, ma anche e soprattutto i parenti, i conoscenti, gli affini e i curiosi degli irriducibili, che riempiono gli stadi in tutti i loro anelli, non solo in Curva.

PISTOIA. La longevità dei tormenti generazionali delle scritture di Anton Cechov sono stati sui palcoscenici di tutto il mondo e se dipendesse da Marco Sciaccaluga, regista di questa prima edizione de Il gabbiano ante censura zarista, tradotta da Danilo Macrì, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova e in scena, oggi come ultima replica, 20 gennaio, alle 16, al Teatro Manzoni di Pistoia, ci resterebbero a lungo. La bravura, indiscriminata, trasversale, totale di tutti e undici i protagonisti addolcisce, da una parte, alzando il tono delle recriminazioni da un’altra, l’oggetto di questa riflessione. Solo uno stolto, ma incallito, eh, e per giunta presuntuoso (come lo sono gli idioti per antonomasia, del resto) stenterebbe a eleggere Cechov come uno dei momenti più importanti della drammaturgia mondiale di tutti i tempi, anche di quelli che verranno e che noi non potremo conoscere, ma in questo momento di passaggio teatrale generazionale, i vecchi classici da una parte, i giovani rampanti dall’altra, c’è urgente bisogno di un collant che non disperda il passato, lo conservi e lo sappia riciclare.

FIRENZE. Una cosa è certa: Suor Lidia - Madre Generale, come ci hanno nostalgicamente specificato al telefono -, era ‘na stronza. Detto questo, però, e conclamato dalle confessioni/ricordo di buona parte degli alunni di quel corso delle scuole elementari nel lustro 1983-88 all’Istituto Suore di Carità di Roma, in via di Monte del Gallo, quartiere Aurelio, dietro San Pietro, zone da ricchi, eh, La classe, lo spettacolo di Fabiana Iacozzilli, senza la gratuita, cinica, sadica cattiveria di quella maestra, non sarebbe mai nato. E invece, dopo aver fatto incetta di premi, la rappresentazione, tra pupi e drammaturgia, artigianato e designer, linguaggio e documentario, è arrivata al Cantiere Florida, a Firenze, richiamando nell’alcova di via Pisana buona parte degli addetti ai lavori, incuriositi. E sulla bontà manifatturiera del lavoro, il giudizio finale, da parte di tutti, ancor più granitico dell’odio e del rancore riservato a quella suoraccia da parte dei suoi ex scolari almeno del corso 1983-88, è plebiscitario: bello, costruito meravigliosamente, con tecnica e professionalità, pittorico. Un felicissimo intrattenimento trasversale, che secondo canoni dimenticati da noi grandi, potrebbe addirittura affascinare i piccoli, casomai suggerendo loro di ribellarsi, qualora la situazione sul palco richiami in qualche modo quella che potrebbero vivere e subire loro.

FIRENZE. È Maria Amelia Monti nei panni di Miss Marple, o il contrario? Quando siamo usciti dalla Pergola di Firenze al termine dello spettacolo, a questa domanda, che ci siamo posti appena la regina delle trasformazioni minori è apparsa sul palcoscenico, non abbiamo saputo rispondere. E nemmeno ora, che ve ne raccomandiamo la visione (si replica stasera e domani alle 20,45 e domenica 20 gennaio, alle 15,45), il dubbio, si è svelato. E non sono i costumi di Alessandro Lai, che la trasformano in un’allegra zitella inglese che si preoccupa di sferruzzare a maglia per il nipote che la mantiene, curare il giardino e combattere, strategicamente, le talpe, a confonderci le idee. Perché così ce la ricordiamo, dai tempi televisivi di Drive In e della Tivvù delle ragazze e così è rimasta, nonostante un’interminabile partecipazione a fiction televisive, un matrimonio che non offre il fianco al pettegolezzo e tre figli, di cui uno adottivo, nato in Africa. Miss Marple, giochi di prestigio, beninteso, non è soltanto Maria Amelia Monti; il resto della compagnia teatrale di questo testo di Agata Christie, riadattato da Edoardo Erba, per la regia di Pierpaolo Sepe e ingiallito da Roberto Citran, Sabrina Scuccimarra, Sebastiano Bottari, Marco Celli, Giulia De Luca, Stefano Guerrieri e Laura Serena, potrebbe giustamente indispettirsi, ma sono tutti consapevoli che questo divertente noir, sprovvisto dell’allegro cinismo di Maria Amelia Monti, pardon, Miss Marple, renderebbe diversamente.

PRATO. A Iole (la moglie, che lo sopporta, ma questo lo aggiungiamo noi) e a Andrea Camilleri, suo primo grande maestro. E a tutti noi, che ieri sera, al Magnolfi di Prato, abbiamo assistito al monologo/reading di Massimiliano Civica, Scampoli. Che almeno noi, non abbiamo capito di cosa si sia trattato, ma è stato oggettivamente piacevole; dunque, benvenuto. Sarebbe potuta essere una lezione di teatro, perché no; il 45enne regista reatino, che ha inanellato svariati Premi Ubu nel corso della sua folgorante carriera, ha titoli e curricula per farlo. Ma non è il caso di questa sera. Allora si è trattato di un ripasso aneddotico dei suoi innumerevoli contatti, reali, e non su facebook, che hanno allietato, illuminato e divertito i presenti. Nemmeno, siamo ancora lontani. Ma allora? Non lo sappiamo, ma se lo rifacesse, torneremmo a sentirlo, casomai in compagnia di Tommaso Chimenti Bencini, unico citato (sarà un onere o un onore, tra la selva di critici teatrali?), facendo sapere agli altri, al termine della serata, di essere suoi amici. La lectio magistralis ha debuttato con la dedica, speciale, a sua moglie Iole (nell’augurio che non si scriva con la J), che gli ha raccomandato di non esordire come poi ha fatto, citando il Pontefice.

FUCECCHIO (FI). Abbiamo tra le mani una grande occasione: sarà meglio, per tutti, che non ce la si lasci sfuggire. L’esodo, biblico anche per laici incalliti come noi, che stiamo vivendo, sopportando, soffrendo, sfruttando deve per forza di cose migliorarci; sbagliare, anche solo valutazioni, potrebbe essere letale. È il lungo sottotitolo che abbiamo voluto dare a Lampedusa, del britannico Anders Lustgarten, prodotto da Bam Teatro, Artisti Associati e Mittelfest 2017, tradotto da Elena Battista, diretto da Gianpiero Borgia e rappresentato, ieri sera, al nuovo teatro Pacini di Fucecchio, da Stefano (Fabio Troiano), pescatore di Lampedusa che raccoglie cadaveri nel Mediterraneo e Denise (Donatella Finocchiaro), immigrata di seconda generazione, marocchina, che vive e studia in Brianza, dove lavora, agognando un posto alle Nazioni Unite, come agente addetta alle riscossioni di prestiti: bravi, bravissimi, con trasporto e distacco, cinismo e calore, terrore e speranza.

FIRENZE. Non è affatto peregrino che dalle parti di Coverciano, in una di quelle ville sontuose ma demodé nascoste da una fitta e minacciosa vegetazione, esistano ancora Teresa, Carolina e Giselda, tre anziane sorelle (due zitelle e una ripudiata) e la loro governante, Niobe, anch’essa nubile, ma per causa di forza maggiore, che si portano addosso la decaduta nobiltà di un casato, quello dei Materassi, che sopravvive, a stento, nella memoria dei più vecchi e sugli annali conservati alla Marucelliana. E poi, gli addobbi e i presepi sono ancora nelle strade, nelle case, nei negozi e in ognuno di noi, che vorrebbe forse prolungare a dismisura la posticcia allegria natalizia per rimandare, il più possibile, il ritorno alla traumatica quotidianità. Questo è il mix che ha suggerito alla direzione artistica della Pergola di Firenze di riprendere la stagione, con l’inizio del nuovo anno, con una commedia antica e intramontabile, entrata nell’immaginario collettivo a partire dai libri di testo delle scuole elementari, di sicura presa, Sorelle Materassi, appunto (si replica stasera e domani, domenica 6 gennaio), l’opera migliore, forse, di un sopravvalutato Aldo Palazzeschi, affidata, in compenso, a un drammaturgo storico, Ugo Chiti, a un regista apprezzato come Geppy Geijeses e a un cast che bazzica i palcoscenici da una vita: Milena Vukotic, Lucia Poli e Marilù Prati.

FIRENZE. Non sapete cosa cucinare per il cenone di fine anno? Beh, vi consigliamo di assoldare, nelle vostre cucine, il quartetto spagnolo di Yllana; dubitiamo, e molto, che vi preparino qualcosa di delizioso, ma statene certi: se lasciate a Susanna Cortés, Antonio De La Fuente, César Maroto e Rubén Hernàndez carta bianca con licenza di mettere a soqquadro la vostra abitazione, sicuramente vi divertirete. E parecchio. Se non convincono le nostre lusinghe, rivolgetevi pure agli spettatori che hanno riempito il Teatro di Rifredi venerdì e sabato sera, o chiedetelo a quelli che lo riempiranno oggi, alle 16,30 e domani, alle 22, un insolito inizio per finire intorno all’ora del brindisi e fatevi raccontare da loro cosa succede nell’ora e mezzo nella quale i quattro improbabilissimi camerieri spagnoli con spiccate qualità culinarie si dilettano in Chefs. L’ironia ai nuovi mostri sacri della cucina internazionale, fomentati da dirette televisive e programmi a eliminazione impietosa e diretta per cuochi d’alto bordo è spietata; ma non pensate che sia la denuncia il piatto forte della rappresentazione.

PRATO. Le cose serie, spesso letali, sono alle spalle e, quando si può ancora progettare, nel futuro, oltre le sbarre. Durante, è solo tempo fine a se stesso, che deve trascorrere, senza senso. E senza fare buonismo demagogico, è pure giusto così; anzi, spesso, è quasi troppo. Sarebbe infatti interessante radiografare l’intimità di Robert Da Ponte, uno dei detenuti del carcere La Dogaia di Prato che ha avuto la disdetta/fortuna di incontrare, durante la sua domiciliazione coatta, Livia Gionfrida, con la quale ha diviso e condiviso uno dei tanti progetti artistici di Teatro Metropopolare. Perché prima di parlare di Teatro e della sua performance Talking crap, al Magnolfi di Prato, bisognerebbe, per doveri cronologici e di giustizia, fare un passo indietro. Ma non è questa la sede. Qui, si racconta il narrabile e nello specifico, sono fesserie, quelle che riescono a tenere in vita, per svariati motivi, un sacco di gente: Robert Da Ponte e i suoi colleghi detenuti, prima di tutti, ma anche la regista Livia Gionfrida e lo staff di Teatro Metropopolare, come Giulia Aiazzi, Paolo Gruni, Michele Percopo, Marco Cecchi, Alice Mangano e Laura Meffe,

FIRENZE. Tra Natale e San Silvestro non si potevano certo chiedere al pubblico fiorentino della Pergola (lo spettacolo sarà replicato fino al prossimo 2 gennaio) sforzi emotivi in grado di mettere in discussione la festosa vacuità di fine anno. Per chiudere al meglio questo 2018 occorreva portare in scena qualcosa che suscitasse soprattutto buonumore ma, perché no, suggerisse anche qualche riflessione, che a una certa età, soprattutto alla metà meno nobile, qualche volta balena rabbiosamente. E allora, cosa ci poteva essere di meglio che allestire A testa in giù, di Florian Zeller, per la regia di Gioele Dix, una divertente, beffarda, tragicomica cena in casa di Daniel (Emilio Solfrizzi) e sua moglie Isabelle (Paola Minaccioni) a cui fanno visita il vecchio amico Patrick (Bruno Armando) e la sua nuova, giovanissima, esplosiva compagna, Emma (Viviana Altieri, la woman in red de no'antri). All’effervescente testo, che recita, nel suo titolo originale, L’enverse du décor (Dietro le quinte), i quattro mattatori aggiungono sapientemente tutto il sale e il pepe della nuova commedia francese,

PRATO. Claustrofobico, dall’inizio alla fine, senza speranza. A poco e nulla serve l’improvvisa visita dell’amico/amante adolescenziale, l’arrivo della figlia e del genero detestato e la degna sepoltura del cane ammazzato a fucilate dal vicino. La famiglia matriarcale (il padre non è contemplato: è morto, probabilmente, o non è mai esistito) norvegese fotografata e condannata a vivere nel salone della casa con un’unica fonte di luce e contatto con il mondo rappresentata dal proiettore 5.000watt/ finestra è il prototipo ideale e disumano di globalizzazione che l’autore, Jon Fosse, un genio contemporaneo della drammaturgia, ha voluto offrire, con il suo Cani morti, nudo e crudo, dislessico, disgiunto e disarcionato, al teatro, affinché quest’ultimo se ne impossessasse per riciclarlo, così com’è nato, al pubblico. E il giovanissimo regista neodiplomato alla Silvio D’amico, Carmelo Alù, seppur figlio legittimo del beckettiano Massimiliano Civica, ha capito letteralmente, più che perfettamente, la lezione,

