QUARRATA (PT). Le colte note musicali che salgono, accarezzando la dotta Bossa Nova, dal Brasile verso gli Stati Uniti, per trasformarsi in Jazz, Blues, Soul e poi in Rock and roll e tutte le sue ramificazioni, dal Grunge fino a dove volete e potete arrivare, passano, inesorabilmente, dall’America centrale, un piccolo obliquo groviglio geografico di culture e tendenze, con una straordinaria eccezione: Cuba. Che non è solo Salsa e Cha Cha Cha, ma soprattutto un’incrollabile identità nazionale, nella quale, da Fidel Castro in poi, tutti, ci si sono dovuti e voluti riconoscere. Certo, è uno dei Paesi più poveri al Mondo, dove manca praticamente tutto l’indispensabile. Ma non è colpa di un Regime (che noi adoriamo) che annovera, da sempre, le proprie Sanità e Istruzione sui tetti dell’Universo, ma degli embarghi che i popoli non distanti, più ricchi e più belli, ma fortemente meno intelligenti e dotati, esercitano da sempre nei confronti del Coccodrillo verde (cit. Caetano Veloso), culturalmente inattaccabile e invincibile, ma povero, orfano, di risorse, una penuria che espone il suo Popolo alle più infime privazioni. Cuba è allo stremo, racconta Ana Carla Maza, ieri sera a La Magia, a Quarrata, in compagnia di Mily Pérez, energica tastierista e Jay Kalo, meraviglioso batterista, che sono due suoi conterranei che accompagnano la violoncellista sudamericana (genitori cileni, scappati dai comandanti amici degli Stati Uniti per rifugiarsi a Parigi, prima e a L’Avana poi, dove Ana Carla è nata e cresciuta) in questa allegrissima tournée, dove si balla, si tiene il ritmo, si sorride e viene voglia di fare l’amore, senza dimenticare mai i diritti, sistematicamente vilipesi e calpestati, del popolo cubano. Eravamo così contenti di ascoltare le sue preghiere danzanti che anche i maschi delle cicale, che fino ad un attimo prima dell’inizio del concerto hanno stordito, oltre al pubblico della Villa, le proprie femmine con meravigliosi friniti per l’accoppiamento, hanno interrotto il corteggiamento, gustandosi l’esibizione. Un delizioso concerto pop, che il popolo della Magia ha gradito enormemente, fino all’epilogo, quando ha capito, dietro invito della protagonista, che si potevano e dovevano abbandonare le seggioline e avvicinarsi al palco, per ballare, preferibilmente scalzi, perché è così che aumenta la sensibilità e la voglia di condividere. Un’ora e mezza di allegria, di ritmo caraibico, con manifeste folgorazioni sensuali, nonostante la possente muscolatura e un modestissimo abbigliamento, rosso, rossissimo, fino alla tristezza; la dimostrazione, lampante, della cura della personalità, delle sue facoltà e un totale disinteresse per le forme, le apparenze, quelle delle quali, chiunque abbia motivi e materia, non sa che farsene. Con qualche strizzatina d’occhio al Reggae e alla musica classica, e un omaggio, particolare, alla fisarmonica e alla cultura della leggenda argentina, Astor Piazzolla, che è coinciso con i saluti. Una violoncellista che si è guadagnata la stima e il rispetto dell’intero pianeta musicale, diplomandosi a Parigi, al Conservatorio, ma senza dimenticare mai l’innocenza, che l’opulenza stelle e strisce avrebbe voluto offendere, della propria adolescenza, quella trascorsa tra le strade di Bahìa, uno dei quartieri più elettrici de L’Avana, dove le donne, come ricordava Fidel Castro, spesso, per necessità, si prostituiscono, ma sanno tutte, come minimo, tre lingue.
Non riuscirete a intristire il popolo cubano