FIRENZE. La musica non può essere dolore; altrimenti, la carica energetica che da questa scaturisce, rischia di riversarsi, e ampliarsi, grandemente, rovinosamente e pericolosamente sul pubblico, che va ai concerti per essere allietato, distratto, galvanizzato, ringalluzzito e, dunque, ricompensato, risarcito. E Malika Ayane, di lezioni per come divertire il pubblico, non ne deve prendere neanche una, e da nessuno. Ma a noi, forse per un masochismo che non siamo ancora riusciti a giustificare, o che forse si è ormai completamente impadronito delle nostre disillusioni, piace che la musica, come il teatro e come l’arte tutta, ci faccia male, ma tanto male, tanto che dopo un concerto, una rappresentazione, una mostra, uno spettacolo, se sono di quelli che avevamo immaginato e sperato che fossero, non abbiamo voglia di nulla, se non di stare con noi stessi, a dir Dove ho mancato, dov’è stato, a dir dove ho sbagliato (Francesco Guccini, Canzone di notte n° 2). Ieri sera, al Teatro Verdi di Firenze, terza tappa di questa sua nuova tournée (A Teatro 2026) che la scarrozzerà in lungo e in largo per l’Italia a presentare il suo nuovo (settimo) lavoro in sala d’incisione (Cicale), la sensualissima 42enne ha in effetti rispettato in pieno le ultime normative europee che regolamentano i flussi emotivi che devono gravitare attorno e sui concerti, dando esemplari saggi di funk, allietati da impercettibili, ma suadenti, movimenti sul busto, resi precari e dunque ancor più accattivanti da pericolose calzature ottocentesche che l’hanno fatta salire e scendere su piedistalli aziendali voluti da una scenografia meccanica, da lavori in corso; prima bianche, come l’intera mise da crocerossina, poi rosse, abbinate al cromatismo dei collant e poi nere, sul camicione bianco cinto alla vita da una cintura jodoka e così anche nell’ultimo quarto dello spettacolo, con la prova superata tra gli applausi e un calice di franciacorta tra le mani, in un competo nero da capo a piedi, largo, senza forme, né immaginazioni. Ha iniziato ringraziando il pubblico per il calore regalatole al buio, non solo della sala, ma anche della promozione del suo nuovo disco, assicurando gli spettatori che nei successivi novanta minuti avrebbero potuto fare tutto ciò che avessero desiderato, cantare, battere le mani a tempo, meglio, ma sarebbe andato bene anche in modo scoordinato, ballare, meno che spararsi sul viso la luce, immonda, dei telefonini. I cellulari sono rimasti naturalmente accesi e lei, per protesta, invece che cantare un’ora e mezzo, così come aveva promesso di fare, lo ha fatto per più di due ore, grazie alla meravigliosa complicità musicale e umorale di Jacopo Bertacco alle chitarre, Raffaele Trapasso al basso, Pietro Spinelli al piano e ai sint e Filippo Cornaglia alla batteria, i suoi strumentisti, tutti posizionati su enormi parallelepipedi che hanno solcato, lungo rotaie, orizzontalmente il palcoscenico, proteggendola a semicerchio all’inizio per poi invertire prospettive e angolazioni lungo la serata. Ma torniamo a parlare delle nostre più che soddisfatte aspettative, alimentate dall’interpretazione di alcuni suoi brani, appartenenti, per lo più, al passato, quando la critica si è inutilmente sforzata per lungo tempo di voler accostare la voce di Malika Ayane a quella di qualcun’altra interprete che l’ha preceduta. Quel candore dipintole sul viso, anche senza l’indiscrezione della macchina fotografica che abbiamo usato ufficialmente nei primi tre pezzi, ma anche dopo, da una delle poltroncine da dove ci siamo gustati il concerto, anche ieri sera si è frantumato nella tristezza artistica che le disegna la sagoma, che tracima e diventa inarginabile quando il suo diaframma fa ricorso alle note più basse, intime, confidenziali, confessionali e racconta l’amore incompreso, quello che non si è saputo conservare, trattenere, quello per il quale abbiamo solo forse perso tempo, quello che non abbiamo saputo intercettare. È arrivato tutto insieme, dopo i sistematici scrosci di applausi che hanno cadenzato ogni fine brano e che hanno certificato a lei e al suo gruppo che questa tournée sarà preziosa anche altrove. È quando si è fatta portare un calice di alcool signorile, appena sorseggiato e tenuto elegantemente nel palco della mano sinistra e ha inanellato quei brani con i quali non ci si può non stringere in noi stessi e pensare che le sue storie sono le storie di tanti, se non di tutti, vissute, ognuna, alle latitudini dei protagonisti, ma che alla fine lasciano il medesimo segno, solcano le stesse vie. Un po’ blues, un po’ musica colta vestita di brasiliano, un’Ornella Vanoni con gli abiti di Adriana Calcanhotto, carezze impercettibili che alla fine della serata ci hanno riaccompagnato a casa con un piacevolissimo calore sulla pelle delle nostre gote e un’inevitabile solitudine in fondo al cuore.