PRATO. Così come molti nostri trisavoli hanno avuto il diritto di provare, emigrando in cerca di dignità, più che di fortuna, a cancellare le loro irriconoscenti origini, noi, eredi decisamente più fortunati dei nostri nonni, abbiamo il dovere di andarle a ricercare. È questo, riassunto frettolosamente, il lavoro che sta svolgendo, da qualche tempo, la regista, attrice e drammaturga francese Clyde Chabot, della Compagnia transalpina Commanauté inavoauble, che oggi pomeriggio, domenica 16 dicembre, al Fabbrichino di Prato, offrirà la sua ultima replica di Sicilia, uno sguardo appunto, frutto di ricerche, testimonianze, viaggi, fotografie, tentativi, di provare a ricostruire il proprio albero genealogico, che affonda le radici in Sicilia, tra Agrigento e un paesino del quale si sono perse le tracce toponomastiche e affettive. Per riconciliarsi con le proprie origini, Clyde Chabot, nel suo spettacolo, prodotto proprio dal Metastasio, ha deciso di ricordare a voce alta, per raccontarlo, il proprio viaggio a ritroso ospitando gli spettatori intorno a una lunga tavola bandita di soli bicchieri, bottiglie di Nero d’Avola, pane, pecorino pepato (tre elementi della cultura gastronomica sicula fortunatamente conservati)

FIRENZE. Come potrebbe immunizzarsi, Alan Ford, dalla corruzione, dalla cupidigia, da qualsiasi forma di immoralità, dai deliri di onnipotenza, dall’arsura di denaro, potere, successo, fama, sesso incestuoso, dal brutto che tende a impossessarsi delle sue volontà? Dovrebbe decidersi di diventare come Vindice e spendere l’esistenza intera a ordire vendetta trasformandosi in uno spietato e sadico serial killer, o potrebbe optare per una rieducazione dei sensi alla bellezza, per esempio andando a teatro. Se il bello del gruppo TNT dovesse accettare il consiglio e coinvolgervi, a proposito di rieducazione all’armonia con una massiccia dose di provocazione, non perdetevi, lui e loro (stasera e domani pomeriggio, 16 dicembre, alla Pergola, a Firenze), La tragedia del vendicatore, di Thomas Middleton, nella versione di Stefano Massini, con la regia e la drammaturgia di Declan Donnellan. Che è una cascata trash e pulp delle migliori memorie e occasioni cinematografiche, dove non si risparmia un atomo di spregiudicatezza, sadismo, cinismo, sangue, infamia, violenza esasperata, trivialità allo stato puro;
di Paolo Ferro

PRATO. Prato otto dicembre duemiladiciotto stop Teatro Metastasio stop grande spettacolo Maestro e Margherita stop previsti giochi magia stop. Potrebbe essere questo l’incipit. Ma potrebbero essere migliaia e tutti diversi i resoconti di quanto visto ieri sera sul palco del Metastasio pratese, ognuno attinente all’idea che ci siamo fatti quando abbiamo letto per la prima volta l’insuperabile romanzo di Bulgakov. Ogni lettore, nel suo intimo, avrà sempre il desiderio di vedere rappresentate le proprie fantasie e le proprie versioni delle incredibili storie intrecciate fra loro e degli impossibili caratteri dei personaggi. Quella proposta ieri sera da Letizia Russo e dal regista Andrea Baracco è solo una (a dirla tutta, piuttosto interessante) delle possibilità di risolvere l’enigma della trasposizione, dal libro alla scena, delle pirotecniche vicende di questa meravigliosa opera.

FIRENZE. Al di là e oltre la genialità del testo, con Leonardo da Vinci, sottotitolato L’opera nascosta, Michele Santeramo oltrepassa, anche fisicamente, la frontiera, prendendosi lo scettro del Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale. Lo spettacolo – perché di spettacolo si tratta, in tutti i sensi –, prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana, che verrà replicato stasera, 9 dicembre, alle 19, alle ex scuderie granducali nel piazzale delle Cascine, a Firenze, è un meraviglioso compendio affabulatorio tra immaginazione, ingegno, novellistica e surrealtà, così lucida, quest’ultima, che si ha davvero l’impressione di averne già sentito parlare delle storie dell’imparagonabile pittore, ingegnere, scienziato, architetto, scultore, disegnatore, scenografo, musicista e inventore di Anchiano che per sbarcare il lunario, nonostante la sua sconfinata magniloquenza, fosse costretto a soddisfare le mire di dominio del Duca e fabbricare, per lui, armi potentissime. Ma questo, voi, lo sapevate già; dunque, non ha senso che ve ne parliamo. Ci preme invece raccontarvi cosa Michele Santeramo abbia scoperto avvicinandosi alla storia di quel gran genio del suo amico, Leonardo appunto, da Vinci, incontrato, lo scorso anno al Louvre, confuso tra le migliaia di ammiratori della sua Gioconda.

FIRENZE. È consigliato che portiate i vostri bambini a vederlo, Popcorn. Perché è un modo, efficacissimo, per come disboscare la vegetazione della meraviglia dagli effetti speciali e riconsegnarla a quella naturale prodotta dall’abilità umana, che si materializza con enormi sacrifici e applicazioni, senza dover mai ricorrere al supporto della finzione. E visto che ci siete anche voi grandi, a teatro (a Rifredi, stasera e domani pomeriggio, 9 dicembre), approfittatene, perché clown della portata di Jean-Baptiste Diot e Jonathan Lardillier, in giro, non ce ne sono poi moltissimi. Con loro, sul palcoscenico, a parte qualche parallelepipedo di compensato, piccole abat-jour da scrivania e uno stereo dal quale, durante la rappresentazione, escono melodie rap e funk, Denis Paumier, il regista, ha anche messo quindici anelli rossi, diciassette palle bianche e sette birilli, dai cromatismi circensi.

PISTOIA. Chi meglio di Alessandro Haber può incarnare la figura di un anziano ex ingegnere che nel bel mezzo della sua tenera e meritata pensione inizi a dare insoliti e preoccupanti cenni del morbo di Alzheimer? Per Piero Maccarinelli, traduttore, adattatore e regista de Il padre, testo di Florian Zeller, nessun altro e così, da tre stagioni, il toccante tragicomico racconto dell’incedere di questa malattia tentacolare lo ha eletto testimone, con una rappresentazione degna di un Teatro di tutto rispetto, dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima) che a fine spettacolo, nel foyer dei vari teatri nei quali va in scena (oggi, 2 dicembre, è al Manzoni di Pistoia per la terza e ultima replica), raccoglie fondi e distribuisce depliant informativi. Ma siamo e stiamo qui per raccontarvi teatro e allora, al di là della silenziosa insidia che si insinua in tutte le sue designate vittime, scelte per altro a caso, senza alcun criterio, ci facciamo a nostra volta megafono di questo spettacolo e ve ne consigliamo la visione, perché l’anziano Alessandro Haber (71 anni) si sublima veramente in questo tenero, fastidioso, commovente e irritante ruolo,

PISTOIA. I singhiozzi e le lacrime, impossibili da nascondere, di fine rappresentazione, riassumono probabilmente lo stato d’animo di tutti i protagonisti di Nora, e non solo di Tania Ferri, che piangeva a dirotto, a cui la regista Dora Donarelli ha deciso di affidare il ruolo della frustrata mattatrice. Perché Casa di bambola, di Henrik Ibsen, dramma introspettivo che affida ai protagonisti non solo e non tanto la partitura dei testi, quanto l’espressività, muta, dei rispettivi stati d’animo, non è certo un’opera facilmente traghettabile su un palcoscenico. Il benestante e viscido Torvald Helmer (Pino Capozza), infatti, si svela in tutta la sua meschinità solo un attimo prima del tragicomico epilogo; Nilse Krogstad (Marino Filippo Arrigoni), suo compagno di studi, a cui la vita ha decisamente riservato sorte meno benevola, riesce parzialmente a riabilitarsi solo dopo aver paventato e sfiorato il secondo e forse letale tracollo esistenziale; il dottor Rank (Riccardo Baldini), il medico di famiglia, quello di casa Helmer, confida all’amica Nora tutta la sua incondizionata e inconfessata passione solo in punto di morte, così come Cristina Linde (Simona Calvani), la vecchia amica ritrovata di Nora, che solo in prossimità dell’epilogo offre tutta la sua aggressività.

FIRENZE. La fila di liceali che hanno atteso, dopo lo spettacolo, in strada, fuori dai camerini della Pergola di Firenze, due dei tre protagonisti (facile immaginare di chi si sia trattato: basta guardare le foto di scena) di After miss Julie, è l’ennesima riprova di quanto la popolarità, esentetatro, influisca mostruosamente sul numero degli spettatori in platea. Premessa doverosa che non inficia, e non ha la minima intenzione di volerlo fare, la dimestichezza scenica con la quale Gabriella Pession (Giulia), figlia di nobili milanesi condannata a un’esistenza circoscritta nell’alta società, decida di ribellarsi al proprio rango provocando e circuendo il sottoposto Lino Guanciale (Gianni), l’autista del padre, ufficiosamente (non hanno l’anello, non è ufficiale) fidanzato con Roberta Lidia De Stefano (Cristina), cuoca della famiglia. Giampiero Solari, il regista dello spettacolo di Patrick Marber, prodotto dal Teatro Franco Parenti con il sostegno del Mibac di Milano, ha voluto trasportare temporalmente lo scandalo di Corte svedese di fine ‘800 all’indomani della Liberazione in Italia dalle truppe nazifasciste.

FIRENZE. La smaterializzazione ha radici profonde, che arrivano fino alla mitologia. Oggi, chi crede di compiere un gesto nuovo immortalando l’immagine di se stesso dietro la sollecitazione dell’io che vorrebbe essere ma che non lo potrà mai, è soltanto un fedele soldatino di quello che è stato sentenziato, scritto e amorevolmente imposto nei secoli. Perché per piacersi veramente occorrerebbe lavorare, duramente, sulla nostra esistenza, che invece si realizza più facilmente e velocemente nelle apparenze, che diventano l’universale biglietto da visita con il quale credere di circumnavigare la Terra restando, goffamente, nel solito posto. L’illusione è altissima; il prezzo che si paga ancor più salato. Marta Bevilacqua e Leonardo Diana hanno preziosamente riassunto la spersonalizzazione millenaria dell’uomo con Narciso_Io, spettacolo del quale sono artefici totali, grazie anche alle luci di Fausto Bonvini, i costumi di Lucia Castellana e alla coproduzione di Compagnia Arearea e Versiliadanza, senza dimenticare il sostegno di Mibac Regione Toscana e e il Sistema regionale dello spettacolo.

FIRENZE. Quasi irritante, per passione, precisione, perfezione, immedesimazione, nonostante quel Teatro, il suo Teatro, stia ormai inesorabilmente tirando le cuoia, lui, il debuttante Gabriele Lavia, alla milionesima rappresentazione di se stesso catapultato su un palcoscenico, tira fuori dal suo cilindro senza fondo un’altra perla spaventosa e impone al popolo della Pergola di Firenze un naturale e unisono stand up, con le mani a battere fragorosamente e ritmicamente un grazie lungo più di cinquant’anni. La moglie e la cognata (Laura Marinoni e Federica Di Martino) di John Gabriel Borkman riescono magnificamente a stargli accanto, rintuzzando istericamente le sue ossessioni d’onnipotenza e rinfacciandogli, con materno erotismo, il cinismo con il quale ha barattato la sua passione per la carriera; così come il figlio Francesco Sferrazza Papa, la sua compagna occasionale per giustificare la fuga dal grigiore infernale della casa, Giorgia Salari, l’amico fallito, ma non recluso nelle patrie galere, Roberto Alinghieri e sua figlia Roxana Doran, che si unirà alla fuga degli eredi senza portafogli e dunque irriconoscenti.

PISTOIA. Come sovente accade, anche in questa circostanza, al termine dello spettacolo, Virgilio Sieni, invitato da Saverio Barsanti, direttore artistico del Teatro Manzoni di Pistoia, che ha ospitato il balletto, ha spiegato agli spettatori, con dettagli storici e professionali, cosa sia stato il suo Petruska. Il messaggio, altrimenti – è giusto che il creatore esiga coscienza e consapevolezza -, arriva deformato, confidando, per la comprensione, unicamente nell’oggettiva osservazione della bellezza delle specifiche emotività di ogni singolo osservatore. Che può capire molto – ieri, il Teatro, pullulava di aspiranti danzatrici, maestre di scuola di ballo, appassionati ai quali non si può spacciare per arte il semplice movimento -, molto poco, alcune volte addirittura più di quanto si dovrebbe; altre meno, sotto la soglia della comprensione più elementare. Ma con la danza, affidata poi a danzattori del calibro del sestetto che ha animato la doppia rappresentazione (Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu e Andrea Palumbo), si percorre un sentiero probabilmente unico, assimilabile alla pittura e alla scultura, che esula da qualsiasi altro contesto artistico.

