Aveva una voce decisamente importante, Natalie Cole, ma era figlia di uno, Nat King Cole, che della musica era stato una pietra miliare. Per questo, forse, avrebbe fatto meglio a fare altro. Ma con un padre così, era vero, è vero e lo sarà per sempre, forse, anche se deceduto quando lei aveva appena 15 anni, era difficile pensare di intraprendere un’altra carriera.

 

Del resto, i milioni di dischi venduti, l’incetta di Grammy che ha fatto e il pregio, stratosferico, di aver interrotto, nel 1975, l’egemonia di Aretha Franklyn, darebbero ragione a Natalie, che ha voluto fare la cantante. Ma l’ombra paterna l’ha benevolmente e sadicamente perseguitata, dall’inizio della sua carriera: i suoi successi strepitosi, conditi da un diaframma e un’estensione davvero delicati, sono puntualmente state le interpretazioni paterne e non può certo considerarsi casuale che il suo più grande successo sia stato Unforgettable, una registrazione nella quale accanto alla sua voce c’è, in duetto, quella indimenticabile del padre.

La storia della tossicodipendenza, vera come la sua morte, giunta inaspettata il giorno dell’ultimo dell’anno e i tre matrimoni, non crediamo abbiano retaggi di venerazione paterna: è un ambiente bellissimo e difficile, quello dei palcoscenici, fatato e maledetto.

Erano anni, comunque, che Natalie Cole aveva smesso di cantare: i problemi di salute ne avevano condizionato molto le prestazioni. E i sogni.

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