di Riccardo Onori

È sempre una dimensione strana ed entusiasmante quella del tour: viaggi, arrivi in una città, fai il soundchek, mangi qualcosa e poi via, sul palco. Suoni davanti a tantissima gente che è lì per divertirsi; tu cerchi di farli divertire il più possibile, noi facciamo sempre lo stesso spettacolo, lo abbiamo provato e riprovato tantissime volte, cerchi di arrivare alla perfezione. Fortunatamente la perfezione non esiste; le persone che sono venute ad assistere al concerto non sanno cosa succederà. Per questo per noi è sempre diverso: cambiano le persone e lo spettacolo si adatta a chi ci vede.

 

In fondo, il palcoscenico è una frontiera: noi esponiamo la nostra idea; dall'altra parte c'è il pubblico che risponde. Lo spettacolo si fa tutto insieme, se togli un elemento, crolla lo show. Per questo ho sempre un grande rispetto del pubblico, e sono loro grato, perché noi esistiamo fino a che loro ci danno la possibilità di esistere. Molte persone ci ringraziano per quello che facciamo: è la sensazione più bella, questa. In fondo, proprio in questo periodo storico dove in giro si respira il terrore, attentati scioccanti, echi di guerre incomprensibili, paura del futuro, la gente si lamenta di una crisi estenuante. Ma poi arriva il giorno del concerto e noi cosa dobbiamo fare? L'unico modo per combattere la nostra guerra è far star bene le persone; la musica può fare questo, noi non siamo altro che degli strumenti che servono a questo: far emozionare le persone. Quando la musica riesce in questo intento, ha fatto il proprio dovere, ha fatto tutto. Quando ho iniziato a suonare è perché avevo visto concerti incredibili che mi avevano aperto il cuore: Edoardo Bennato, Pino Daniele, Vasco Rossi i Dire Straits, Miles Davis e molti altri che non sto qui ad elencare. Ho sempre avuto un senso di gratitudine per quei musicisti che a loro insaputa mi stavano alfabetizzando sull’arte della musica. Adesso, forse, sto solo restituendo quello che mi è stato, a suo tempo, regalato. E come tutto succede sempre a velocità supersonica, anche la musica sta cambiando: mio figlio è molto appassionato di musica, ma la sta vivendo in un altro modo, come del resto io vivevo la musica in maniera completamente diversa da come la godevano i miei genitori. Penso a Bob Dylan, Jimi Hendrix, Miles Davis, penso ai Pink Floyd e ai Led Zeppelin. Penso a tutti i musicisti di qualche generazione passata e penso che allora avevo avuto l’impressione che fossero degli alieni scesi da chissà quale pianeta lontano. Quei marziani sono poi diventati i nostri punti imprescindibili di riferimento.

E cos’è che conta di più in assoluto per quegli artisti e per quelli di oggi? Scegliere, soprattutto, i giusti mezzi per comunicare. Prima c’erano le chitarre elettriche, che erano una novità; adesso ci sono i computers. Prima c’erano i vinili per fare arrivare la musica nelle case, oggi c’è YouTube. I tempi cambiano, cambiano i mezzi, ma resta la genialità degli artisti di saper cavalcare il proprio tempo. Skrillex che spacca il suo computer alla fine della sua performance non è forse la stessa inquietudine che avevano gli Who quando distruggevano i loro strumenti sul palco? Non è forse la stessa esigenza di comunicare al mondo la propria discesa in questo pianeta? Non ho risposte da dare a tutti questi quesiti; è presto per emettere oracoli, solo il tempo e il futuro, potrà offrirceli. Ricevo parecchia posta da parte di aspiranti musicisti che mi chiedono cosa devono fare per imparare a mestierare di musica. Dovrebbero chiederlo a mio figlio, forse: lui, probabilmente, come ultima generazione, ha i consigli da dare, le risposte da offrire. E’ vero: la fortuna di stare, da una vita, sul palco con Lorenzo Jovanotti (la foto in sua compagnia l’ha scattata Michele Lugaresi, quella dove sono da solo, invece, Saturnino Celani) è una lezione costante che ricevo tutte le volte che partiamo per le tournée. La cosa che più mi impressiona di lui è la costante ricerca, l’assoluta necessità di stare a contatto con il mondo; tiene sempre le antenne bene alzate, capta prima di tutti quello che servirà, non va mai avanti il giusto per arrivare nel momento ideale alla gente. Questa è una dote che solo i grandi artisti posseggono: appartiene solo a chi sa ascoltare, solo a chi si sa mettere sempre in discussione. Inutile stare a compiangere i bei tempi andati della discografia, così come è inutile essere spaventati del futuro. Gli artisti troveranno sempre i loro mezzi di comunicazione adatti per il proprio tempo.

Picasso era fortemente spaventato del cinema; si rendeva conto che il cinema godeva di un potere di attrazione più grande della sua incommensurabile pittura. Sono convinto che se fosse nato un po’ di anni più tardi, Picasso sarebbe stato un grandissimo regista, forse il lucido, il più lungimirante, il migliore! Tutto questo per dire che oggi nelle strade non vediamo più le carrozze con i cavalli. Le macchine saranno anche meno romantiche dei calessi, ma tutti noi le usiamo per spostarci e chissà quale sarà il mezzo di locomozione che si userà quando mio figlio sarà diventato un uomo: spero di esserci, perché il futuro potrebbe essere meraviglioso. Ma il futuro dipende da noi: siamo noi che dobbiamo costruirlo, facendo bene e con passione quello che sappiamo fare. La passione e il desiderio è il motore di questo pianeta. Continuiamo a coltivare queste ricchezze per i nostri figli: diamogli spazio, perché loro sapranno quali mezzi sono più giusti per comunicare le loro passioni e i loro desideri. Bene, ora vi saluto e mi metterò a fare quello che ho sempre fatto: ascoltare musica nuova. Sperimenterò nuovi suoni, guarderò nuovi film, cercherò nuove band live, perché desidero essere affascinato da un nuovo modo di fare cultura. Rispetterò il passato e farò entrare il futuro. La cosa pazzesca di questo mestiere è che quando fai qualcosa di perfettamente allineato con i tuoi tempi, diventa automaticamente eterno: è come l’amore, ti senti eterno se lo vivi completamente. Un grande in bocca al lupo a tutti quelli che vorranno fare arte nel loro tempo. Userò una frase che ho letto pochi giorni fa: Be a Voice Not an Echo, aggiungendo che copiare ha senso se serve a formare una personalità propria, ma ad un certo punto bisogna viaggiare con le proprie gambe.

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