PRATO. Chissà, a tournée terminata, dopo aver solcato l’Europa da Ovest a Est, cosa peserà di più, sulla bilancia dei contrappesi, se gli appalusi o i fischi. Certamente, Katie Mitchell e Alice Birch, regista e adattatrice di questa ulteriore trasposizione del romanzo di Marguerite Duras, La maladie de la mort, si fregano allegramente le mani, perché bene o male, per la gioia evangelica di San Pietro e quella laica di Napoleone, di questo traghettamento teatrale se ne sta parlando, e scrivendo, in abbondanza. Pensando a quello che abbiamo ricevuto, l’altra sera, al Fabbricone di Prato (si replica fino a venerdì 23 novembre, ore 20,45), crediamo di poterci porre, in elastica equidistanza, tanto dai fautori che dai detrattori. Lo schermo che sovrasta la scena è un privilegio cinematografico che riduce sensibilmente i decibel teatrali, difesi con onore, comunque, dai due protagonisti, Laetizia Dosch e Nick Fletcher, che parlano, seppur con il contagocce, in francese e traghettati con un filo di poetica seduzione fino alla comprensione immediata, senza letture, dalla cronista Jasmine Trinca, che ricorda, ai più attempati, la signora Longari il giovedì sera ai Telequiz.

PISTOIA. Nel corpo di Charlie Chaplin (Serena Balivo) vive un uomo che ha la voce di Fracchia, una delle più nobili e tragiche sagome della genialità di Paolo Villaggio. Mariano Dammacco, presidente dell’omonima piccola compagnia, di Esilio, firma la regia negli abiti di un cronista nel giorno dell'elezione di miss drag queen, più che in quella dell'inviato alla resa dei conti nelle volte celestiali. Racconto checoviano, quello descritto l’altra sera al Funaro di Pistoia, dove l’uomo senza tempo ed età può tranquillamente essere iscritto, di diritto, nella lista de I miserabili, pur senza possedere la geniale invettiva di Jean Valjeant, né la disperazione dei suoi amici, capaci di armarsi e fare la Rivoluzione. Perché l’esule (forzoso) di turno è un uomo al quale, improvvisamente, gli viene sottratta, sotto i piedi, la dignità, prima e più che la terra. E in un battibaleno, quest’uomo senza lavoro, senza presente, figuriamoci un futuro, senza il diritto di sognare, senza diritti, viene scaraventato nel limbo, nella terra di nessuno, dove riesce a sopravvivere grazie soltanto ai riverberi cittadini che gli arrivano via internet dalle piattaforme sociali e a un binocolo che ha saputo custodire prima di perdere tutto.

PRATO. Non è il teatro che desideriamo vedere: aulico, sontuoso, inappuntabile, perfetto; lo diciamo subito, perché abbiamo il terrore che, parlando poi, indispensabilmente, della bravura, ricchezza e magniloquenza de I miserabili, ci se ne scordi. Ma davanti a Franco Branciaroli, il Diabolik transalpino, il Marlon Brando della Madonnina, l’eroticissimo dotto di Tinto Brass, togliamoci il cappello e alziamoci dalla poltrona: straordinario, seppur professionalmente distante. Così come lascia ben sperare il nugolo di giovani e giovanissimi che calca la scena al suo fianco al Metastasio di Prato (si replica stasera, sabato 17 novembre, alle 19,30 e domani pomeriggio) in questa riproposizione del capolavoro di Victor Hugo (che assolse la Chiesa dalle tragiche e cruente responsabilità autoritarie), che più che entrare nella memoria della letteratura, acquista, con tragica lungimiranza, l’equilibrio dell’attualità, catapultando i suoi miserabili due secoli avanti.

FIRENZE. Anche la balbuzie, affatto strategica, abbinata a sagome e deambulazioni modeste, seppur fiere, ha reso perfettamente l’idea. Sì, Ljuba e Gaev, la leggendaria coppia checoviana, somigliano davvero a Giuliano e Annalisa Bianchi, i coniugi bolognesi che nel novembre del 2015, per esigenze della F.I.Co (Fabbrica italiana contadina), dovettero abbandonare per sempre il loro casolare, dove abitavano da trent’anni in comodato d’uso e andare a riparare in un residence di sfollati. Peccato che alla felice intuizione, Nicola Borghesi, regista e forzoso mattatore de Il giardino dei ciliegi, in scena al Niccolini di Firenze, non abbia saputo abbinare un’adeguata struttura teatrale, peccando, soprattutto, della sindrome dell’invincibilità, andando in più di una circostanza oltre lo scibile, il comprensibile e il sopportabile. Peccato, perché anche il presupposto - la funzionale scaramanzia di lasciare nel cassetto della scena il vecchio orologio (il tempo) e il monile (l’oro) -, sembravano poter essere due aspetti sui quali credevamo che il copione avrebbe poi ribattuto il ferro.

PISTOIA. Solo un attore frustrato, a cui da tempo nessun regista offre un copione o una collega invidiosa, per talento e bellezza, non si inchina alla magistrale interpretazione di Monica Guerritore nella sua riproposizione, dieci anni dopo, di Giovanna D’Arco, che ha ufficialmente aperto, questo fine settimana, la stagione del Manzoni. Quarantacinque minuti di energia pura, padronanza scenica, movenze, pause, sussurri e grida, su un corpo che di invecchiare non ne vuol sapere, con alle spalle una scenografia che vuole decontestualizzare l’eroina francese e consegnarla alle storie delle ingiustizie, passando in sequenza, sul fondo del palco, le immagini di Martin Luther King e le didascalie di Giordano Bruno, con Show must go on, ultimo brano dei Queen con Freddy Mercury e quella meraviglia di Adagio for Strings, di Samuel Barber, la colonna sonora della disfatta americana in Vietnam che Oliver Stone ci ha consegnato con Platoon.

FIRENZE. Anche ad Amleto, se fosse stato in sala, ieri, al Teatro Mila Pieralli di Scandicci (replica stasera, domenica 11 novembre, ve ne consigliamo il contatto) i dubbi, sarebbero svaniti. Avrebbe forse potuto obbiettare – ci riferiamo sempre a Shakespeare, eh – alcune vie di fuga e atre contestualizzazioni politiche liberamente attinte e perfettamente incastonate in Yorick, ma si sarebbe certamente inchinato all’interpretazione, fisica, magistrale, di Simone Perinelli, regista e drammaturgo di questo spettacolo di Leviedelfool. Che è, soprattutto, un esaltante omaggio alla recitazione, all’immedesimazione, alla trasfigurazione, alla musicalità di un testo che sembra volteggiare in sala alla ricerca di un senso che rimbalza, con ginnica leggerezza, da un angolo all’altro del palcoscenico, cosparso di sementi per i polli e amplificato da alcuni microfoni che pendono, alternativamente, dall’alto, megafoni di dolore e lucida follia, solitudine e rassegnazione.
di Paolo Ferro

PRATO. Come spostando pietre geme ogni giuntura! Riconosco l'amore dal dolore lungo tutto il corpo. È questo il filo conduttore della messa in scena di Valentina Banci al Teatro Borsi di Prato. Un amore doloroso, quello di Marina Cvetaeva, protagonista della storia, per i figli, per la poesia di cui non può fare a meno, nemmeno quando la fame e il freddo ti danno i morsi più feroci. Valentina attinge a piene mani dagli scritti amari e strazianti della poetessa russa, mescolando con sapienza l’ingrediente della fatica di vivere con quello della cronologia del suo obbligato peregrinare per l’Europa, con voci fuoricampo, strappate e sfinite, e con abili similitudini alla marionetta-attrice, in cui si scorgono persino umori di Gordon Craig. La maestria dei registri usati, tuttavia, non basta a rendere più mite la sofferenza anche dello spettatore, rendendogli difficile l’entrata nel tema.

PRATO. La bravura si vede, si tocca e, come spesso accade, si allea ad altre bravure, diventa un’orgia di bravure. Nel mondo della musica è successo con gli Special Efx, con gli Yellow Jackets, con la Mahavisnue Orchestra, con i Water Report. E ieri sera è capitata la stessa cosa: l’indimenticabile sensazione che ricevemmo e godemmo ai concerti al Palasport di Roma, a Umbria Jazz, a Montreaux, è quella che abbiamo nitidamente avvertito al Fabbricone di Prato (ribadiscono stasera, ore 19,30 e domani pomeriggio, 11 novembre), come spettatori di Quasi niente, un laborioso, articolato, letale lavoro sociale/introspettivo di Daria Deflorian (parla troppo, veramente, ma è una fortuna ascoltarla) e Antonio Tagliarini (parla poco, ma mai a sproposito) che, folgorati, ma non solo, crediamo e ci auguriamo, da Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, ne hanno voluto ritessere le fila senza limitare lo sguardo a Giuliana e al suo inutile amante Corrado, ma esplodendo e implodendo attorno alla figura, magistrale ed enigmatica, di Monica Vitti, l’universo del terzo millennio. Un lavoro corale, obliquo, generazionale, con, oltre ai due ideatori, una trentenne (Francesca Cuttica, diaframma portentoso, seppur impegnata in motivi gaberiani), un quarantenne (Benno Steinegger, armonico e delizioso, potente e gentile) e uno degli incidenti più belli del teatro contemporaneo, quella meravigliosa, straordinaria figura policroma e multiforme che risponde a Monica Piseddu.
di Paolo Ferro

PRATO. Ma allora dove sta il teatro? È questa la domanda dello spettatore curioso, quando le luci del restaurato Teatro Borsi di Prato si sono spente, venerdì e sabato scorsi, dopo L’amara sorte del servo Gigi, lo spiazzante prologo dell’attore Claudio Morganti e rimane il suono sconnesso dei tacchi sulla scena. Prendiamo un famoso testo di un altrettanto famoso drammaturgo del ‘900: cambiamo ogni parola, ogni didascalia e vediamo se riusciamo, ciononostante, ad acchiappare dei momenti di teatro. Ci aveva avvertito: questo è un esperimento sulla drammaturgia, una messa in scena sulla maschera della vecchiaia. Bastano pochi passi al buio, invece, per capire che siamo fregati. Irrimediabilmente. L’attore è sparito. Al suo posto un vecchio, stanco, sfibrato. Egli non è l’immagine della vecchiaia, carica di esperienza, che ci apre gli occhi sul presente e ci aiuta a intuire il futuro.

FIRENZE. Siamo convinti che Bella figura non sia uno dei testi più robusti della poliedrica produzione della parigina Yasmina Reza; né che questa scrittura, commissionata appositamente al teatro, diretto da Thomas Osthermeier, sia una di quelle che le ha arrecato le maggiori fortune. Ma in scena, alla Pergola di Firenze (fino a domenica prossima, 4 novembre), per la regia di Roberto Andò, prodotto, in successione, dal teatro berlinese Schaubuhne e poi dalla compagnia Ipocriti Melina Balsamo, l’inevitabile disguido che si materializza nel ristorante dove il giovane sfortunato imprenditore Boris (David Sebasti), in compagnia dell’avvenente farmacista Andrea (Lucia Mascino), sua amante da quattro anni, incontrano il vincente e razionale funzionario Eric (Paolo Calabresi), accompagnato dalla svampita madre Yvonne (Simona Marchini) e dall’intransigente moglie Francoise (Anna Foglietta), supera a pieni voti, alcuni con lode, il concorso dell’intrattenimento.

PISTOIA. È un giallo, uno spettacolo introspettivo, o un’idea alla quale gli autori stessi non hanno saputo dare una risposta tanto che al termine della rappresentazione si stenta a capire dove volessero andare a parare? Oh certo, il teatro è anche provocazione, ma nel caso specifico di Goodbye Diabolik, una produzione Atp che di fatto ha aperto la stagione Manzoniana nella succursale del piccolo Bolognini, crediamo che si sia esagerato un po’. Le note dei Dire Straits che aprono il sipario sulla modesta stanza nella quale le sorelle Giussani, milanesi doc, dell’alta società, dettero vita, sessant’anni fa circa, per la sconosciuta casa editrice Astorina, a uno dei fumetti più amati, Diabolik, è un ottimo specchietto per le allodole, che sfuma velocemente, però.

