di Luigi Scardigli
PISTOIA. Deve prima tornare negli Stati Uniti, a New Orleans, per la precisione. L’assenza forzosa si concluderà soltanto nel 2018, quando finirà il suo embargo; allora, capirà se l’America è davvero di là dal mare, nella sua Livorno o in un rudere ristrutturato della Gallura, dove non gli dispiacerebbe ritirarsi con la compagna, i figli e un cane per comporre la sua musica e prepararsi, spiritualmente, per affrontare le tournée.
Roberto Luti, simpaticissimo, ma schivo fino alla riservatezza, ieri sera era a Bonelle, una frazione del Comune di Pistoia, al Circolo Arci, con tre amici-colleghi che prima di metterlo in vetrina a sbalordire il pubblico, con pungenti svisate slide e una morbidezza strumentale oggettivamente portentosa, gli han fatto rigustare i sapori della cucina toscana, soprattutto perché reduce da un giro in Bielorussia.
“Credo proprio che fino a quando non sarò tornato in America – ci ha raccontato il chitarrista livornese durante la frugale, ma interminabile cena – non sarò in grado di capire e metabolizzare dove davvero voglia trascorrere la mia vita”.
Gli diamo tutto il tempo che reputa necessario: basta che nell’attesa non smetta di suonare, perché sentirlo è veramente piacevole. Un tiro eccezionale, un groove delicato e indispensabile, soprattutto quando sul palco, così piccolo e così disturbato, ci sono Enrico Cecconi alla batteria, disponibile in qualsiasi versione: basta che lo si avverta un attimo prima di iniziare; Carlo Romagnoli al basso, un paggio preparatissimo alla musica e al divertimento e Emiliano Degl’Innocenti alla chitarra, ma soprattutto alla voce, e che voce.
“Sono abituato a girare il Mondo – ha aggiunto Roberto Luti -, ma ho finito per tornare nella mia Livorno. E’ una città strana, che esercita un fascino, per noi livornesi, davvero strano, particolare. Come se sapesse che un giorno, quelli nati lì, alle Baracchine, prima o poi torneranno. Non ho escluso nemmeno questa opportunità; non escludo mai nulla, nella vita, specialmente nella mia”.
Nella confusione ci sta come un re, Roberto: si sta asfaltando il futuro e visto che è favorevole al riciclo, non lascia mai al caso quello che incontra. Ha visto gente, colori e situazioni disparatissime, l’una dall’altra: non si è mai permesso di trarre conclusioni. Ne ha fatto esperienza, ne ha portato una manciata di terra con sé e ha continuato il viaggio. Che non è ancora finito. O che non è ancora iniziato.
“La musica è una compagna e una compagnia meravigliosa – dice ancora la sei corde livornese -. Il mondo lo giro con lei. Perché è decisamente più facile viaggiare e anche la gente che si incontra sembra quasi che ci stia aspettando. Non sono ancora abbastanza adulto da prendere una decisione alla quale tener fede: sto ancora raccogliendo indizi. Lo faccio girando, suonando, incontrando colleghi”.
Ma non crediate che sia una reincarnazione di Gulliver: la vita di Roberto Luti non l’ha scritta Mark Twain, ma il destino di suo padre e di suo nonno che sono cresciuti con il rock and roll e il blues. Il resto l’han fatta la sua caparbietà e quelle coincidenze che sembrano casuali, ma che sono invece la traccia, indelebile, del destino. Come quella volta sul palco del Pistoia Blues, a vedere per la prima volta, sulle spalle del padre, uno dei suoi iniziatori, B.B. King. Incontrato nuovamente, dopo più di dieci anni, nella stessa città, Pistoia, sullo stesso palco, Festival Blues, ma stavolta da colleghi: Lucilleman centro di gravità permanente; Roberto Luti un giovane chitarrista alle prime armi, che quel filo invisibile di cui parlavamo prima vuole che venga selezionato tra tanti marmocchi con il fiuto giusto proprio per scegliere l’amplificatore da consegnare al Re.
“La musica è un’immersione fatale – dice ancora Luti, ma sbrighiamoci, si deve esibire -: entri per magìa in quel vortice e non ne esci fino a quando non hai finito di suonare, sempre che, ad amplificatori spenti, non se ne senta ancora il riverbero”.
Suona con un’impressionante delicatezza, Roberto Luti: arriva fino in fondo, ma non sembra che né lui, né il suo strumento, stiano facendo sforzi, men che mai straordinari. Ha un suono prolungato, ma senza far sentire il fiatone, come se si allenasse duramente; è timido e concentrato e invece che cercare i sorrisi e gli applausi, tiene molto più alla sintonia dei colleghi, ai quali rivolge puntualmente la chitarra: è felice di suonare e ancor più di raccontarlo ai suoi compagni di viaggio.
La serata scivola via con il solito incommensurabile naturalissimo piacere: Cecco, Carlo ed Emyblues sembrano i suoi amici più vecchi, quelli con i quali Roberto ha diviso un’infinità di concerti. E’ la musica, invece, che guida quei quattro giovanotti verso i loro destini, che – e loro lo sanno benissimo -, sono già stati scritti, perché sono inesorabili.
