CASCINA (PI). La cosa più interessante, ma parecchio, eh, è la scelta di riprodurre le melodie di Pino Daniele senza confidare nella strumentistica con la quale l’artista napoletano è diventato storia, prima e leggenda, subito dopo (c’è una data precisa, per la glorificazione: 19 settembre 1981, piazza del Plebiscito, Napoli). Ma non solo senza Tullio De Piscopo, Tony Esposito, James Senese ed Ernesto Vitolo, ma anche e soprattutto senza la batteria, le percussioni, il sax e le tastiere. Al loro posto, tre violini (Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio e Gerardo Morrone) e un violoncello (Antonio Di Francia) tutti rigorosamente dell’hinterland partenopeo, tutti meravigliosamente bravi, professionali, musicali e con un groove pauroso e la voce, diametralmente lontana anni luce da quella del Supereroe, di Gennaro Della Volpe, per tutti, dai tempi degli Almamegretta a oggi, Raiz. Di che operazione commerciale si tratta? Si chiama Chi tene ‘o mare, tournée che ha fatto tappa a La città del teatro, di Cascina, nella sala recentemente intitolata a Franca Rame e Dario Fo. E non è un subdolo artifizio nominare l’avvenimento con il titolo di una delle canzoni più struggenti di Pino Daniele, perché è proprio su alcuni suoi testi, quelli di quando era solo napoletano (Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà e Vai mo’) che si concentra l’intera esibizione. L’incipit, però, è internazionale: No woman, no cry, di Bob Marley, ma per un motivo ben preciso. Alla fine di giugno del 1980, Pino Daniele e la sua Superband apre il concerto, a Milano, dell’artista jamaicano; dopo un paio di settimane (il 14 luglio, per l’esattezza), salirà sul palco di piazza del Duomo a Pistoia per la prima edizione del Blues’In (con B.B. King, Fast Domino, Dizzy Gillespie e Roberto Ciotti). È il nuovo uomo del Blues e il Blues, in Italia, a certi livelli, non lo aveva ancora suonato nessuno. Ma Raiz non è un bluesman; è un incrocio tra un affascinante ombroso sessantenne che si spacca la schiena in palestra per mantenere una muscolatura da bodyguard al cui interno vive, da sempre, un diaframma reggae, trip hop, dub, che miscela, meravigliosamente, con la musica popolare napoletana. Può cantare Pino Daniele? Anche se noi, con estrema immodestia, preferiamo la lettura di Pino Daniele che fa Simona Boo (se non vi è mai capitato di avere la fortuna di ascoltarla, ve lo suggeriamo caldamente), all’indimenticabile Supereroe non dispiacerebbe affatto, anche perché, protetto ndall’anfiteatro dei violini, Raiz, che si è premunito, per scrupolo, di un leggio dove sfoglia i testi dei brani che esegue, non si prende alcuna licenza poetica, né si avvale di inappropriati lussi musicali. E sfodera, in ordine, dopo l’omaggio centramericano, Je so’ pazz, ‘na tazzurella ‘e caffè, I say sto cca, Terra mia, A me me piace ‘o blues e Anna verrà. Poi, forse per dare requie a qualcosa che gli infastidisce il naso e che sembra non dargli pace, lascia il palco, affidando l’intrattenimento al pubblico del teatro (in gran parte napoletani ormai trapiantati nella provincia pisana) a un medley solo musicale. Quando riappare, il fastidio sembra essere superato e tra qualche aneddoto e ricordi per nulla sbiaditi, riprende la carrellata/omaggio, con Napul’è, Notte che se ne va, Chi tene ‘o mare, Je sto vicino a te, Quanno chiove, Quando, I got the blues, Nun ce sta piacere e Putesse essere allere, che anticipa l’inevitabile bis, con il menestrello napoletano, emigrato nella provincia di Milano, ma solo per sei anni, che intona, in total black (cromatismo che con il Blues non ha nulla a che vedere), Yes i know my way.