di Graziano Uliani

PORRETTA (BO). Ho iniziato ad ascoltare il soul, anzi il rhythm & blues, come mi piaceva chiamarlo, ascoltando Bandiera Gialla, la mitica trasmissione di Arbore e Boncompagni. Era il periodo d’oro di quella musica, la metà degli anni ’60. Ero poco più di un ragazzo, c’era il beat inglese, i “complessi” italiani che facevano il verso ai gruppi che andavano di moda. Di questi ultimi, senza saperlo, mi piacevano brani che, scoprii più tardi, erano cover di canzoni che sarebbero diventate classici del soul.

 Ben presto però iniziai ad ascoltare solo la musica soul. Quelle melodie, quel ritmo, quei fiati e soprattutto quelle voci. Espressive e calde e intriganti. Quando poi sentii Otis cantare I’ve Been Loving You Too Long, capii che il rhythm & blues era la mia musica. In un paio di anni, fra il 1966 e il 1967, in tutta Europa, ci fu una vera esplosione della musica soul, ma le mode musicali cambiano in fretta, e già verso il 1970 uno dei pochi posti dove potevi sentire questa musica era la mia mente. La passione per la musica soul e black non solo non mi abbandonò, ma divenne una costante della mia vita. Poi le lunghe chiacchierate con il critico musicale Gianni Del Savio e dopo con Ernesto De Pascale, che mi davano la certezza di non essere il solo a sognare di promuovere la musica soul in Italia.

Dapprima iniziai a pubblicare una sorta di newsletter, il cui titolo non poteva che essere Soul News; poi vennero le collaborazioni con alcune prestigiose riviste musicali, complice il mio lavoro alla Seat-Pagine Gialle che mi dava l’opportunità di entrare in contatto con editori di cui la Seat era concessionaria per la pubblicità.

Nel 1986 mi recai a Zurigo per assistere a un concerto di Solomon Burke e stavo cercando di trovare un biglietto quando, girando attorno al Palazzo dei Congressi, mi trovai davanti proprio lui, una sorta di armadio nero, alto quasi due metri: un fisico imponente. Mi presentai come quello che aveva fondato il Salomon Burke fan club italiano, cosa del tutto inesistente. Questa balla fece comunque una grande impressione a Solomon, che si dimostrò entusiasta e molto gentile fino a soddisfare tutte le richieste tipiche dei fan, foto comprese. Gli promisi in un impeto di follia che sarei riuscito a farlo suonare in Italia e la cosa incredibile che il sogno, l’utopia, si è realizzato.

Tornato a casa fondai veramente, assieme a Del Savio, l’associazione Sweet Soul Music, che aveva la presunzione di fare chiarezza sulla musica soul e promuoverla in Italia. L’accelerazione definitiva del progetto mi venne data da un’altra fortunata coincidenza. Riuscii a parlare con Zucchero. In quegli anni (1986 /87) Adelmo Fornaciari non era ancora quella star mondiale che è divenuta oggi e lo convinsi a portare in studio con sé per la realizzazione del suo nuovo album Blue’s nientemeno che i Memphis Horns, il leggendario duo di fiati composto dal sassofonista Andrew Love e dal trombettista Wayne Jackson.  

I Memphis Horns avevano suonato praticamente in tutti i grandi classici di Otis, Aretha Franklin, Wilson Pickett, ma in anni più recenti anche con Peter Gabriel, Rod Stewart e Sting. Il disco, anche grazie a quella fantastica partecipazione, divenne il primo grande best seller del cantante emiliano con oltre un milione e mezzo di copie vendute.  

Il colpo successivo però lo feci con uno dei miei miti: Renzo Arbore. Ero riuscito a convincerlo, attraverso i buoni uffici di Ernesto De Pascale, ad inaugurare la prima stagione di D.O.C. su Rai 2 con Solomon Burke. Arbore voleva Wilson Pickett, ma per mia fortuna e soprattutto per quella di Solomon, Pickett era in libertà vigilata per aver portato un fucile carico nella sua auto. Non avendo credenziali con la Rai mi ero rivolto in maniera fortunosa ad un ex componente della nazionale italiana di sci, Andrea Cova, che aveva trovato il sistema di spendere un po’ del patrimonio della famiglia, proprietaria dello storico Hotel Falken, a Wengen. Cova aveva entusiasticamente aderito alla mia associazione Sweet Soul Music e, dietro le pressioni di organizzare qualcosa per Solomon, mi aveva portato addirittura dal leggendario Leo Watcher, l’impresario che aveva organizzato la tournée dei Beatles in Italia nel ’65.