PRATO. Leggetevi il libricino di sala fornito dal Metastasio (è sul bancone alla destra della biglietteria), prima di assistere allo spettacolo, o portatevelo a casa, quando rientrate: non è un consiglio, ma un suggerimento che vi tornerà utile, se ascoltato. Altrimenti, di questo Decamerone 2.0 (in scena ancora stasera, 27 ottobre, alle 19,30 e domani pomeriggio), ambiziosa produzione locale, vi sfuggirà certamente qualcosa, qualcosa di importante. La rilettura che ne fa Letizia Renzini, regista, ideatrice e videomaker, è parecchio audace, psichedelica, dark, anche se con tinte decisamente freak, traslata da un piano puramente semantico ad altri, sette secoli prima, semplicemente incontemplabili perché nemmeno lontanamente immaginabili: danza, pittura, musica, tridimensionalità, ma è una corretta, oltre ogni più lecito lirismo, contestualizzazione del testo, perché la peste che falcidiò Firenze nel 1347 è la stessa, di dimensioni mostruosamente più grandi, seppur incruente, che sta decimando, quotidianamente, la popolazione internettizzata, collegata, rapita dalle piattaforme sociali e dimenticata dalle più naturali, elementari, genuine passioni.

FIRENZE. Da Vivaldi a Michael Jackson, passando per Lucio Battisti e Gigi D’Alessio. Dalla sacralità della classica, all’irriverenza del pop, attraverso le note d’autore e quelle trash della new melody napoletana. Ci sono voluti secoli di musica perché il cavaliere riuscisse a liberarsi della propria armatura e donarsi in sposa al proprio amato. Non ci sono refusi, né improvvidi arrocchi di vocali: è solo la nuova fase, lunare, di Filippo Timi, autentico fuoriclasse, che si è presentato in prima nazionale al pubblico della Pergola, a Firenze (si replica stasera, domani e domenica pomeriggio, 28 ottobre) con il suo nuovo Un cuore di vetro in inverno. Al suo fianco, in questa cavalcata guevariana contro i timori, le paure, i pregiudizi, le ombre, i rischi di contagio, la solita meravigliosa policroma Marina Rocco, stavolta angelo custode milanese di spudorata memoria monroeiana; Michele Capuano, uno scudiero sognante napoletano che si è poi dovuto accontentare; Andrea Soffiantini, un timido menestrello della pianura padana capace di stupire e Elena Lietti, una sgualdrina amarcordiana che distribuisce, senza alcuna diplomazia, medicamenti per l’anima e per il corpo.

MONSUMMANO (PT). Non ha bisogno di simultanei, né di abili storiografi, come di esperti gondolieri, o traghettatori di fama carontiana, Boccaccio; le sue opere, il suo Decamerone, si riciclano automaticamente: è la storia che parla la sua lingua. Però, un abile intrattenitore, un cronista eccellente non guasta affatto. E allora, seppur genovese a marchio di fabbrica, Tullio Solenghi, che si è fatto ossa e palcoscenico con la scuola classica, sembra davvero essere il crooner ideale di questa rappresentazione teatrale del volgare d'epoca più comprensibile, che ha aperto ieri, 23 ottobre, la stagione al Montand di Monsummano Terme, in un teatro, nonostante le lusinghe televisive dittatoriali del calcio che conta, pieno come se il piccolo schermo avesse mandato in onda una partita del Forrottoli, anziché della Juventus.

SESTO FIORENTINO (FI). Lo zoccolo morbido, perché variabilissimo, di ogni estratto societario ha i suoi maledetti; ci sono stati, ci sono e ci saranno. Kate Tempest, londinese del 1985, con una faccia incredibile da Monty Python, di questa razza di mezzo, in bilico tra la glorificazione della dannazione e la salvezza per l’assorbimento tra gli zombi, ne è diventata un’attendibile cronista, offrendo, di questo spaccato rintracciabile ovunque, recintato in vari zoo di origine berlinese, alcuni aspetti determinanti: lo fa scrivendo poesie e testi, allestendo drammaturgie, cantando in salsa rap (e in quale altra?) il nichilismo di una fetta marchiata a fuoco della sua generazione, quella dei trentenni/quarantenni. Anche il fiorentino Edoardo Zucchetti, il regista della trasposizione teatrale di Wasted (si replica stasera e domani, domenica 14 ottobre, alle 21, alla Limonaia, a Sesto Fiorentino) è un ragazzo dei tempi rappresentati, come i tre protagonisti: lo strimpellatore di chitarra che sogna senza alcuna cognizione professionale di diventare un rocker (Cristiano Dessì), l’impiegato di banca che è riuscito a tirar via le gambe dalle sabbie mobili dell’insostenibilità dell’essere salvo rimettercele, saltuariamente, perché è lì che ci si diverte davvero (Lorenzo Terenzi) e la professoressa nubile, senza figli, fidanzata storica ed elastica del chitarrista spiantato che non riesce a trovare mai un punto di contatto con i suoi studenti, anche lei emersa, seppur a malincuore, dalla palude degli inni alla dissoluzione (Francesca Sarteanesi).

FIRENZE. Rileggere è un’operazione indispensabile. Soprattutto in considerazione del fatto che di nuovo, da qui all’infinito, ci sarà ben poco. Quando si affondano le mani nella memoria poi, a teatro, ad esempio, un passaggio indispensabile è quello nella poetica di Eduardo De Filippo, di cui, per pudore, non ci permettiamo di dire nulla: basta il suo nome; Eduardo. E il gruppo dei Diplomati della scuola per attori Orazio Costa della Fondazione Teatro della Toscana (Francesco Grossi, Filippo Lai, Athos Leonardi, Claudia Ludovica Marino, Luca Pedron, Laura Pinato, Nadia Saragoni, Erica Trinchera e Lorenzo Volpe), sotto la guida di Gianfelice Imparato, parente acquisito della divinità sopracitata, ha deciso di mandare in scena, tradotti in italiano dalla lingua originaria napoletana, quattro atti brevi: Pericolosamente, I morti non fanno paura, Amicizia e Uomo e galantuomo. E visto che per questa prima nazionale, la compagnia ha scelto il restaurato Teatro Niccolini, di via Ricasoli, a Firenze, a due passi da quella meraviglia senza tempo che è il Duomo, l’operazione appare del tutto più che deontologicamente corretta.

SESTO FIORENTINO (FI). La lettura dell’autrice e la rilettura del suo quinto e ultimo testo sono indispensabili per gustare fin nel midollo e in tutta la sua musicalità 4:48 Psicosi, in scena (si replica stasera e domani, 30 settembre, alle 21) alla Limonaia di Sesto Fiorentino. Ma anche ignorando il breve tumultuoso percorso artistico di Sarah Kane, culminato (venti anni fa) a soli 28 anni con il suicidio e glorificato solo dopo la sua morte, dopo questa rappresentazione (diretta e disegnata da Dimitri Milopulos e tradotta da Barbara Nativi) si rientra nel nostro brutale anonimato reso ancor più commovente da fragili matrimoni, famiglie senza identità, macchine comprate a rate, casette con mutui devastanti, figli sconosciuti e sogni puntualmente tenuti ben nascosti sotto chiave nel cassetto, con qualche interrogativo in più e qualche illusione in meno. A cominciare dalle mille anime che albergano in ognuno di noi, che sono quelle che chiedono e vorrebbero che non si chiedesse, che rispondono e che preferirebbero tacere, che si concedono, ma vorrebbero negarsi.

PISTOIA. Siamo tornati a vederlo, al Piccolo Teatro Bolognini, di Pistoia, dopo un pomeriggio diplomatico di fiere e vanità al Manzoni, La scortecata, per due semplici motivi: il primo, è che non ci è costato nulla (facciamo parte di quella schiera di spettatori privilegiati ai quali sono puntualmente e gratuitamente riservati i posti in sala: ogni tanto dovremmo sforzarci di meritarli); il secondo, perché Emma Dante (sua la regìa), gode di una profondità emotiva che travalica i tempi, i generi e consegna al teatro la sua funzione/finzione migliore: la parola, il corpo, la passione. Tanto che nei panni delle due vecchissime sorelle intente a succhiarsi i mignoli per riuscire a sedurre il giovane re che abita poco distante dalla loro vecchia e modesta abitazione, la fuoriclasse palermitana, abile rilettrice della novella seicentesca di Giambattista Basile contenuta nel Cunto de li cunti, ci mette, così come sono, con muscoli poco palestrati e tatuaggi coperti, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola.

SESTO FIORENTINO (FI). Ha visto, certamente, uno dei capolavori di Kubrick, 2001 Odissea nello spazio, Andrea Bruni, così come siamo sicuri che abbia letto La fattoria degli animali, di Orwell. Le reminiscenze cinematografiche ce l’ha indotte il prologo bucolico, quello fatto nel giardino del Centro Espositivo Berti, a Sesto fiorentino, dove è stato allestito Animal’èsca, il progetto teatrale che il regista ha realizzato, oltre che in virtù dell’Associazione Culturale ZerA, grazie alle scrematura e successiva alfabetizzazione di alcuni dei suoi studenti/attori (Nadia Capanni, Nicola Caprini, David Cinelli, Greta Fanoi, Antonella Gori, Ilaria Mangiavacchi, Jessica Natali, Sara Pedroni Marta Ringressi, Filippo Sottili e Alessandra Taddei: l’ordine è alfabetico) per realizzarlo; quelle bibliografiche ce l’ha invece suggerite la trasformazione delle bestie in ominidi effettuata durante il passaggio sul palcoscenico, anche se nessuno degli undici in scena abbia perso, dal giardino al teatro, piumaggi, suoni gutturali e deambulazioni claudicanti.

CALENZANO (FI). Hanno tenuto a ribadirlo in più di una circostanza, durante lo spettacolo, che questo LinguaIncontro fosse, per lo più, un laboratorio. Ma nonostante le avvertenze, soprattutto in virtù di una cornice senza tempo (il Castello di Calenzano, sito da urlo), a quest’idea di Livia Gionfrida, alla quale non smetteremo mai di essere grati, manca la poesia, anche se, sul palco, Lucia Sargenti, voce incantevole, femmina di classe e attrice rispettabilissima, prova in ogni modo ad ammantare la rappresentazione con il velo della prosa. Ma l’intera messinscena soffre, senza riuscire a staccarsene quanto dovrebbe, il peso della comunicazione, che è un’altra iniziativa a favore dell’accoglienza, intesa come inevitabile contaminazione umana tra indigeni e migranti contraddistinta dall’unico, reale e, spesso insormontabile, ostacolo: la lingua.

PISTOIA. Spettacolo pop, da Club Med, dove nessuno si indignerebbe se accanto, qualcuno, invece che ascoltare e guardare quello che sta succedendo sul palco, fosse concentrato sullo schermo luminosissimo del proprio telefonino; in vacanza, anche se non è il massimo della deontologia, può anche starci; a teatro, no, cazzo! Ma fino a dittatura, occorre sopportare. Guido Catalano e Giuseppe Peveri, divenuto Dente, quest’ultimo, forse pensando a dove batta la lingua, quando questo duole, comunque, sono una coppia ben assortita: poeta in tono minore, il primo, che si dichiara, puntualmente, rocker fallito convertitosi alla letteratura solo perché meno affollata e più violabile e cantautore semiserio, il secondo, alla ricerca spasmodica e parossistica di rime troppo banali per essere vere che si rincorrono su un pentagramma facile e orecchiabile. Il pubblico e la critica comunque li hanno già assolti con formula piena e promossi e dall’inverno scorso solcano l’Italia in lungo e in largo presentando Contemporaneamente insieme, anche d’estate non lo abbiamo aggiunto noi, ma loro, proprio perché dopo i puntuali sold out dei quali hanno fatto incetta da ottobre a maggio, hanno deciso di sondare anche gli umori estivi.

PISTOIA. Serve a noi grandi, l’identificazione, non a quelli che abbiamo deciso di catalogare. Che a loro volta, cresciuti con i nostri condizionamenti, faranno altrettanto con i loro piccoli, in questo vortice senza fine, dove a ogni colore si abbina un genere, un’emozione, un’idea, una cultura. Ma i colori, per fortuna, sono alla portata di tutti coloro sappiano guardarli, corteggiarli, meritarli. E Il colore rosa, andato in scena al Funaro di Pistoia, nel panorama della seconda edizione del Pistoia Teatro Festival, può felicemente ed esemplarmente abbinarsi a qualcosa che con le femmine non abbia nulla a che fare; così come il celeste con i maschi e ogni altro cromatismo che per necessità tribale abbiniamo a un gruppo, a una setta, così come succede negli anfiteatri calcistici, o nelle guerre.

PISTOIA. Siamo in un salone di una casa di cura per pazienti con problemi comportamentali. No, siamo a teatro, che è la stessa cosa, che dovrebbe essere la stessa cosa. Perché lì, in quella struttura, come sui palcoscenici di tutto il mondo, la linea di confine è e deve essere sottilissima, quasi invisibile, da superare ogni volta che se ne sente la necessità, ma anche quando la vita, per cause di inerzie insopprimibili, semplici coincidenze, casualità, ti sospinge oltre, mandandoti poco più in là, che è comunque altrove. Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, artefici psicotici e ansiogeni di Delirio Bizzarro, andato in scena nel salone del Funaro, a Pistoia, all’interno della rassegna estiva Pistoia Teatro Festival, ne incarnano esemplarmente le sagome, frantumando, fino alla polverizzazione, quelle poche certezze che ci offrono l’illusione di non essere preferibilmente ricoverabili. Un domicilio coatto in una struttura preconfezionata nella quale, ognuno di noi, se ospitato, troverebbe certamente i propri spazi e sarebbe in grado di costruirci, all’interno, un suo habitat, se non ideale, quanto meno capace di tenerci lontano dal calice della tentazione estrema più suggestiva, il suicidio, che nella rappresentazione dell’altra sera nel circolo culturale pistoiese ha assunto connotati surreali, impalpabili, onirici.

