di Luigi Scardigli

QUARRATA (PT). Da Bach a Bach. Nel mezzo, un breve, ma dotto ed esaustivo saggio di Musica. Offerto da una coppia inedita, stravagante, dissimile, tra loro, nel midollo, accomunati però - e in modo plateale -, oltre che dall’amore per la medesima arte, anche e soprattutto dalla sapienza dell’esecuzione. Villa la Magia, Quarrata, a due passi da Pistoia. Nel salone dei rinfreschi e dei concerti, due pianoforti incastonati tra loro, quasi in un amplesso. Alle tastiere dello strumento a sinistra, Antonino Siringo; all’altro, Daniele Biagini. Per sapere da dove vengano, andate su un motore di ricerca: su internet, per leggere questo, ci siete già; iconizzate il testo e ve li cercate, entrambi: è facile, sono soggetti conosciuti, con rispettivi background alle spalle da far invidia a tanti.

 

Di quello che han fatto oggi pomeriggio, invece, ve lo raccontiamo noi, perché c’eravamo e difficilmente ce li saremmo potuti e voluti perdere. All’opera, separatamente, li avevamo già visti e applauditi numerose altre volte: insieme, era la prima e non solo per noi. Il risultato della commistione è stato magistrale, soprattutto perché i due musicisti hanno avuto il merito, involontario, ma chimico, di stabilire chi dei due fosse il direttore d’orchestra e chi il pezzo più pregiato dell’orchestra. Lo ha stabilito il dna, quello che ha fatto di Antonino Siringo e Daniele Biagini, prima che due ottimi artisti, due uomini. Dimmi come suoni e ti dirò chi sei! Vero, infatti. Profondi conoscitori, entrambi, del valore della Musica, non potevano che iniziare da dove è nata, la Musica. L’imbarazzo della scelta è stato enorme, ma hanno deciso di premiare Bach, presentandosi al salone, gremito come al solito, anche se orfano, con irritante puntualità, di musicisti. Quelli che c’erano, non potevano non esserci: le due lady, Rebecca Scorcelletti e Antonella Grumelli (entrambe eccellenti vocaliste), Davide, il figlio di Daniele, che calca le orme strumentali paterne con strabiliante disinvoltura, Riccardo Tesi (organetto diatonico di Fabrizio De André), al quale i due strumentisti hanno dedicato uno dei brani eseguiti e Daniela Dolce, una lirica di rara profondità e bellezza.

Dopo il preludio, l’adagio e la fuga (Bach), Antonino e Daniele si sono immersi, con professionale distacco, nel mondo del jazz e anche in questo caso hanno deciso, facendo una serie di razionali considerazioni, che occorresse privilegiarne uno soltanto, come estrazione esemplare. La scelta è ricaduta su Bud Powell (pianista e compositore) e anche in questo caso c’è stato poco da discutere. Ma il religioso silenzio del salone lo hanno ottenuto, senza chiederlo, in virtù della profondità e della maestosità delle interpretazioni. Un coesistenza e una coesione felicissime, ritmate da reciproci favori, quelli che hanno dato modo, con equilibrio democratico, di dare ad entrambi la possibilità di sfoggiare il proprio sound: teatrale e magistrale, quello di Antonino; anonimo e discreto, quello di Daniele. L’apice del pomeriggio è stato raggiunto quando i due Maestri si sono cimentati nell’esecuzione di un brano scritto da Siringo: doveva in qualche modo entrarci l’Africa (dopo Bach e il jazz, è un passaggio obbligato, il Continente equatoriale). Interminabile, sempre sul punto di caracollare e finire. E invece eterno. Un richiamo dei primi Weather Report, quello segnato da quel capolavoro che si chiama 8:30. La differenza, sostanziale, visiva, morale, scenica, ma non certo uditiva, si è concentrata e limitata in questo. Antonino è un leader di se stesso: apre spesso la bocca, quando suona, affinché l’ossigeno che gli consente di sopravvivere lo nutra anche d’altro; dialoga con i tasi, parlotta, organizza e sintonizza le sopracciglia con l’andamento musicale. Daniele, non si permetterebbe mai il lusso di mettersi i galloni del comando: ondeggia la testa come se stesse ascoltando un motivetto al bar, anche se sta eseguendo un capolavoro di Lennie Tristano (pianista e compositore, un’icona del mistero); preferisce delegare a chissà chi la sua classe e la sua grazia musicali come se non fossero il frutto dei suoi studi e dei suoi sacrifici; la bocca resta chiusa e guai a lasciare spifferi.

Tutti e due, comunque, primeggiano, con pari intensità e oggi pomeriggio hanno dato una dimostrazione, efficacissima e applauditissima dal pubblico, che ha deciso di alzarsi in piedi, per tributare loro i giusti onori, della potenza della musica, specie quando a interpretarla ci sono due soggetti che hanno imparato a capirla e a darla, dopo averla studiata tantissimo.

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