di Antonino Siringo

Prima di ascoltare la musica di Sun Ra è necessario partire da un presupposto che, per quanto sconcertante, bisognerà necessariamente considerare: Sun Ra non è un terrestre. Per sua stessa ammissione, Sun Ra viene dallo Spazio, più precisamente da Saturno.

 

Questa è la premessa per ascoltare o occuparsi della sua musica. Chi non fosse in grado, per una forma di pregiudizio, un eccesso di pragmatismo, per incapacità immaginativa, per presunzione, per fede, per necessità, per pudore, chi non fosse in grado, dicevo, di credere ai natali extraterrestri di questo compositore, pianista, filosofo, farebbe bene a cambiare aria e a trovarsene una più rassicurante, ben piantata sulla terraferma, magari.

La discografia di Sun Ra conta più di 200 dischi, la maggior parte di questi registrati con la sua etichetta, la Saturn. Si tratta di una produzione disomogenea, fatta di stili diversi, colpi di coda, visioni e di uno spasmodico tentativo di portare agli uomini della Terra il messaggio dell’Universo attraverso la musica.

A ben vedere, Sun Ra riesce perfettamente nel compito che the Antiques gli affidarono teletrasportandolo sul pianeta Terra. Pianeta dal quale il nostro profeta trae materiale col quale esporre il suo messaggio. Prima di approdare al suo inconfondibile stile, fatto di suoni nei quali riecheggiano lo Spazio e l’Universo attraverso l’uso sempre più massiccio dell’elettronica e di uno stile improvvisativo-collettivo-compositivo sempre più sperimentale e astratto, Sun Ra si adatta e assorbe dalla musica afro-americana le tecniche e il linguaggio, elaborandone i contenuti secondo le sue esigenze mistico-filosofiche.

E’ evidente, nei suoi primi lavori (a partire dagli anni ’50), l’influenza di Ellington, Fletcher Henderson, Monk, l’utilizzo di stride piano, swing, jump, boogie woogie, l’articolazione be-bop nel fraseggio, ma anche influenze classiche provenienti da compositori come Chopin, Rachmaninoff (del quale si ha una singolare reinterpretazione del Preludio in do diesis minore) e Shostakovic. Da dove partire, quindi?

Da dove si vuole, è la risposta. Esattamente come si farebbe con lo Spazio. Un punto a caso fra le enormi distanze che lo contraddistinguono. Il suono di Sun Ra è inevitabilmente associato e vincolato all’Arkestra e agli ottimi musicisti che la frequentarono (John Gilmore e Marshall Allen per citarne un paio tra i più significativi) e dalla quale si dipana una visione dell’arrangiamento più unica che rara fatta di rade indicazioni scritte e di un continuo dialogo con i musicisti. L’Arkestra era prima di tutto una forma di condivisione umana, spirituale, extrasensoriale. Gli ultimi lavori sono senz’altro l’apice di un apostolato che vede i musicisti-creatori vincolati alla parola del demiurgo, Sun Ra appunto.

Gli albori di questa singolare avventura possiamo trovarli nell’album Sound of Joy del 1968, uno fra tanti. Sebbene si stia parlando di un ancora convenzionale Sun Ra, legato ai vincoli dello swing, dell’hard bop e dell’armonia funzionale, possiamo già intravedere delle peculiarità che rendono quest’album di innegabile interesse. 

Prendiamo El is a Sound of Joy: il timbro dell’orchestra tende sul registro grave grazie all’impiego di sassofoni baritoni, di un trombone, di un sassofono tenore e, non per ultimo, grazie all’uso (assai raro fino a quel momento) dei timpani, usati principalmente ad arricchire timbricamente la parte ritmica (in taluni casi vi è addirittura un utilizzo solistico di questi, vedi El Viktor e Street Named Hell). Al di là degli assolo, la funzione dei timpani è solitamente quella di creare un’atmosfera emotiva che rinforzi, in termini musicali, la predilezione per il mistero espressa già nei titoli dei brani di Sun Ra.

El is a Sound of Joy è uno di quegli esempi calzanti che ci permettono di trattare di un Sun Ra in evoluzione, che lentamente abbandona i principi dell’armonia funzionale e presagisce ad uno stile più modale. Il tema, in mi bemolle, è composto da una progressione simmetrica di accordi che non hanno scopo alcuno se non di creare un movimento rotatorio, una giostra se vogliamo che, inevitabilmente, conclude ogni sua rotazione esattamente nel luogo d’origine. La struttura è AABB dove il B non è altro che un refrain dai colori tipicamente blues e della stessa immobilistica natura della A. Non scandalizzatevi! Se ci pensate bene non è cosa nuova. Già Monk ci aveva abituati ai motivetti che si ripetono come un’ossessione senza via di scampo. E che ne vogliamo dire di Erik Satie e delle sue 840 Vessazioni?

Ritorniamo al nostro brano. Si trovano in El importanti accenni a quelle che saranno le tecniche pianistiche adottate da Sun Ra negli anni successivi. L’alternanza del pianoforte tradizionale con quello elettrico, per esempio, e l’insolito (per l’epoca!) procedere suonando entrambi contemporaneamente.  Il fraseggio ricorda a tratti Monk e lo spirito dominante è quello del blues, un blues disarticolato, via via sempre più astratto, indifferente alle aspettative dei benpensanti.

Il suono di Sun Ra è sporco, graffiante perfino nelle frasi più malinconiche. E’ privo di inibizioni ma non certo privo di disciplina. E’ tutto l’opposto di quello che farebbe un musicista europeo. L’idea del bel suono non è esattamente quella che si intende da queste parti. Eppure vi è un’etica, il rispetto della sua natura primigenia, non ornamentale, ma fondamentale, abissale e non superficiale. Del resto, la natura stessa di questo articolo è semplice e ha come scopo di introdurvi ad un grande artista, darvi qualche campione da analizzare e sperare nella vostra curiosità.

Non mi resta che ricapitolare, non mi resta che ripartire dal presupposto senza il quale non potrete avvicinarvi a questo artista, alla sua musica: Sun Ra non è un terrestre!

Chi non fosse in grado, per una forma di pregiudizio, per un eccesso di pragmatismo, per incapacità immaginativa, per presunzione, per fede, per necessità, per pudore, chi non fosse in grado, dicevo, di credere ai natali extraterrestri di questo compositore, pianista, filosofo saturniano ebbene, a mio avviso, sarebbe meglio per lui cambiare aria e trovarne una più rassicurante, ben piantata sulla terraferma, magari.

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