di Tullio De Piscopo
"Ognuno di noi ha un destino e ha cose da fare - quelli più fortunati riescono a farle. Tullio, la mia vita è legata ad un filo. Dopo l’operazione dovevo campare 10 anni, ne sono passati 24. Personalmente mi ritengo molto fortunato…”. Con la schiettezza e la tranquillità un po’ ironica che lo contraddistinguevano, Pino mi disse queste parole a Conegliano durante una delle pause dell’allestimento del tour “Nero a metà” di dicembre 2014. E’ l’immagine, la prima di tante, che con naturalezza scorrono ogni volta che ripenso alla scomparsa del nostro “fratello in blues”. Più rifletto, più mi rendo conto di quanti punti di contatto esistevano nei nostri modi di esplorare la vita oltre le vicende professionali e di quanto riuscivamo ad intenderci nelle vicissitudini quotidiane e nel rapporto col nostro mondo e con Napoli, la nostra città.
Rivivo con amore e nostalgia i momenti passati assieme: rivedo Ciro ‘o barbiere, che veniva in albergo e ci radeva mentre discutevamo della scaletta per i concerti di “Tutta ‘nata storia” a Napoli. Indosso ancora quella maglietta che mi regalò nel 2013 “pecché nun si chiatto e non hai bisogno di indossare la camicia: ’a maglietta è cchiù bella”. Ripenso ai momenti in cui non ci siamo sentiti e mi rendo conto che non siamo mai stati separati; la presenza di Pino mi ha sempre accompagnato mentre componevo una canzone, mentre valutavo uno strumento, mentre semplicemente acquistavo un nuovo indumento. Pino Daniele ha firmato magiche poesie, ha interpretato sentimenti e scritto tanto, fino a porsi come inevitabile termine di confronto per chiunque di noi abbia intenzione di cimentarsi con la produzione di liriche legate a Napoli. Il suo blues, la sua musica dal respiro ampio e globale, dal jazz alle contaminazioni etniche, fino alle sperimentazioni coi madrigali e Gesualdo da Venosa, la sua voce particolare e unica, il suo legame a doppio filo con la realtà partenopea, lo hanno portato in tutto il mondo, hanno dato lustro a Napoli e all’Italia allo stesso modo in cui il soul di Ray Charles ha fatto per gli States. La filosofia di vita di Pino era intrisa di volontà e fatalismo e di amore per i suoi figli e la sua chitarra. “Vai mo’, ca si nun vai mo’, nun vai cchiu” era solito affermare, celebrando con forza la sua voglia di andare sempre avanti. Sin dal suo primo lavoro, Terra mia, ho cominciato a capire e apprezzare la sua Musica, che era anche la mia Musica. Emergeva immediatamente un grandissimo gusto negli arrangiamenti e la capacità innata di valorizzare le qualità dei musicisti. Pino era solito cercare la circolarità nei brani; tollerava l’errore singolo e il groove che poteva andare più veloce o più lento, ma mai statico e parallelo: è un’impostazione particolare che ha aggiunto grande spettacolarità a tutti i tour che abbiamo fatto assieme. La vita in tour era concitata, il feeling fra di noi molto alto e il rapporto coi fans intenso e pieno di entusiasmo. In uno dei primi concerti ad Alghero, un fan in mezzo al pubblico riuscì ad impossessarsi e far sparire la famosa sciarpa di Pino (che gli avevo regalato, sottraendola a mia moglie). In quegli anni la indossava a ‘mo di capotribù indiano, caratterizzando così quell’icona che ancora oggi tutto il suo pubblico ricorda. Inaspettatamente il giorno dopo ad Olbia in mezzo a tantissima gente individuai lo stesso fan che si era impossessato della sciarpa, riuscendo a farmela restituire.
Pino sapeva dare conforto e mi ha dato conforto in uno dei miei momenti più bui. Ero reduce dalla lotta col male oscuro, che si era impossessato di me. Venne a trovarmi in ospedale. Era visibilmente affranto, ma, mentre mi parlava, infondeva serenità e amore. Ad un certo punto, dopo un istante di riflessione, spostò lo sguardo sulla coroncina che indossava da sempre sotto la maglietta. Una coroncina di cotone nero, finemente intrecciato, terminata con una piccola croce. Se la sfilò e delicatamente la appoggiò attorno al mio collo e sul petto: “ecco Tullio, voglio lasciarti questo pensiero, mi ha protetto in tutte le situazioni avverse, ma credo che ora tu ne abbia più bisogno”. E’ stato un momento che non potrò mai più dimenticare: da allora, tutti i giorni, quando indosso la coroncina per uscire, la figura di Pino e le sue parole mi sorreggono come un viatico. Penso che i valori che Pino Daniele comunicava attraverso la sua poesia e la sua musica siano più che mai vivi in tutti noi; Pino credeva con forza nei progetti che portava avanti sopportando serenamente le “cose del mondo”, alimentava la fede in sé stesso e nei grandi uomini, sosteneva la ribellione contro i soprusi, le ingiustizie e i ‘furbi’, “quelli che ti hanno imbrogliato, ma che poi alla fine si sono imbrogliati da soli”. Caro Pino, solo dopo che sei passato a nuova vita, in tanti si sono accorti di quanto ti amavano. Il miglior modo per ricordarti è attraverso il silenzio, senza fare rumore, perché il rumore e chi grida troppo non ti piacevano. Ti ferivano le orecchie.
Con te, per sempre.
