di Raffaele Ferro
Al Teatro Valli a Reggio Emilia, l'avvocato di Asti (come chiamano Paolo Conte), ha letteralmente ipnotizzato il pubblico.
Sala gremita, come del resto anche i palchi, da un'audience eterogenea, nelle età e negli abiti. Paolo Conte ha attraversato l'aria con gesti sinuosi, accenni di direzione orchestrale, ha indirizzato, sembrava davvero così, l'energia sonora e poetica per ogni dove. Il repertorio ha incluso molti dei suoi grandi successi: canzoni come Sotto le Stelle del Jazz, Sparring Partner, Aguaplano, Come Di, Max, Alle prese con una verde milonga, Vieni via con me (e a dire il vero questa famosissima canzone la si sentiva cantare all'unisono dal pubblico, flebilmente , con il rispetto dovuto ad una sala come quella del Valli), insieme a nuove creazioni dall'album Snob uscito l'anno scorso: gioielli come Argentina, Fandango, Snob. Ma ancora Ratafià, Gratis, Diavolo rosso, Gli impermeabili e altre canzoni di successo.
Come in un vecchio sogno, come un sogno che si ripete, la voce di Conte, impeccabile e fresca dalla sua gorgogliante e bassa fucina vocale, fatta di buffi e dolci legati e nei suoi inconfondibili racconti sonori e dolci rumori, fra il soffio vero a riprodurre il vento e il soffio rugginoso dell'inseparabile kazoo, spuntato magicamente e normalmente dal suo taschino sinistro, la voce del maestro ha coccolato, accompagnato anche spronato il pubblico, e soprattutto l'orchestra, a dare il massimo.
Il massimo - per un artista come lui che gia nelle ribelli parole delle sue canzoni ricorda la ruvidezza, il sublime surnaturalismo (la vera poesia in ogni ricciolo di povere su un vecchio armadio, come di ogni poesia che sa di mare e di fumo) – è la creazione, la manifestazione, l'apparizione della musica, nel creare note su note; gli assolo di sax, clarinetto, violino, i momenti più emozionanti, nel vederlo incitare, e addirittura accennare un sorriso quasi folle; nel gioire, nell'entusiasmarsi a quell'operazione pura e radicale che è fondamento del jazz e anche della musica popolare. Paolo Conte cerca sempre, e ci riesce, di rifare, e plasmare, atmosfere tutt'altro che snob, tutt'altro che spettacolari.
In quei suoi gesti di direttore nasconde la danza lenta dell'età e della saggezza, che è lo stesso della spensieratezza e dell'entusiasmo puro di un bimbo. Si batte il tempo con le mani sui pantaloni e sul petto. Pare, anzi lo fa sul serio, incitare come si fa nello sport (o come un Achab forsennato e incoerente che lascia il fruttuoso branco di balene, spronando l'equipaggio sulle tracce, invece, di Moby Dick), i suoi orchestrali a dare del loro meglio. Il meglio non è la performance, non è il magro bottino di un'esecuzione perfetta, patinata; il meglio è la magia che (soprattutto nel jazz, che è la sua musica) si chiama improvvisazione, ruvidezza e potenza; la quintessenza della vera musica e della vera poesia.
Non convenzionale e appunto snob. La musica fatta in quel modo annienta lo stesso concetto di tempo, producendo l'eternità, che è continuità totale, mistica e realistica di chi è nato per far ballare o trepidare il pubblico. E lui ci riesce. Riesce a farsi guardare, non solo per la maestria di una direzione luci impeccabile, ma per la sua unicità a stare dietro il pianoforte, suonando come nel momento di comporre, o nel momento interminalbile che è una vita e una carriera unica.