PISTOIA. Basta spostarsi di poco verso sud, verso nord, o verso est, che si entra nelle province di Lecce, Brindisi, o Taranto. Erchie è lì, muta e silente, che aspetta che qualcuno faccia il proprio dovere, che poi è la storia, necessaria e impellente, che tutti aspettano che accada. Stavolta, a rompere le abitudini, a sconquassare la falsa ritmica armonia del paese, le sue tragiche incontrovertibili leggende, c’ha pensato La sorella di Gesucristo, decidendo di vendicarsi in prima persona contro chi, la sera precedente, si è tolto lo sfizio di abusare di lei. La pellicola scorre veloce e inesorabile sulla campagna al limitare del Salento. Il regista conosce bene quella terra e la gente che la popola; ognuno si rispecchia nel proprio pseudonimo, nomignolo, scagnanome; anche quello è una sorta di destino. La campagna ingiallita dal sole, dalle disillusioni e dalla musica che arriva anche lì, quella dei meravigliosi anni ’80, osserva in silenzio tutto quello che succede sopra di lei, giorno dopo giorno. Il racconto, di questa naturale, comprensibile, giustificata. inarrestabile e inarrestata vendetta, è affidato alla scrittura e all’interpretazione di Oscar De Summa, che con questa opera chiude la propria trilogia aperta da Diari di Provincia e proseguita con Stasera sono in vena.
Leggi tutto: Cristo si è fermato a Eboli; la sorella è scesa fino a Erchie

MONSUMMANO (PT). Più che a Gaber e a Jannacci, Tricarico sembra volersi ispirare ad uno dei meravigliosi poeti maledetti che insanguinarono di tristezza e nichilismo la Francia e l’Europa intera. La struttura ci potrebbe anche essere, ma sono alcuni dettagli hipster (la cravatta tenuta slacciata, gli occhiali da sole tenuti in piena notte sulla testa su una chioma che non ha bisogno di fermagli) a tradirlo, finendo per farlo naufragare in una serie di incomprensibili nonsense che non piacciono. E non fanno nemmeno ridere. Non a caso, Francesco Bottai, il cantautore pisano che ha preceduto sul palco dell’Yves Montand di Monsummano, vicino a Montecatini (dixit Tricarico) con Vite semiserie, l’esibizione del collega milanese (Da chi non te lo aspetti), entrambi fulcro di una delle tante serate che animeranno questa seconda edizione di Pistoia Teatro Festival, quando ha terminato la propria simpaticissima e gradevole esibizione e ha salutato lo sparuto pubblico, ha testualmente detto che d’ora in poi si sarebbero fatti du’ coglioni.

PONTEDERA (PI). Il cerchio si chiuderà domenica, 10 giugno (alle 21,30), quando Marco D’Amore (Un amore), Anna Foglietta (Una guerra) e Claudio Santamaria (Il potere), i tre protagonisti delle altrettante premesse andate in scena all’Anfiteatro dell’Era di Pontedera, si ritroveranno all’Anfiteatro del Triangolo Verde di Peccioli per chiudere – e aprire verso l’ignoto – Il caso e l’invenzione, la rilettura effettuata dal regista Michele Santeramo sulle tragiche e attuali Storie del Decamerone. Ieri sera, è stata la volta del limite e del paradosso dell’onnipotenza, che si ravvede, fino a pentirsi e a rinnegare il proprio trascorso proprio di fronte a quell’anonimato di cui ha gestito morte e miracoli, affidata al reading di Claudio Santamaria. Apparso leggermente ingessato, con un diaframma poco propenso alle modulazioni di frequenza e uno sguardo anonimamente ancorato all leggio, anche se animato e accompagnato dal violoncello di Francesco Mariozzi, una colonna sonora indispensabile a scandire tempi e pause di queste riflessioni ad alta voce.

FIRENZE. Quando si imbocca il viale del tramonto, verosimilmente breve e non sempre alberato, abbiamo l’opportunità, quasi sempre inconsapevole, di voltarci indietro. E guardare. Così hanno deciso di fare, dietro esplicita richiesta del regista, Roberto Bacci, Giovanna Daddi e Dario Marconcini, che si sono prestati a dare parola e scena ai loro ricordi, a volte sfumati dall’età, di una vita, la loro, vissuta nel teatro. Insieme. Mano nella mano, paura nel coraggio, per arrivare sul limitare del capolinea e contare le fermate, la gente salita a bordo, quella scesa, con loro due sempre lì, decisi e convinti di arrivare fino in fondo. Insieme. Quasi una vita – sottotitolato Scene dal chissàdove, ma anche, in omaggio a Bergman, Scene da un matrimonio – è il dubbio amletico che può, che deve, o almeno dovrebbe, interrogarci, ogni tanto, sui nostri confini, sulle nostre consapevolezze, sui nostri bilanci. Stasera, domenica 13 maggio, terza e ultima replica, poi, il Teatro Studio Mila Pieralli, che l’ha ospitato in uno dei suoi meccanismi scenici matrioskali, chiuderà i battenti della stagione.

Un PISTOIA. La linea di demarcazione tra memoria storica e finzione, a teatro, più che labile, è inesistente. Certo, per saggiarne a pieno il peso, occorre sapere l’inglese, ma questo, per fortuna, è un problema che ci ha condizionato solo questa sera, quando siamo stati costretti a tenere il naso all’insù, rivolto sul telone della sala del Funaro, per leggere le simultanee offerte dalla direzione del centro culturale pistoiese, invece che concentrarci sui marionettismi di Mark Down e della sua Henry – Memorie teatrali d’oltretomba. Pazienza. Il messaggio, il segnale, l’offerta della nuova produzione del Blind Summit sono comunque arrivati a destinazione, anche a noi, che abbiamo puntualmente riso a scoppio ritardato rispetto alla maggioranza degli spettatori forniti di una conoscenza, almeno dignitosa, dell’idioma britannico e che non hanno dovuto leggere cosa stesse dicendo, il regista, in azione come protagonista con i due assistenti Fiona Clift e Tom Espiner, per capirlo e apprezzarne l’humor.

FIRENZE. L’avevamo già visto, La merda, ma siamo tornati a vederlo (Teatro di Rifredi, stasera ultima replica, che chiude la stagione); e ne avevamo già scritto, ma recensiamo di nuovo. Ne vale la pena. Per noi, beninteso. Lei, Silvia Gallerano, la strepitosa e straordinaria mattatrice di un monologo scrittole addosso (sei anni fa) dal marito/regista, Cristian Ceresoli, non ne ha alcun bisogno delle nostre congratulazioni, né dei nostri incoraggiamenti. I coniugi, insieme, hanno vinto e stravinto tutto e ovunque e oltre alla doppia versione italo/inglese interpretata sempre da quella piccola incommensurabile macchina da guerra, lo spettacolo gode di una miriade di traduzioni in idiomi di cui non sappiamo nemmeno in quale paese si parlino. Ne scriviamo di nuovo perché oltre che addomesticare la nostra morbosa affezione di protagonismo recensorio, siamo convinti di aver colto un aspetto che ci era sfuggito, la volta precedente e che, dando un’occhiata alle dovute lodi sperticate scritte per loro dalla Spagna al Brasile, dalla Lituania alla Danimarca, sembra non aver coinvolto nemmeno i colleghi decisamente più titolati (in virtù di cosa, poi) di noi, a glorificare e/o crocifiggere uno spettacolo.

FIRENZE. Le cose stanno all’incirca così, dietro il sipario, per scegliere chi salirà sul palco, ma anche nella vita, per stabilire chi sarà il protagonista, proprio come ce le hanno raccontate stasera Alessandro Riccio (scrittore e regista) e Gaia Nanni, coppia teatrale sperimentatissima che al Teatro di Rifredi, fino a domenica, darà vita al loro ultimo lavoro in ordine di tempo, Audizioni, due monologhi contaminati e contaminanti che si interfacciano con un fantomatico regista (Paolo Santangelo, sua la voce fuori campo), una divinità inavvicinabile, invisibile, intransigente fino al sadismo, ma che non riesce a resistere ai peccati di gola. C’è un posto vacante nella compagnia e all’ultima audizione si presentano due candidati, un attore e un’attrice, ognuno con il proprio rispettabilissimo back ground: il regista rivendica la ricerca di un’anima e non di un genere; c’è poco da stupirsi se il ruolo sarà affidato a un uomo o a una donna.

FIRENZE. Poesia alla stato minimale e puro, con un livello emotivo di coinvolgimento spaventoso, diretto, totale. Senza precauzioni, senza rete. Una tenerezza sconfinante, che abbraccia, indistintamente, le papille gustative dello sbalordimento, della felicità e della tristezza. Succede continuamente, senza sosta, a Pss Pss, spettacolo di e con Camilla Pessi e Simone Fassari, della Compagnia Baccalà, che dopo aver fatto incette di premi in tutti e cinque i Continenti, sono passati dal Teatro Puccini, a Firenze, per l’ennesima (più di seicento) replica del loro capolavoro. Una summa clownesca di rara bellezza e precisione, dove i due monelli chapliniani esibiscono alcune navigatissime gemme circensi: prima e dopo ogni esibizione, Camilla e Simone si incoraggiano e si abbracciano; farà anche parte del copione, ma siamo convinti che questi due bambi spaventati dal mondo abbiano sistematicamente e fisicamente bisogno di sapere di non correre il rischio di essere abbandonati.

PISTOIA. È più facile rileggere Pina Bausch sul suo territorio o provare a farlo altrove? Non ne abbiamo idea. Vero è che quello che hanno fatto al Funaro di Pistoia è semplicemente esemplare, corretto, utile, costruttivo. Palermo Palermo appartiene all’imponente repertorio danzattoriale e coreografico dell’artista tedesca, conservato, come altri imprescindibili attestati artistici e culturali degli ultimi quarant’anni, dall’archivio del produttore internazionale Andrés Neumann, a sua volta conservato proprio dall’associazione culturale pistoiese. Il materiale, insomma, c’era; occorreva dipanarlo, spianarlo, renderlo commestibile, senza poter contare su nemmeno uno dei vari e tanti agenti del corpo di danza. Massimiliano Barbini, uno degli insostituibili del Funaro, ha riassunto, in pochi momenti nevralgici della vita di questo spettacolo, andato in scena nel 1990 al Biondo di Palermo e instancamente riproposto ovunque si sia voluto glorificare Pina Bausch, affidandosi, per una completezza umorale e scenografica, all’estro del polistrumentista Gennaro Scarpato, che ha rappresentato l’arcobaleno del suono di un altro immonetizzabile archivio, quello della Fondazione Tronci.

PRATO. Non scenderemo nei dettagli (sarebbe sacrilego) solo perché Belve, alla quale abbiamo assistito ieri, al Metastasio di Prato (si replica fino a domenica 22 aprile), è in prima nazionale. Ma di cose da dire e scrivere, di questa farsa del terzo millennio, ce ne sono in abbondanza. A iniziare dalla scelta dei protagonisti (Alberto Astorri, Salvatore Caruso, Alessandra De Santis, Monica Demuru, Vincenzo Nemolato e Aldo Ottobrino – l’ordine è alfabetico), assoldati dalla coppia Armando Pirozzi/Massimiliano Civica (testo e regia), un connubio già sperimentato, quest’ultimo, con risultati oltremodo soddisfacenti, addirittura con tanto di Ubu. Sei attori per dieci personaggi, tutti verosimilmente (in)credibili, patetici e schizofrenici, ognuno con il proprio trascorso misterioso, metropolitano, proletario e tutti animati e armati (non solo in senso figurato) dal diritto di guardare, ottimisticamente, al futuro. La struttura greca, prima e francese, poi, è tassonomicamente rispettata.

