MODENA. Elegantissima. Non potrebbe essere altrimenti, del resto. Con quella voce, strappata da un talamo la mattina all’alba e portata su un palcoscenico, il risultato è noto, inevitabile, caldissimo. Non è l’età, il tempo, che le sono inesorabilmente passati sopra, senza scomporla di un atomo, a onor del vero; è sempre stata così, Diana Krall, una delle voci più intriganti del panorama internazionale, che dà puntualmente l’impressione che la cosa non la riguardi, che è così perché è così che l’hanno disegnata, proprio come Jessica Rabbit. Sentirla sussurrare, sfiorando i tasti del pianoforte, è un’emozione orgiastica, che ieri sera ha trovato la sua ambientazione ideale in quell’alcova meravigliosa che è piazza Roma, a Modena, dove è stata battezzata la prima edizione del Jazz Open Modena. Emozione e fermento, ampiamente giustificabili e giustificati da un esordio così imponente per una città che eredita il patrimonio architettonico di Bologna e guarda sempre con maggior interesse al nord della via Emilia, quella che porta alle propaggini della Lombardia. Il tutto, però, stemperato ed esaltato dalla magnificenza della piazza, sotto il controllo, mastodontico, dell’Accademia Militare e lo sguardo, immobile, pietrificato, di Ciro Menotti, che ha una visuale privilegiata sul palcoscenico, da grandi eventi, viste le dimensioni. Ma perché, viste le premesse, sulla recensione c’è la foto di Gregory Porter? Perché fotografare lui, che ha animato il secondo set della prima serata, dopo l’esordio affidato alla canadese con la cazzimm’, è stata semplice routine, così come conviene ai concerti; le foto, solo i primi tre pezzi; poi, per favore, riponete le vostre macchine. La stampa e i media locali, visibilmente eccitati dall’avvenimento, sono rimasti basiti quando l’entourage di Diana Krall ha fatto sapere che sarebbe stato possibile fotografarla solo al secondo e al terzo brano in scaletta, ma da uno spicchio infelice della piazza, proprio davanti all’Accademia, in obliqua perpendice con il pianoforte. Risultato: invece di celebrare la divina nordamericana nel suo meraviglioso totalblack, bisognava accontentarsi di immortalarne il naso e gli occhiali, con addirittura il suo placet, controfirmato, prima di ricevere l’autorizzazione a pubblicare. Non avendo queste premure, abbiamo fatto, con lo sguardo, un giro aereo sulla piazza e abbiamo visto che proprio davanti all’Accademia, al primo piano di un elegantissimo condominio stile ‘700, alcune persone sorseggiavano bevande affacciati alla finestra. Abbiamo chiesto, da sotto, con dei cenni eloquenti, se ci avessero dato l’opportunità di aggirare il fastidioso e inesplicabile veto. Siamo stati accontentati, ma più che fare le foto a Diana Krall, così come sarebbe stato semplicemente giusto fare, abbiamo avuto la fortuna di entrare in una delle case più belle e signorili che abbiamo mai visto, popolata da persone senza tempo, incastonate nella loro semplice ed elementare nobiltà. Torniamo al concerto e alle meravigliose cover interpretate dall’autrice canadese, accompagnata dal contrabbasso di Robert Hurst e dalla batteria di Jeff Hamilton, due tra i più affidabili sessionisti del suo crocchio artistico. Le seggioline, disposte sull’area della piazza e la tribuna, montata alle spalle della statua di Ciro Menotti, nonostante il clima equatoriale, si sono velocemente riempite di spettatori, una sfilata di eleganza e buon gusto che hanno fatto il paio alla discreta maestosità della piazza. Un concerto minimalista, ricco di emozioni e improvvisazione, che sono, testualmente, la sua filosofia esistenziale e musicale. Peccato non abbia trovato il tempo di interpretare Cry Me a River, quel capolavoro scritto da Arthur Hamilton quasi ottant’anni fa e interpretato, nel tempo, da una miriade di vocalisti, lei compresa, naturalmente, ma tra i quali ci preme sottolineare la versione di un’altra regina, Diane Schuur. Cambio palco, febbrile lavorio degli addetti e poco dopo le 22, Gregory Porter, vestito esattamente come da locandina. Prima, però, invece che cibarsi delle vettovaglie offerte nel perimetro della piazza, siamo andati a mangiare un boccone da Danilo, ristorante suggeritoci dal personale del Comune: ve lo consigliamo anche noi. Così come consigliamo all’intera popolazione modenese di sopportare un po’ gli inevitabili contrattempi dell’evento: per due settimane, per i residenti, sarà un po’ più problematico affrontare la quotidianità, ma tra qualche anno, oltre alla Ferrari gialla in bella mostra esposta come trofeo, Modena, come Stoccarda, potrà vantarsi di essere stata la prima città italiana e ospitare un Festival del genere. Radio Monte Carlo, emittente regina, lo ha capito prima di chiunque altro, tanto che è già lì, con i suoi speaker, a distribuire interviste, buona musica e ventagli. E ad aver dato l’onore, a una delle sue voci di spicco, Claudio Di Leo, di aprire danze e palcoscenico.
La canadese con la cazzimm'