Il 2 novembre 1987 Solomon inaugurò la prima settimana di D.O.C. e due giorni dopo si esibì al Teatro Olimpico di Roma in un breve concerto. Gino Castaldo su Repubblica scrisse “Breve l’uragano Burk; dopo appena venticinque minuti di performance, il grande vecchio se n’è andato con tutta la sua band, presumibilmente un imperfetto accordo sul cachet. Morale il pubblico è rimasto in parte a bocca asciutta, dopo aver assaporato la travolgente energia del vecchio mito della soul music”.  Castaldo continua scrivendo “forse saranno più fortunati quelli che potranno vedere Burke a Porretta Terme il 7 e subito dopo a Milano. Forse allora il re della soul music si concederà qualche minuto in più”.

Altro che fortunati quelli che videro Solomon a Porretta! Era il 7 novembre 1987. Due set travolgenti nel salone dell’Hotel Castanea per un totale di tre ore di musica. Il concerto doveva essere un omaggio che Solomon e Cova facevano alla nostra associazione per aver permesso loro di esibirsi per la Tv italiana, ma visto il successo che c’era stato, Cova, un po’ alticcio, aveva preteso un compenso di un milione e mezzo di lire che racimolammo a fatica. Il successo fu clamoroso e l’interesse per l’associazione Sweet Soul Music sempre maggiore.  

Ricordo un aneddoto curioso. Il giorno dopo, mentre Solomon andava a Milano, all’altezza del casello autostradale di Modena Nord chiese all’autista di seguire un carro funebre Mercedes che entrava nell’area di servizio. Fece affiancare l’auto, abbassò il finestrino e fece i complimenti all’addetto al carro funebre per la elegante carrozzeria che negli Stati Uniti non aveva ancora visto. Non so se quest’ultimo capì l’apprezzamento. Solomon Burke era titolare di un’impresa di pompe funebri e laureato in Scienze Funerarie!

Il 10 dicembre del 1987 ero a Macon, in Georgia, alle celebrazioni del ventennale della morte di Otis Redding. Invitato al mitico Big “O” Ranch assieme agli ospiti di riguardo non potevo che promettere, senza troppa convinzione, alla vedova Zelma, un festival in onore di Otis.

Nei mesi successivi l’unico tributo che riuscii a fare fu chiamare il mio cane, Zelma, ma subito dopo le cose presero a girare.

Durante il mio soggiorno a Macon e poi a Memphis avevo conosciuto Rufus Thomas. Rufus era il decano di una generazione di musicisti e per l’ultima settimana di D.O.C. nel 1988, proposi ad Arbore Rufus Thomas e i Memphis Horns. Nel giugno del 1988, grazie ai viaggi aerei pagati dalla Rai, riuscii a realizzare la prima edizione del Porretta Soul Festival.

Il grande momento di quella prima edizione fu rappresentato da quello che diverrà un ospite fisso: l’arzillo settantunenne Rufus Thomas con i Memphis Horns. Era la prima volta di Rufus in Italia, che diventerà la vera icona del Festival e a lui sarà dedicato il parco dove ogni anno va in scena il Porretta Soul. Lo stesso Zucchero poi sarà ospite in diverse edizioni.

Nel 1989, a forza di tormentare il produttore Michele Torpedine e lo stesso Zucchero, andammo a Memphis a registrare Oro, Incenso e Birra. L’album vendette un altro milione e mezzo di copie con collaborazioni eccellenti. La seconda edizione del festival vide la presenza di Geno Washington & The Ram Jam Band e tra le band italiane il Distretto 51 & The Capric Horns di Varese con Bobo Maroni all’organo Hammond che poi, qualche anno dopo, sarebbe diventato ministro dell’Interno della Repubblica Italiana.

Nel ’90, Solomon Burke tornò a Porretta in ottima compagnia: Sam Moore del mitico duo Sam & Dave, Carla Thomas, Billy Preston e una schiera di leggendari musicisti dove eccelleva il chitarrista Michael Toles, già con i Bar-Kays.

Nei ventotto anni successivi di Festival il gotha del soul si esibirà sul palco di casa mia. Da Wilson Pickett a Isaac Hayes, da Booker T. & The MGs a Millie Jackson per passare da eccellenze come James Carr, Eddie Hinton, Dan Penn o LaVern Baker. Le massime autorità del soul come Peter Guralnick, Rob Bowman, David Nathan o Tony Rounce verranno a vedere di persona cosa succedeva a Porretta. Per gli appassionati di tutta Europa, una favola.

Dimenticavo: a Porretta, oltre a Parco Rufus Thomas, c’è anche via Otis Redding.

Pin It