FIRENZE. La storia del piccolissimo siriano Alan Kurdi finisce nel settembre del 2015, su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua prima foto, e forse unica, gliel’ha scattata Nilufer Demir, la reporter che lo ha ritratto a pancia in giù, con il viso nella battigia, morto. Da allora, quel bambino e quell’immagine sono state, contemporaneamente, un veicolo, mostruoso, indifferentemente usato dalle coscienze e dalla demagogia. Giuliano Scarpinato ha provato – riuscendoci meravigliosamente – a tessere la storia di quello che non è stato e che non potrà mai essere ma che sarebbe potuto, solo se al padre di Alan, Abdullah Kurdi, il suo piccolo non gli fosse sfuggito dalle braccia durante una tempesta a mare aperto su un’imbarcazione di fortuna durante la migrazione verso la speranza. La rappresentazione, Alan e il mare, con la quale, meglio, il Teatro Mila Pieralli di Scandicci la stagione non avrebbe potuto chiuderla, è un concentrato senza soste, nitido, chiaro, efficace, poetico oltre ogni ragionevole sopportazione e oltremodo eloquente del teatro/studio, del teatro/denuncia, del nuovo teatro, quello che non ha alcuna voglia di morire,

PRATO. Molière, probabilmente, era davvero lungimirante o il genere umano, il mondo e le sue varie sfaccettature esistenziali, da lì in poi, di progressi, ne han fatti davvero pochi. Dove alberghi la ragione, poco importa, ma ci è parso necessario fare questo piccolo incipit per iniziare a raccontarvi Il misantropo, opera anomala del drammaturgo francese prodotto da Elsinor Centro di produzione teatrale, tradotto da Cesare Garboli, riadattato dalla regista/pianista Monica Conti e che sarà replicato ancora due giorni al Fabbricone di Prato. Il rigore morale di Alceste (Roberto Trifirò) è noto, così come la sua ostinata intransigenza – che lo condurrà alla misantropia - nel non sottomettersi, mai, ad alcun compromesso. A patto che a chiedere eccezioni non sia l’amore, o meglio, il desiderio, che si incarna nella bella Celimène (Flaminia Cuzzoli), che nonostante possegga, o sia posseduta, da tutti i detestabili vezzi e vizi della società, esercita, universalmente, quell’attrazione fatale, che coinvolge intorno alle sue gonnelle (e ai suoi commoventi polpacci) tanto gli intellettuali che gli stolti borghesucci.

PRATO. Veniva da Udine. Si chiamava Pasquale, don Pasquale. Era alto, vicino ai 190 centimetri; colto, elegante. La parrocchia di san Policarpo, a Cinecittà, periferia sud di Roma, reputò opportuno, poco dopo il suo arrivo nella canonica in pietra, affidargli la messa domenicale d’élite, quella delle 11. Se ne pentirono presto, i vertici ecclesiastici. La goccia che fece traboccare il vaso, che si colmò comunque nel giro di poche settimane, fu una sua omelia particolarmente vibrante dopo il famoso passo evangelico di Matteo: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Apostrofò, indicandole addirittura, alcune fedeli che si erano presentate in chiesa con costosissime pellicce. Don Sisto, il parroco, preoccupato del pericolo rosso, più che di un’emorragia di fedeli, si rimpossessò, immediatamente, della celebrazione delle 11, retrocedendo il giovane friulano a quella delle 9, popolata da frequentatori molto anziani o da giovani scalpitanti per andare quanto prima a giocare a pallone nel campo di terra attiguo, utenti questi che non avrebbero potuto, in alcun modo, restare irreparabilmente affascinati dai moniti del loro pastore.

PRATO. Solo quando si diventa genitori si scopre il terzo lato dell’amore, che è il volume, o la profondità. Solo allora. I sentimenti che ci brulicano l’esistenza fino a quel momento sono soltanto un preparativo, ma che non rendono, perché non possono, minimamente l’idea. L’idea, invece, questa idea universale, che non conosce cromatismi epidermici, idiomi, latitudini, la rende alla perfezione Livia Giunfrida, (con)fondendo due novelle leggendarie: il Vangelo e Pinocchio. Gioia (ieri sera, 30 marzo, ultima replica al Fabbrichino di Prato), sottotitolata Via Crucis per simulacri, è una straordinaria novella, siciliana per benefiche circostanze attoriali, che la registra/drammaturga porta in scena dopo aver lavorato anni e anni in carcere, a diretto contatto con i carnefici di ieri, che a volte, si sono trasformati in vittime, portando sulle loro spalle e su quelle delle loro madri, in particolare, la Croce del Golgota.

PISTOIA. Il contrappasso è doloroso: ci sono uomini in divisa, pronti a condurci chissaddove, senza però evitarci di sfilare in passerella e mostrarci al pubblico ludibrio. Che è quello che suscitiamo agli altri, che sono lì, ad aspettare, incollati davanti alle tivvù e hanno una famelica necessità di ringhiare contro gli sfigati, che sono spesso quelli che non hanno saputo reggere al gioco. Il gioco, ufficiale, è quello al quale non possiamo più sottrarci, è quello che ci fa sentire vivi, o ci regala l’illusione di non essere ancora morti, o che per darci l’inebriante sensazione di vita ci induce a sacrificare quella di chiunque altro. Il gioco che potremmo organizzare invece è la rivoluzione, ma non appena se ne accenna l’idea, arrivano i rabbonificatori, le droghe, l’alcool, la musica alla consolle, i pestaggi. La sommossa e il suo Teatro comunque continuano, imperterriti, a non aspettare liberatorie, tregue, condoni, passaporti. E dopo La Merda, si ostina a disobbedire. Ancora, con la stessa caotica nevrosi, velocità, modalità e partitura, stavolta affidata non più alla sola Silvia Gallerano, la piccola Ado, innaorata della vita, ma timorosa di non saperla condurre, ma anche a un suo collega, Stefano Cenci, il fratello, Kerfuffle, che gioca pochissimo a pallone perché è sempre in panchina e ha il pisello piccolo, per questo fa la doccia con la mutande, ma se si masturba...

LAMPORECCHIO (PT). In linea di principio e logica, non dovrebbe esserci alcuna relazione tra l’esposizione televisiva e il richiamo teatrale. Soprattutto perché sono due mondi, artisticamente, molto diversi. E invece, sono corrispondenzialmente biunivoci: il secondo, serve al primo per regalare, a palinsesti che traboccano di nani e ballerine, qualcosa di pregiato; la prima, assicura alle sale strabilianti e imprevedibili pienoni. La tivvù pesca a teatro i migliori, anche se sono spesso molto poco televisivi; lo fanno perché quando è tempo di rendicontazioni, i vari direttori possono comunque vantare di aver assoldato a cause altrimenti destinate a personaggi pseudo inqualificabili nomi di spessore reale e non presunto. E i teatri, a loro volta, non temono fiaschi o platee desolatamente semivuote quando in cartellone compare uno di quei nomi che la televisione ha, più o meno opportunamente, glorificato.

CALENZANO (FI). Ha riposto nei due cassetti sventrati da chissà quale armadio i calcinacci di un bombardamento qualsiasi e dopo aver ridotto la rete da letto pieghevole e aver appoggiato ad un lato del tavolino le due sedie libere da orpelli dolorosi, ha lasciato la scena, prendendosi tutti gli applausi possibili e immaginabili che il pubblico del Teatro Manzoni, più noto come il Teatro delle donne, nella desolatissima landa fiorentina di Calenzano, ha voluto decretarle. Gli studi matti e disperatissimi di danza classica le hanno ingentilito il volto e i movimenti; per la mimica, il diaframma e i tempi teatrali, è dovuta passare dall’Accademia del Piccolo di Milano di Giorgio Strehler, dove si è diplomata e dove ha avuto la fortuna di incontrare anche Giulia Lazzarini, che deve averla artisticamente adottata, visto il candore e la forza delle parole. Nei Monologhi dell’atomica, che l’attrice genovese ha estratto da Preghiera per Cernobyl, di Svetlana Aleksievich e Nagasaky, di Kyoko Hayashi, prodotto da Le Imperdonabili e che porta in scena, rigorosamente nei Teatri di nicchia e, possibilmente, nelle scuole, da due anni, Elena Arvigo si presenta sul palco con la tuta anti radiazioni e la maschera antigas.

PRATO. L’idea non è affatto malvagia: il teatro nel teatro a presa diretta con il pubblico che viene investito da una pregevole messinscena, oliata a dovere, da un regista (Tindaro Granata) e una drammaturga (Mariangela Granelli) che si muovono su una scenografia che sorregge sistematicamente lo spettacolo chimicamente confusionario della storia, scusate, della leggenda di Ifigenia, alla quale succederà, nel caso specifico, di essere liberata. Ma dopo la virgola, che vuol dir ben altro; anzi, il contrario. Al Fabbricone di Prato (si replica stasera, alle 19,30 e domani, domenica 25 marzo, nel pomeriggio), Carmelo Rifici (l’erede di Luca Ronconi, almeno sullo scranno del Piccolo Teatro di Milano) e Angela Demattè portano in scena parecchi dubbi esistenziali sulla violenza di genere, la necessità di individuare un nemico, la decisione di sopprimerlo, quanto più teatralmente possibile, come soluzione, lasciandosi ispirare dalla tragedia della bellissima primogenita di Agamennone (Edoardo Ribatto) e Clitennestra (Giorgia Senesi), Ifigenia (Anahì Traversi) appunto, che viene immolata e sacrificata ad Artemide affinché il vento riprenda a soffiare sulle vele delle migliaia di condottieri greci bloccati in Aulide dalla vendicativa calma piatta che impedisce loro di salpare per andare ad assediare e sconfiggere Troya.

FIRENZE. Poesia e dolore; solitudine. Luci, ombre, pittura; speranza. Corpo e muscoli; disciplina. Ossessione e musica; studio. Teatro. Emma Dante non si smentisce. Anzi, rincara le dosi, dolorifica e onirica, e nella circostanza, La Scortecata (Teatro di Rifredi: si replica stasera e domani, sabato 24 marzo), esaspera magistralmente il suo dispotismo, affidandosi però al macchiettismo di due meravigliose vecchie zitelle, Carolina e Rusinella, che resuscitano nei corpi incorruttibili e malleabili di Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Uno spettacolo potente, un portento spettacolare, ancora una volta minimale (due sedie, un tavolino sul quale poggia il plastico di una reggia e una porta coricata a terra, dalla serratura della quale passa il dito mignolo e un effetto luce, Cristian Zucaro, da far impallidire) affinché il pubblico non subisca distrazioni e si concentri sul cono di luce che illumina smorfie e bicipiti, che amplifica lo slang, che renda il giusto onore a motivi musicali passati oltraggiosamente in cavalleria, che si genufletta alla poesia di immagini carioca e che abbia, come regalo conclusivo, se non la consapevolezza, almeno l’illusione di assistere a una mostra del Caravaggio.

FIRENZE. Le letture collaterali che La meccanica dell’amore sfoggia con imponente disinvoltura, precedute e ribadite da altri spettacoli ai quali si può tranquillamente apparentare, sono molto importanti ai fini di un’analisi artistica complessiva. In primis, la solitudine, che perseguita inesorabilmente l’incedere del tempo e dell’età, seguita, come effetto collaterale, dall’indispensabilità di una qualsiasi compagnia e dalla spasmodica conservazione della memoria, degli oggetti, anche quelli non più utili ad alcuna causa, che a sua volta innesca un altro meccanismo, quello del riuso, del riciclaggio, fino ad arrivare all’atteggiamento che dovremmo quanto prima adottare tutti, se vogliamo salvarci: la decrescita. Ma Alessandro Riccio, che firma anche la regia e Gaia Nanni, i protagonisti di questa commedia che continua a registrare, ormai da cinque anni, gradimenti e pienoni, come sta succedendo al Teatro Reims di Firenze (si replica fino a domenica 18 marzo) arrivano diritti ai centri nervosi, e dunque a quelle delle sinapsi del divertimento, anche senza alcuna elucubrazione intellettuale, senza approfondimenti sovrastrutturali.

CALENZANO (FI). I punti interrogativi che chiudono quasi tutti (quasi è un eufemismo che regge malissimo, in questo caso) i nostri dubbi esistenziali sono destinati a rimanere tali. Anzi. Si corre seriamente il rischio, qualora si voglia incaponirci, per scioglierli, di ingarbugliarci ulteriormente e a quel punto solo le sostanze chimiche altamente dissuasive, o il suicidio, rendono pace. Anche il Teatro, inteso nel senso più nobile tra le espressioni di vita, deve necessariamente, per sopravvivere, attenersi ai rigori sopra descritti; altrimenti, esula da qualsiasi classificazione e perde la propria identità, diventando, nella migliore delle ipotesi, altro, che non è più teatro, almeno quello con il quale siamo costretti a relazionare le nostre recensioni, che soffrono, a loro volta, della nostra percezione, nella quale vivono e convivono, oltre che una oggettiva considerazione del testo e dei protagonisti, anche gli umori, le vicissitudini oggettive e soggettive e gli stati transitori.

FIRENZE. La linea di demarcazione tra la sobrietà e la follia si fa sempre più sottile, così come quella che separa, a teatro, la fuffa dai capolavori; alcune volte, per riuscire a distinguerle, occorre fare molta attenzione e non lasciarsi andare a emotività preconcette; si rischia grossissimo. Come ieri sera, ad esempio, quando ci hanno fatto accomodare nel retro dello Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci, a Firenze e una volta tolti giacconi e cappotti, invitati a trasferirci nella sala attigua, inverosimilmente illuminata e riscaldata da rettilario. Ma non sarebbe potuto essere altrimenti; e noi, che avevamo storto il naso, ci siamo dovuti immediatamente ricredere, perché quel gioco aveva bisogno di queste accortezze, di quella promiscuità, di quella reciproca invasione di campi e ruoli, come in un vero e proprio laboratorio. Domenico Cucinotta, del resto, è un clown, e che clown, e come tutti, semiserio, onirico, un simpaticissimo burlone, ma di assoluto e impeccabile rigore, un traghettatore di sogni, un delizioso cantastorie di emozioni, un Attore con la A maiuscola.

