FIESOLE (FI). Nel giro di una settimana abbiamo avuto conferma di un particolare che ha fortunatamente contraddistinto la nostra gioventù; fummo attraversati, allora, dalla più grande rivoluzione musicale e solo oggi, ultrasessantenni, riusciamo a percepirne la grandezza. Lo diciamo alla luce degli ultimi tre concerti ai quali abbiamo avuto l’onore e la fortuna di essere accreditati: Pat Metheny a Spezia, Diana Krall a Modena e ieri sera, al Teatro Romano di Fiesole, con gli YellowJackets. La loro musica, poetica, la voce, graffiata e strozzata in gola come segnale di meravigliosa sofferenza è in piedi da oltre mezzo secolo, ma non ha alcuna intenzione di imboccare il viale del tramonto. Non lo scriviamo perché nulla e nessuno è stato capace, in questo poderoso lasso di tempo, di sostituirli, rassicurandoli che si sarebbero potuti tranquillamente mettersi da parte ad ascoltare. È vero: i musicisti non vanno in pensione, ma la loro sarebbe stata letale; per noi, naturalmente, ascoltatori insaziabili, che non smettiamo mai di ringraziare i sensi ogni volta che abbiamo la possibilità di intercettare il loro linguaggio. Ma gli YellowJackets non sono quelli degli esordi, dei quali stiamo tessendo lodi sperticate, potreste obiettare. Vero, ma gli arrocchi fisici e strumentali (Robben Ford, fondatore fuggiasco dopo appena due anni; Peter Erskine, solo un anno alla batteria; il sassofono di Marc Russo, poco meno di un lustro; Jimmy Haslip (al Teatro Romano di Fiesole, qualche anno fa, in compagnia di Billy Cobham), per trentacinque anni al basso elettrico, lasciato in dote, nei tre anni successivi, a Felix Pastorius, figlio di DioJaco) invece che indebolire la formazione, l’hanno impreziosita. Ad iniziare dal nuovo direttore d’orchestra, il sax e clarinetto basso Bob Mintzer, che guida le operazioni della band ormai da trentacinque anni e citando, sul medesimo piano sequenza, le tastiere di Russel Ferrante, l’italoamericano cofondatore di quel gruppo che deve, solo per magnifica onomatopea, la fortuna del nome al produttore discografico Tommy LiPuma, che lo preferì a tutti gli altri, intravedendo, con impressionante lungimiranza, come quel gruppo sarebbe stato pungente, proprio come le vespe, in tutta la sua storia. Ma ieri sera, a Fiesole, chi era sul palcoscenico? Il nuovo quartetto: Bob Mintzer, Russel Ferrante, Will Kennedy (altro veterano) alla batteria e il pischello australiano Dane Alderson, relativamente giovane, ma capace di tutto, proprio di tutto, soprattutto di non scimmiottare nessuno dei mostri sacri che l’hanno preceduto, al basso. Senza slangare, senza picchiare duro come fanno tutti i bassisti del Mondo che si rispettino, da Marcus Miller scendendo fino alle più umili rockband di studenti liceali attesi, a braccia aperte, negli studi professionali dei loro padri. Il concerto? Difficile riassumere, in poche righe e in due ore scarse di esibizione, dieci lustri di variegate poliedriche esperienze strumentali, che le hanno onorevolmente e accostati ai Water Report prima e agli Special EFX e agli Steps Ahead dopo, senza citare, uno a uno, tutti gli strumentisti che in un modo o in un altro sono stati fonte e foce della loro musicalità. Gli spettatori, letteralmente incantati, hanno seguito l’intera esibizione con la devozione, radente il sacro, di un rito sciamanico di rivisitazione di oltre venti album di sala di registrazione, sostituendo, a chitarre scomparse con la fuga di Robben Ford e al sax ammiccante al jazid di Marc Russo, quello ancor più integrale e meno disposto a qualsiasi compromesso di Bob Mintzer, che ha deciso, con l’autorevole perentorietà dei direttori d’orchestra, quale sarebbe dovuta essere – e così è stata -, la via, ultima, per inevitabili elementi anagrafici, degli YellowJackets, che salutato il pubblico con il loro secondo bis di ringraziamento, hanno scambiato qualche battuta con alcuni dei presenti mentre, con l’immaginifica grandezza riservata ai fuoriclasse, smontavano accuratamente la propria strumentazione.
Le Vespe pungono ancora