PORRETTA (BO). L’abbiamo già scritto che il Porretta Soul Festival ha accordato, in un albergo limitrofo al Parco Rufus Thomas, una quarantina di anni fa, un patto con il diavolo, che fa le pentole, suona il Blues e fa anche altro, evidentemente, che sulla manifestazione Giove pluvio avrebbe assicurato il proprio non intervento? Sì, non ricordiamo quando, ma l’abbiamo già scritto. E che in quel Comune dell’Alto Reno, chissà per quale meccanismo biochimico, le persone tutte, in particolar modo gli indigeni, durante il lungo fine settimana dell’evento, siano puntualmente gentili, disponibili, allegre e che tutti indossino quella divisa pacifica del P.S.F. e che alla Cassa della Manifestazione, una piccola baita in legno, senza che ci si presenti, le donne dello Staff ricordino perfettamente nomi, cognomi, testate di tutti e che con il sorriso stampato sulle labbra ci abbraccialettino con la fascetta, ogni sera di un colore diverso, per garantirci l’accesso ai concerti? Questo lo ricordiamo perfettamente: l’abbiamo già scritto. E che il Patron della manifestazione, nonché ideatore, organizzatore e direttore artistico, Graziano Uliani, che incarna passione, competenza e gentilezza, si sia autoibernato presentandosi sul palco della Rassegna da poco meno di mezzo secolo con la medesima smorfia, la stessa quantità di capelli e l’immancabile camicia celeste? Sì, anche questo, in tutte queste stagioni, ricordiamo d’averlo scritto. E che il cartellone e le scalette di ogni singola edizione siano, paradossalmente, quasi un dettaglio, perché l’aria che si respira a Porretta nei quattro giorni del Festival non circola in nessun’altra parte dell’Universo e che chiunque venga assoldato per garantire lo spettacolo trovi puntualmente il modo di essere gradito, apprezzato, applaudito e ringraziato? Anche questo, è storia; l’abbiamo scritto. E che i protagonisti, i musicisti, le band, le vocalist, alcune scovate a Memphis e dintorni dall’indomabile e insaziabile Uliani, che non si ferma un attimo da agosto a giugno dell’anno successivo, altre di caratura internazionale, salgano sul palcoscenico passando tra spettatori, addetti ai lavori, agenti dell’ordine con la naturalezza e la disinvoltura che alberga abitualmente nell’anonimato esistenziale e difficilmente tra i Vip, non si siano mai permessi di fare le prime donne, né tanto meno di inibire fotografi, giornalisti e curiosi appassionatissimi, di scattare foto, fare video, riprese con i telefonini? Hai voglia; già scritto anche questo. E stavolta, allora, visto che è già tutto sancito e santificato sugli annali, cosa scriviamo? Un motivo per aggiungere linfa all’amore oceanico che ci invita a partecipare e ci lega, in modo fraterno, al Porretta Soul Festival, lo troviamo sempre. Ieri, questa simbiosi umorale, artistica, politica, ce l’ha offerta la mezz’ora di esibizione di Eric Gales (nella foto del solito, vecchio, dolcissimo, Fiorenzo Giovannelli), il sosia musicale di Samuel L. Jackson, che non è soltanto uno dei chitarristi più influenti del panorama cosmico delle sei corde, ambidestro per necessità didattiche familiari, mancino per scelta, nonché afroamericano particolarmente incazzato con l’ordine (stabilito da chi?) mondiale e che riversa nel proprio strumento circa un secolo di maestri Blues alimentati da futuribili esigenze hip-hop. Sentirlo e vederlo suonare è un’orgia di emozioni sonore, spirituali, sceniche; non fa spettacolo, Eric Gales: è spettacolo. È spettacolo quando seduto mastica fiele e veleno, con quella chitarra che somiglia a quelle di Hendrix e Glmour, ma anche Bonamassa e Henderson e Fletcher, che ricorda la poesia e le battaglie (perse, ahinoi) di Bibb, lui che, ricoperto di bigiotteria aurea, non è nato e non vive nella Silicon Valley, ma a Memphis, dove i problemi si vivono e si affrontano uno alla volta, uno al giorno, perché di più, non sarebbe sopportabile. È spettacolo osservarlo mentre cerca suggerimenti e ispirazione alzando gli occhi verso il cielo, non guardando i capotasti, né il pubblico, come se il suo suggeritore devoto, il suo gobbo onnipresente, non fossero lì, ma altrove, per fare in modo che quello che suonerà e canterà, agli altri non sia dato sapere. Ad accompagnarlo, con un intro di riferimenti cosmici, da Steve Wonder alle Staple Singers, la Memphis Music Hall Of Fame Band, che ha fatto da cornice scenica, e strumentale, anche, visto che ha imbracciato la chitarra, della consegna dello Sweet Soul Music Award 2026 a Jerry Phillips, figlio ed erede del padre fondatore della promozione e divulgazione ufficiale della musica afroamericana. E il pubblico? Come sopra: già visto, già detto, già scritto. Chi va al Parco Rufus Thomas durante il Festival Soul sa cosa lascia, ma sa perfettamente anche cosa trova.