FIRENZE. Non è blasfemo traghettare La locandiera dalla Firenze del ‘700 a due secoli successivi, fino sul delta del Po. Anzi, l’operazione è oggettivamente indolore e il risultato, con un Carlo Goldoni che non tramonterà mai, è oggettivamente e insindacabilmente piacevole. Soprattutto perché Mirandolina si chiama Silvia Gallerano, una piccola grande donna del palcoscenico, alla quale Stefano Sabelli, il regista-riadattatore di una delle opere più rappresentate, ha dato le chiavi di questo intramontabile groviglio di corteggiamenti, malizie e miserie del genere maschile al cospetto di una femmina che piace, sottotitolandolo l’arte per vincere. Anche l’idea della locanda-luna park è, oltre che funzionale al palcoscenico del Teatro di Rifredi, che ospita fino a sabato prossimo, 10 marzo, la rappresentazione, estremamente redditizia e soprattutto offre alla commedia, veloce, senza pause, il ritmo giusto di una scrittura che aveva con sé, già alla nascita, tutti i tempi ideali del teatro.

PISTOIA. Se ne trovano anche in Occidente e anche nel nostro piccolo paese – eccome! – famiglie come quella che trascorre una Lunga giornata verso la notte. Non è infatti così lontano dalla realtà provare a immaginare un padre fiero del proprio semifallimento (Arturo Cirillo), sposato con una donna ostaggio della tossicodipendenza (Milvia Marigliano), genitori di due figli (Rosario Lisma e Riccardo Buffonini) che non riusciranno in alcun modo a riscattare l’opacità genitoriale. Certo, negli Stati Uniti, un Paese con scarse identità e alla ricerca spasmodica di almeno una, la famiglia, certi quadretti sono più frequenti, soprattutto se a tinteggiarne i confini, fino all’esasperazione, claustrofobica, ossessiva, a volte surreale, è Eugene O’ Neill, drammaturgo americano con il quale il regista, Arturo Cirillo, ha voluto chiudere la trilogia (al Teatro Manzoni di Pistoia; si replica stasera, 3 marzo, alle 21 e domani alle 16) tutta statunitense del declino americano iniziato con lo Zoo di vetro, di Tennesse Williams e proseguito con Chi ha paura di Virginia Woolf, di Edward Albee.

MONSUMMANO (PT). Sono passati trentacinque anni dalla prima rappresentazione di Coppia aperta, quasi spalancata, ma le cose stanno quasi nello stesso identico modo. Gli uomini-mariti continuano a sentire la necessità di esplorare passioni, ardori, sperimentazioni e quando lo fanno (tutte le volte che vogliono, in pratica) hanno anche la presunzione che le loro compagne capiscano, chiedendo loro addirittura complicità; quando quelle donne-mogli, subdolamente incalzate dai mariti a prendersi i loro spazi (per giustificare quelli che loro si sono indebitamente aggiudicati) e spronate dai figli a riallacciare le fila dei loro sentimenti si azzardano soltanto a pensarlo di provare a vivere amore e passione con un altro uomo che non sia il marito, scatta, automaticamente, la tragedia.

PISTOIA. Il dubbio che ci stessero prendendo bellamente per il culo, per un attimo, ci ha assalito, dobbiamo essere onesti. La bellezza rovesciata ha un limite, pensavamo, mentre sul palco del Funaro, a Pistoia, Claudia Marsicano dava corpo, vita, poesia, musica, ritmo, armonia e soprattutto intelligenza all’ultima pro-vocazione di Silvia Gribaudi, R.OSA – dieci esercizi per nuovi virtuosismi -. E quando eravamo sul punto di ricrederci, l’ansia che si trattasse di un’impressione è tornata a impossessarsi dei nostri sensi ancor più prepotentemente. È successo quando in uno degli esercizi, Claudia R.OSA Marsicano ha invitato il pubblico del Funaro a seguire le sue piroette da convention, quelle che si addicono parecchio agli stages dove si insegna a guadagnare una fortuna in poco tempo, o dove il santone di turno infligge ai suoi seguaci gli anatemi della subalternità.

PRATO. Non occorre sfogliare i dossier che racchiudono le denunce fatte dalle donne agli uomini, spesso ai loro uomini, per sapere, prima di leggere, che all’inizio era molto premuroso, dolce, comprensivo. E non occorre nemmeno andare molto verso Meridione per rintracciare storie simili di ordinaria follia. Spesso, anzi, sui tavoli dei giudici, queste cose non ci arrivano proprio, perché le donne, sovente, sono solite aspettare, aspettare che tutto torni com’era all’inizio. E invece. Con Polvere, Saverio La Ruina ci va giù duro per denunciare i secolari soprusi sofferti dal mondo femminile, dimenticando gli struggenti monologhi didascalici, ma portando in scena, al Teatro Magnolfi di Prato, un angolo domestico di cui, prima che sui giornali nelle pagine della cronaca, ne abbiamo sentito parlare sicuramente, augurandosi, tra l'altro, di non essere addirittura stati vili protagonisti. Per intavolare questo meraviglioso e terrificante quadretto familiare, fatto di perfide rassicurazioni, sottili e subdoli ricatti, altalene psicotiche di profonda tenerezza miste a processi sommari, sentenze e, quasi sempre, violenze, Saverio La Ruina svuota come sempre il palcoscenico e si avvale di Cecilia Foti e della sua grande interpretazione di una donna che sta lentamente provando a dimenticare e cancellare una violenza sessuale subita e della quale ha preferito tacere.

PRATO. Ribadiamo un concetto, che si racchiude in un aggettivo, precedentemente e orgogliosamente espresso da quando abbiamo avuto la fortuna e l’onore di imbatterci nel teatro di Saverio La Ruina: indispensabile. Nella dinamica, come nei contenuti, un laboratorio teatrale che si avvale, rapacemente, di parola, forma, luce, espressività, carica emozionale. Tutte cose diligentemente apprese alla Scuola di Teatro di Bologna, dove si è diplomato, certo, ma la palestra più grande e redditizia, per Saverio La Ruina è stata, lo deduciamo, non è scritto su alcun resoconto biografico, la terra, aspra, silenziosa, vendicativa e (im)memore della sua Castrovillari. Lo diciamo perché vederlo, per l’ennesima volta, all’opera (al Teatro Magnolfi di Prato, che gli ha dedicato un trittico; ieri sera, La borto), non possiamo in alcun modo sottrarci dalla sensazione che la sua prima professoressa sia stata una sua nonna o quella di un amichetto con il quale sarà cresciuto. Nella sua profondità, nella capacità d’immersione tra i meandri più occulti e sconfinati della paure e delle verità tenute per secoli a freno e sotto spirito, Saverio La Ruina estrae, come un solo un lungimirante ma infaticabile cercatore d’oro sa fare, l’essenza della materia, quella che viene asetticamente tramandata da generazioni e che ha trovato, nel suo teatro, un attento, rigoroso e tenerissimo interprete.
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PRATO. I bar, specialmente quelli notturni e i loro clienti più affezionati, che sono quelli più anonimi, di passaggio, ma spesso prolungato, si somigliano tutti; cambia l’arredo, i proprietari, cambiano i paraggi e le città che li ospitano, ma rappresentano quasi sempre posti di frontiera. Raccontati da quell’anticristo di Harold Pinter e portati in scena da Valerio Binasco poi, quei bar notturni assumono il tepore romantico e maledetto dell’ultima anticamera prima della fine. Indifferentemente. Che si tratti de Il Calapranzi, Tess, o L’ultimo ad andarsene o Night, se preferite, l’equazione borderline risulta essere la stessa claustrofobica soluzione. Certo, ci vogliono gli avventori giusti, quelli che oltre a bere, lasciarsi andare, cullare la propria schizofrenia e maledirsi sappiano anche non raccontarsi, così come ci riescono, meravigliosamente, Nicola Pannelli, Sergio Romano e Arianna Scommegna, che potrete vedere soltanto oggi pomeriggio, al Metastasio di Prato, nella sesta e ultima replica di Night bar.

FIRENZE. La velocità con la quale si muove, da qualche tempo, l’umanità tutta, almeno quella connessa alle piattaforme sociali, è tale e tanta che non consente riflessioni; si sopravvive, correndo a perdifiato, su una lamina affilatissima, sottesa tra due strapiombi: da una parte l'inferno, dall’altra, il paradiso. Difficilissimo restare a lungo in equilibrio; l’importante è cadere dalla parte dove ci si fa meno male. Con Il Principio di Archimede, la teoria supposta, non sembra avere molta relazione, ma Josep Maria Mirò, autore del testo, tradotto da Angelo Savelli (che firma la regia) e Josep Anton Codina e sul palco del Teatro di Rifredi fino al prossimo 25 febbraio, è intorno a questi pregiudizi e a queste violenze che sembra voler indagare. Il matematico siciliano, oltre duemila anni fa, quando postulò il proprio principio, così straordinario da prendere il suo nome, non voleva, probabilmente, relazionarsi con gli effetti collaterali di una società allo sbando, delegittimata, violentissima, ma è proprio intorno alla teoria che - ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato - si muove lo spettacolo.

PRATO. Da qualche tempo si chiama ludopatia e i suoi pazienti virtualmente convinti di voler guarire (la stragrande maggioranza sono quelli che non ne vogliono sapere, comunque, e dilapidano fortune, o anche solo la pensione) riempiono i centri di recupero. Ma la malattia del gioco è morbo antico e già nel 1866, Fedor Dostoewskji, anche lui vittima dell’adrenalina delle scommesse, cercò di guarire da quella dipendenza stendendo, in poco meno di un mese, uno dei suoi capolavori, Il giocatore appunto, che Gabriele Russo, grazie alla lettura e riadattamento operate da Vitaliano Trevisan, ha portato in scena (al Fabbricone di Prato), affidandosi ad un’équipe attoriale particolarmente oliata e bravissima a darsi il cambio alla testa della corsa a eliminazione per tenere puntualmente il cronometro e la suspence all’altezza dell’inesorabile incedere della clessidra, che ha suonato il gong dell’inizio della rappresentazione e non ha concesso nemmeno un attimo di replica, se non per gli applausi, subito dopo il travaso dell’ultimo granello di sabbia da un’ampolla all’altra.

PRATO. Un sobillatore. Un poeta. Saverio La Ruina è l’uno e l’altro, costantemente, continuamente, anche se il romanticismo prende puntualmente il sopravvento. Giusto così, del resto, visto e considerato che il giovanotto, in splendida forma, è un attore, uno di quelli che lascia il segno, che ti riaccompagna verso casa con la tragica tenera consapevolezza della solitudine, quella che accompagna ognuno di noi, quella che accompagna ogni essere umano specialmente quando imbocca la via del tramonto. Anche gli omosessuali, certo, perché anche un ricchione, un invertito, un frocio, chiamatelo come meglio potete dispregiarli, a una certa età, gestisce male quella che un tempo chiamava indipendenza. Il pretesto confessorio è incantevole, sublime, delicato, solitario, diretto, invernale, come per Walter Bonatti fu la parete nord del Cervino; in un cimitero, di fronte alla lapide della madre, alla quale non ha mai confessato la propria malattia, Saverio La Ruina racconta il proprio essere Masculu e fìammina (al Teatro Magnolfi, di Prato, che ospita un suo trittico) nel posto meno indicato, nel posto più sbagliato.

LAMPRECCHIO (PT). Del libretto originario ne ha fatto quel che ha voluto, senza correre il rischio di essere tacciata di blasfemia. La vedova allegra, del resto, non ha mai avuto pretese leggendarie, anche se poi, a teatro, in molti ci si sono sbizzarriti, e parecchio. Anche Maddalena Crippa, in verità, che ha collaborato con il regista Bruno Stori in questa rivisitazione musicale dichiarandosi immediatamente e apertamente con l’inversione sostantivo/aggettivo, L’allegra vedova, si è divertita molto, ma soprattutto ha divertito il pubblico che ne ha ancora una volta piacevolmente sottolineato la meravigliosa duttilità e camaleontismo, doti che abbinate a un profondissimo professionale senso del termine attrice, fanno della fascinosa sessantunenne brianzola una delle donne più interessanti dello spettacolo artistico italiano.

