di Antonino SiringoIl 6 novembre del 2015, alle ore 21, alla Fondazione Luigi Tronci di Pistoia è in programma il concerto del trio formato da Eugenio Sanna (chitarra amplificata, oggetti) - Edoardo Ricci (sopranino, clarinetto basso, oggetti) - Cristina Abati (viola, violoncello).

 

Il concerto comincia con una buona mezz’ora di ritardo ma, alla fine, questo sembra non rappresentare un grosso problema per il pubblico in sala. E a ragione: l’attesa valeva questo eccezionale trio, già preceduto dalla fama dei suoi componenti. 

Non è il momento di condividere con voi il curriculum di questi musicisti. Sanna e Ricci sono già due eminentissimi esponenti della scena della musica improvvisata italiana ed internazionale. E la stessa Abati, seppur con una minore storia alle spalle [storia non priva di ricchezza, ricerca e versatilità] ha ormai molto da dire e da rappresentare davanti ad un pubblico per la maggior parte attento e incuriosito quando non colpito o addirittura irritato [ancora oggi? possibile?] dalla visionaria e cruda sensibilità dei tre.

L’idea che i tre danno di sé è quella di “suonare insieme” e non di “suonare comunque”. Ed è una cosa molto bella da notare in un ambiente musicale spesso dedito all’eccesso e all’individualismo più sfrenato.

Cristina Abati ha una gestualità non sempre in accordo col suono prodotto ma è sempre efficace, invece, il suo rapporto con i due musicisti, attenta com’è a mantenere sempre vivo un ruolo contrappuntistico, di interplay. Emerge molto raramente, di fatto, e quando ciò avviene c’è sempre sicurezza e raffinatezza; il suo è quasi un “fauxbourdon”, un encomiabile e attento antesignano dell’idea musicale che si andrà a dipanare, è suono che deve esserci perché permette agli altri di esistere con più ragioni.

Edoardo Ricci ha senza dubbio ricchezza di linguaggio e una incalcolabile capacità di ascolto e di azione. [Ha evidentemente  masticato e digerito ogni anfratto dello strumento e lo risputa con ogni genere di articolazione, soffio, effetto, intrusione di oggetti vari nella campana]. Ci sono molti mondi nella sua musica e senza dubbio il Jazz ne rappresenta un’importante porzione. In generale mantiene una paradossale gravità ed un apodittico equilibrio ricordandoci che, nonostante tutto, perfino nella più smisurata e inquieta libertà, esiste un laborioso dilemma che opera all’interno di un processo unitario .

Eugenio Sanna, si sa, non ha paura di graffiare lo strumento, di trattarlo impropriamente [e a questo punto dovremmo definire il concetto di proprio ed improprio], eppure non vi è mai eccesso; piuttosto prudenza e contezza, precisione nella scelta e utilizzo dei materiali fino a [tacitamente] mostrarci la differenza fra casualità e arbitrarietà.

Sanna sembra non occuparsi mai di guidare il suono verso la sua conclusione, né di cercarne il principio, se per questo. Prende semplicemente atto del suo inizio e della sua fine. La sua sembra piuttosto essere una veglia, una ronda notturna.

Pratica incisioni violente e profondissime in spazi smisuratamente piccoli senza che sopravviva “esteriorità”. L’oggetto sonoro di Sanna non è mai pornografico ma rimane, piuttosto, in una inconfessata smania sessuale.

Percettibilità e impercettibilità, evidenza ed evanescenza sostengono l’esistenza di un “prima” e di un “dopo”, di un “con” e di un “senza” ed ognuno, nella sua pretesa di comprendere, si domanda se abbia davvero sentito ciò che aveva creduto di ascoltare.

Antonino Siringo

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