di Peter Guralnick

Per quanto riguarda il Festival di Porretta devo confessare di essere un neofita. Ho iniziato a venirci solo nel 1995, anche se ne avevo sentito parlare per anni da Rufus Thomas e da Solomon Burke. Però, loro non mi avevano preparato a quello per il quale nessuno avrebbe potuto prepararmi e cioè all’atmosfera che pervadeva non solo la musica, ma l’aria stessa.
Sin dal momento del mio arrivo a Porretta mi sono sentito come a casa, non solo perché ho ritrovato vecchi amici conosciuti a Memphis, ma perché me ne sono fatti immediatamente di nuovi, partendo dalla base di quel sentimento comune rappresentato dal feeling che sta dietro alla musica. Nel corso degli anni ho assistito ad un sacco di festival soul e ho visto praticamente ogni artista apparso a Porretta - Solomon, Wilson Pickett, Rufus, Otis Clay, Anne Peebles, LaVern Baker, William Bell – esibirsi anche da altre parti, però non li ho mai visti esibirsi in maniera tanto sentita e non ho mai visto nessun artista entrare tanto addento allo spirito dell’occasione come ho visto fare a loro sul palco del Festival di Porretta.
Francamente, non so a cosa si deva tutto questo, se non ad una generosità di spirito in grado di abbattere ogni barriera culturale e linguistica. Quello che so è che i più grandi momenti musicali ai quali ho assistito sono stati quelli in occasione dei quali anche il pubblico è entrato a far parte della situazione e la sua reazione è diventata parte della musica stessa e l’ha portata in altri luoghi. Il James Brown show degli anni Sessanta, Salomon Burke che predicava in egual misura ai convertiti e ai miscredenti (c’è una delle mie canzoni che, se la canterete tutti, credo che salverà il mondo intero!), Howlin’ Wolf in un piccolissimo club che scherza con la gente, Otis Redding e Joe Tex al Louie’s Showcase Lounge di Boston che ricevono dagli spettatori quanto hanno dato loro, se non di più. Insomma, la cosa che più mi ha sbalordito del Festival di Porretta è stata la misura in cui un pubblico di un tempo e di un luogo tanto differente sia riuscito comunque a contribuire alla realizzazione di una grande, grandissima performance soul.
Tutti sappiamo quanto sia deludente cercare di catturare nuovamente un feeling che non c’è più. Nell’una e nell’altra occasione, tutti noi – tutti, ne sono sicuro – abbiamo sostituito la cosa vera con un’immagine da cartolina pressoché perfetta, ma fredda, inanimata e ne siamo rimasti insoddisfatti. Bene, tutti sanno che l’essenza del soul non è la perfezione, né la nostalgia, ma l’imperfetta bellezza della realtà, il puro e semplice feeling ed è esattamente questo ciò che ho ottenuto dalla mia esperienza con il Festival di Porretta. Penso che fra tutti sia stato Dan Penn quello che ha espresso al meglio la cosa: in un periodo in cui sta diventando molto difficile trovare un posto per la gioia – ha cantato – c’è pace a Porretta - un luogo (uno stato mentale?) dove il rispetto e la benevolenza sono ovunque.
Mi trova rispettosamente d’accordo.