FIRENZE. Vogliamo parlare dello strano caso cronachistico-giudiziario di Gloucester, piccola cittadina del sudest inglese con poco più di centomila abitanti, dove in un college diciotto minorenni rimasero contemporaneamente incinte con il consapevole desiderio di creare una comunità al femminile, strane gravidanze che suggerirono a cinquecento uomini di marciare contro il loro genere (maschile) di fronte al dilagare della violenza domestica perpetrata sulle donne, che pure merita attenzione, spazio giornalistico e indignazione o di Sorry, boys, lo spettacolo teatrale che alla vicenda si ispira, ideato e portato in scena dalla meravigliosa Marta Cuscunà e che ieri sera, a Rifredi, ha chiuso, tra gli applausi e lo stupore (come può, uno scricciolo, sprigionare tanta energia), la tre giorni di Firenze?

PISTOIA. Un’opera concertistica apparentemente sprovvista di direttore d’orchestra - ma forte di un poderoso impianto scenografico, con schermi e video chirurgici e di un popolo in viaggio, di migranti - che riesce a restare in piedi per tutta la durata dell’esibizione senza cedere mai, di un solo atomo, alla fatica, a psicosi mnemoniche, a crisi di identità. Uno staff strumentale eccellente, con un battitore libero, Franco Branciaroli, nell’occasione eunuco, nell’abito di Medea, che ricalca, quasi ossessivamente, quello che nel 1996 il maestro Luca Ronconi disegnò sul foglio del palcoscenico con l'allora collaboratore Daniele Salvo, che oggi lo ripropone. Non sappiamo a quante riletture della controversa tragedia greca abbiamo già assistito e, abbiamo il sentore, non abbiamo la minima idea di quante ancora ce ne riproporranno. Forse, però, può bastare così. Lo diciamo dopo aver assistito alla prima al Teatro Manzoni di Pistoia (si replica stasera, alle 21, e domani, domenica 4 febbraio, alle 16), un capolavoro polifonico, con un intreccio di umori e sensazioni e traiettorie meraviglioso, un impianto scenico roteante, con le vertigini per una scala dalle quale piovono, nel salone della villa regale di Corinto, attori e sgherri, argonauti e strilloni.

FIRENZE. Grisélidis Réal somiglia vagamente a Bocca di Rosa; un po’ meno a Efe Bal, pochissimo, anzi, affatto, ad una qualsiasi escort, ma la sua storia, scritta e trascritta e portata a teatro da Coraly Zahonero, per la regia di Juan Diego Puerta Lopez, è una di quelle nella quale qualsiasi prostituta – chiamarla mignotta renderebbe forse più l’idea, ma ci imbatteremmo nelle censure deontologiche - di entrambi gli emisferi ci si può riconoscere. Casomai sorvolando su qualche dettaglio e lasciando allo spettatore un briciolo di scontata immaginazione che nel bel mezzo di una rappresentazione, anzi, soprattutto, non guasta davvero.

PRATO. Non è facile separare il coinvolgimento emotivo dalla cruda recensione. La colpa, comunque, è solo sua, di Tindaro Granata, il vocalista del nuovo capitolo dei Malavoglia, quello che Verga non avrebbe mai pensato di dover scrivere. Perché anche ad Aci Trezza, uno dei figli di Padron ‘Ntoni o di Bastianazzo, scegliete voi, ce l’ha fatta a lasciare il paese dove si vive solo di pesca e andare a Roma, a fare l’attore. Contro tutto e contro tutti, contro la storia, la leggenda e i pregiudizi, contro la fortuna, i luoghi comuni, i nepotismi incancreniti, salendo sul primo treno appena giunto alla stazione. Le lacrime si sono già asciugate, tornando a casa e quella tenerissima rabbia che ci ha regalato il suo sorriso la mettiamo da parte, dimenticandola giusto il tempo di recensire Antropolaroid, ma conservandola gelosamente, per il suo e il nostro futuro, ma soprattutto per il suo e il nostro passato.

PRATO. Chissà chi sia mai stato a presentare, a quelli di Punta Corsara, Shakespeare. In un primo momento, siamo convinti che l’abbiano scambiato per un pazzo (dalle parti di Scampia, poi, tra presunti e reali, il campionario è coloratissimo). Poi, però, quando qualcuno deve aver detto loro che quel tipo parecchio strano, in realtà, era uno molto, ma molto importante, nonostante non abbiano cambiato idea – anzi -, se ne sono fatti una ragione. E uno spettacolo, Hamlet travestie, che gira l’Italia ormai da tre anni, lasciandosi ovunque dietro una cortina di spontanea e applaudita simpatia. Come ieri sera al Fabbricone di Prato (si replica stasera, 20,45, domani, 19,30 e domenica, 21 gennaio, alle 16,30). Il riferimento amletico però è molto più complicato di quanto si possa immaginare, perché all’incipit shakespeariano dovete poi aggiungere la parodia anglosassone settecentesca firmata da John Poole e miscelare il tutto con una commedia napoletana di Antonio Petito, il Don Fausto.

AGLIANA (PT). Anche il più incallito razzista e xenofobo non può non impietosirsi di fronte alla storia di Cher (Alessio Zirulia), un giovane pakistano che arriva dalle nostre parti fuggendo da tutto e da tutti e riesce a farsi inserire in un centro d’accoglienza per minori grazie al fattivo prodigarsi dell’avvocatessa Viviana (Amanda Sandrelli), che è la compagna di Paolo (Luca Giordana), uno degli addetti della comunità di profughi. Ma Vivo in una giungla, dormo sulle spine, lo spettacolo ideato e diretto da Laura Sicignano e scritto con la collaborazione di Shahzeb Iqbal, in scena ieri sera al Teatro Moderno di Agliana, è un manifesto teatrale di corretta denuncia, che parteggia spudoratamente per gli ultimi (il padre di Viviana è un terrone emigrato al Nord, dove ha lavorato una vita in fabbrica, di giorno e studiato altrettanto, di notte, il comunismo), ma che non dimentica di denunciare come dietro questa macchina umanitaria si muova un pauroso sottobosco di interessi mafiosi, un vortice di permessi e soldi che abbrutisce e devia l’aspetto umanitario, offre gratuitamente linfa preziosa al revanchismo più bieco, ma non allevia, di un solo atomo, la disperazione che affligge questa umanità di particolari e spesso indesiderati viaggiatori.

PISTOIA. Il dolore – è una commedia noir – ci è sfuggito, ma anche la vena umoristica; quest’ultima, in compenso, non è stata afferrata nemmeno dal resto del pubblico del Teatro Manzoni di Pistoia (si replica stasera, sabato e domani pomeriggio, 14 gennaio), perché a ridere sono stati in pochi e con parecchia parsimonia. Che siamo in una villa che rappresenta fortune dimenticate lo si capisce leggendo le note, non certo dalla caustica e caotica confusione scenografica. Le Sisters, o Come stelle nel buio (la sovratitolazione anglosassone lascia ulteriormente perplessi), sono due sorelle con trascorsi artistici: Regina (Maria Rosaria, in arte Iaia, Forte), corpulenta e sguaiata ma modesta cantante napoletana, come Igor Esposito, autore del testo e Chiara (Isabella Fogliazza, in arte Ferrari), la sorella meno vesciaiuola, che non slenga i bassi anche perché (bisognerebbe chiederlo a Valerio Binasco, il regista) ha fatto un po’ di cinema, forse.
di Luigi Scardigli

PRATO. Per molti, è un’ossessione, un disagio incolmabile; per lui, la liberazione dell’indefinito, l’opportunità di scrittura, l’esaltazione della spiritualità. Lui, è Roberto Latini e l’opera, infinita, nel senso letterale del termine, è I giganti della montagna, iniziata e mai conclusa da Luigi Pirandello, di cui ve ne parliamo a stento, con parecchie difficoltà, nostre, ma solo e soltanto per il senso del pudore che ci ha assalito non appena è calato il sipario sul Metastasio di Prato (si replica da stasera fino a domenica pomeriggio, 11 gennaio) e abbiamo capito che non ci saremmo potuti sottrarre dalla gioia, onerosissima, di recensirlo. Ci proviamo, ma siate clementi se non riusciremo lontanamente a portarvi sul limitare della follia, della poesia, dell’assurdo, della morte e della resurrezione così come ha invece saputo fare Roberto Latini entrando e uscendo da tutti i numerosi personaggi, ben più di sei, che popolano l’ultimo capolavoro di Pirandello, inarcandosi su se stesso fino a decidere di farsi morire sul limitare dell’asse del trampolino dal quale, per paura, preferirà non gettarsi, senza comunque sottrarsi dall’inevitabile epilogo.

AGLIANA (PT). Qualcosa ha omesso, Debora Caprioglio, nel ripercorrere alcune tappe della propria vita, quella che l’hanno condotta fino sul palco del Teatro Moderno di Agliana, nella provincia di Pistoia, dove stasera, 7 gennaio, ha portato in scena il suo Debora’s love, per la regìa di un pistoiese che fino a ora ha dovuto cercare fortuna lontano da casa, Francesco Branchetti. Forse si è vergognata di spargere ai quattro venti la propria spiritualità adolescenziale, quella che deve averla forgiata e in virtù della quale il famoso Klaus Kinski, già sessantenne, rimase profondamente colpito dall’audace minorenne, invaghendosene e innamorandosene e dalla quale fu tumultuosamente ricambiato. Si trattò di questo – e cos’altro, altrimenti –, per giustificare una coppia anagraficamente così anomala, un flirt che ci rimanda, con i dovuti benefici di inventario e spessore, ad Alessandro Manzoni, che al culmine della propria carriera letteraria e alle porte del suo epico romanzo trovò spunto conversivo e nuovo fulgore artistico dall’incontro con la sedicenne Enrichetta Blondel, dalla quale, in compenso, ebbe dieci figli.

AGLIANA (PT). Ugo Chiti, il regista, nelle sue note, fa sapere che in questa rilettura de L’avaro, la figura di Arpagone è sì centrale, ma non solo per la sua tragicomica, asfissiante e penosa nota avarizia, quanto per la sua irritante, commovente, detestabile e altrettanto conosciuta miseria umana, che sfocia nella solitudine più assordante, che il vecchio bisbetico riesce a costruirsi in modo del tutto inattaccabile nel giro di una sola giornata, quella nella quale si consumano i cinque atti della commedia di Molière e che Alessandro Benvenuti e il cast al suo seguito hanno riassunto e condensato in due, andando in scena, ieri sera, 3 gennaio, al Teatro Moderno di Agliana. Lungi da noi voler sottrarre alla leggenda la sempiterna vicenda, ideata e scritta quattro secoli or sono, del nobile ricchissimo e avarissimo Arpagone, delle sue naturali vittime designate, i due figli e del concatenarsi degli accadimenti che si consumano, nel giro di 24 ore, nella sua modesta, spoglia, misera e triste villa.

FIRENZE. Difficile come ciappanò, la Briscola in 5, ma se intorno al tavolo, anzi, a emiciclo, ci piazzi dei vecchi marpioni della risata, lo spettacolo, al Teatro di Rifredi fino a domenica 7 gennaio, è assicurato. Con gli interessi, visto e considerato che la storia è storia, seppur ricca di battute, doppi sensi e ammiccamenti tipici del fiorentinismo meno disposto a morire, di cronaca nera, una di quelle che Marco Malvaldi ha scritto e riassunto in una serie, I delitti del Bar Lume, e, trasportate sul piccolo schermo, bucato i video di ogni telespettatore. I vecchi pensionati che stazionano sistematicamente nel bar della Pineta, immaginifica località balneare lungo la costa tirrenica, equidistante da Pisa e Livorno, sono niente meno che Sergio Forconi, Raul Bulgherini, Diego Conforti e Luca Corsi, piacevolmente infastiditi, di tanto in tanto, da Giovanna Brilli, moglie spazientita, ma loquace e ben informata di ogni pettegolezzo del quartiere, di uno dei quattro.

FIRENZE. La bellezza, giunonica, e l’eclettismo, non affievoliscono. Monica Guerritore, sessant’anni il prossimo 5 gennaio, resta una delle femmine più fatali del cinema e del teatro italiano e anche nella sua ultima fatica, Mariti e mogli (alla Pergola, di Firenze, fino al prossimo 2 gennaio), che sta portando, come regista e protagonista, per mano a spasso per l’Italia, nonostante l’insostenibile leggerezza della commedia all’americana di Woody Allen, la signora dei palcoscenici si prende la scena e, messa sotto il braccio, la porta con dignità fino alla conclusione. Il resto del cast, a onor del vero, non fa rievocare con la dovuta arguzia quello cinematografico, perché se Monica Guerritore non ha davvero nulla da invidiare alla collega Mia Farrow (anzi, è l’americana a non reggere il confronto), il resto degli attori, rispetto a quelli statunitensi che impreziosirono la pellicola del 1992, sì, e anche parecchio. La trasposizione teatrale è indovinata e la notte di tuoni e fulmini avvolge, tra nonsense e macabro romanticismo, la compagnia di amici e conoscenti che si ritrovano in una sala da ballo dalla quale non usciranno che all’indomani, con le ossa scricchiolanti, i cuori infranti e inaspettabili novità.