di Alessandro Giovannelli

PORRETTA (BO). Ci sono festival che celebrano un genere musicale. E poi c'è il Porretta Soul Festival, che da quasi quarant'anni riesce in qualcosa di più raro: far credere, per qualche ora, che Memphis non sia a ottomila chilometri di distanza, ma nell’arena, caldissima per l’atmosfera che vi si respira, del Rufus Thomas Park. Lo si capisce, ancor prima che si aprano le danze e durante il bellissimo set di Thornetta Davis & ZBlues Band, dalla fila interminabile all’apertura dei cancelli: appassionati, famiglie, persone armate di cuscini. Tempo poco, il piccolo anfiteatro ricavato nel parco è pieno in ogni suo angolo. È un’impresa anche solo riuscire a intravedere ciò che accade sul palco. È il segno inequivocabile di un festival che continua a crescere e che lo fa nel segno dell’esperienza. Un’esperienza che puoi vivere solo a Porretta, ogni anno, per quattro giorni, da mattina a notte fonda. Quando entrano i musicisti della Memphis Music Hall of Fame Band (la foto è di Fiorenzo Giovannelli), l'impressione è quella di ritrovare vecchi amici. A guidarli c'è ancora Kurt KC Clayton, tastierista, produttore e direttore musicale. La band non si limita ad accompagnare gli artisti: li sostiene, li ascolta, crea il groove e consente loro di raccontarsi. Cambia qualche volto rispetto agli anni passati, ma non la sensazione di trovarsi davanti a una macchina musicale straordinariamente rodata, costruita sul feeling e sull’intensità, prima ancora che sul talento, pur distribuito con generosità. Le prime a prendersi il palco sono The Jewels. Ed è una piccola storia nella storia. Per anni Shunta Mosby, Dani McGhee e Candy Fox sono state le ladies of the soul. Vocalist impeccabili, sempre al servizio della band e dello spettacolo, tra le più amate e acclamate nelle serate porrettane. Quest’anno non sono solo una parte essenziale della band, ma sono letteralmente i gioielli della corona, chiamate a dare un sussulto nel cuore della serata. La scelta si rivela felice. Le tre cantanti hanno affiatamento, personalità e una presenza scenica che conquista un pubblico già in perfetta sintonia con loro. La grinta di It's Your Thing, il classico funk scritto e inciso dagli Isley Brothers nel 1969, diventa anche l'occasione per una splendida prova della Memphis Music Hall of Fame Band, precisa, dinamica e capace di ritagliarsi il proprio spazio senza mai rompere l'equilibrio con le voci. Ma il momento che fa davvero esplodere il pubblico arriva con The Best. La canzone, resa immortale da Tina Turner, ma eseguita per la prima volta da Bonnie Tyler, scomparsa recentemente, un omaggio probabilmente voluto e cercato alla cantante gallese, trova nella voce di Candy Fox un'interpretazione intensa, potente, capace di trascinare il pubblico del Rufus Thomas Park, come forse nessuno riuscirà a fare meglio di lei, nel resto della serata. Con Karen Wolfe cambia il mood. Le radici gospel emergono con naturalezza nel fraseggio e nell'intensità interpretativa, in una voce che sa di vissuto anche a prescindere dalle storie che narra, ma il repertorio guarda deciso al soul-blues del Deep South. Down Home Blues, scritta da George Jackson e resa celebre da ZZ Hill, e Trapped by a Thing Called Love, il grande classico scritto e inciso da Denise LaSalle, restituiscono l'immagine di un'artista che porta sul palco la tradizione delle chiese battiste, dei juke joint e del chitlin' circuit, senza alcun bisogno di modernizzarlo o addolcirlo. È una musica che continua a emozionare proprio perché rimane fedele a sè stessa e alle proprie radici. L'ultimo a salire sul palco è Lenny Williams, accolto con l'affetto riservato a chi rappresenta un pezzo di storia del soul americano. Tra i momenti più intensi della serata ci sono Don't Make Me Wait for Love, la raffinata ballata che nel 1986 lo vide affiancare il sassofonista Kenny G, e l'immancabile Cause I Love You, il brano che più di ogni altro porta il suo nome. Sono canzoni che parlano di amore, attesa e vulnerabilità. Ascoltarle oggi, affidate alla voce di un artista di 81 anni, aggiunge qualcosa che nessuna tecnica può insegnare. Non è soltanto questione di timbro o di estensione vocale, che, naturalmente, pian piano scema col tempo (ma, forse inutile dirlo, tanti trentenni vorrebbero avere delle voci così). È la sensazione che ogni parola sia passata attraverso una vita intera prima di arrivare a Porretta. E forse è proprio questa la forza del soul: trasformare l'esperienza in emozione. E si sa, le emozioni, quando condivise, sono sempre speciali. Forse è questo il vero segreto del festival di Porretta: intendere il soul non solo come qualcosa da custodire o preservare, magari da museificare, ma continuare a trattarlo come una lingua viva, parlata da musicisti che la conoscono da sempre, come un patrimonio che si tramanda di generazione in generazione, e da un pubblico che, anno dopo anno, continua ad aver voglia di ascoltarla e praticarla, nei club di Beale Street a Memphis, come in Piazza della Libertà o al Rufus Thomas Park a Porretta.