di Alla Munchenbach

PRATO. Durante un’esibizione di Bobo Rondelli sembra quasi di essere dentro un incantesimo; il tempo si ferma, la gente si ama, la vita è poesia. E’ successo così anche ieri sera, 25 aprile, in piazza dell’Università, a Prato, gremita di persone di tutte le età che non si sono volute perdere il concerto del cantastorie livornese, gemma conclusiva della settima edizione di Bomba libera tutti, la Festa della Liberazione organizzata da Assemblea Libertà è Partecipazione, in collaborazione con Left Lab e Anpi di Prato. Sotto all’orologio della Resistenza realizzato dall'artista Alessandra Andrini (lascia stare che non funziona più da anni) e accanto al tabellone dedicato alla famosa frase di Calamandrei, ci stava proprio bene la passione del guascone livornese col suo repertorio di canzoni romantiche, ironiche, a volte un po' caustiche, ma sempre sul filo tra poesia e gioco, così ben miscelati.
Cantando con quel suo piglio da poeta mattatore, ha saputo dare il giusto sound e la giusta dose di resistenza e irriverenza, senza protesta retorica e scontata, ma solo la voglia di cantare liberamente il proprio pensiero, attraverso la sensibilità di un artista che accarezza le profondità dell’anima in pena con delicatezza inaudita. Con quell’aria di chi è lì quasi per caso, si è lasciato coinvolgere dal calore della piazza che lo incitava. Poi i commenti osé di qualche ragazza in pole position hanno risvegliato dal torpore esistenziale ed etilico l’animale da palco che è partito come un treno. Ride di gusto quando una giovane donna nel bel mezzo della folla gli lancia il reggiseno, se lo mette in testa e continua a cantare improvvisando un rallenty in ironico delirio da divo osannato dal genere femminile, di cui lui ama e canta tutte le sfumature. E poi vai con Bella Livorno, Il cielo è di tutti, Marmellata, Sporco denaro, Non voglio crescere più. Non ha dimenticato di imprecare contro la chiesa e la religione e tutte quelle facce tristi dei santi e delle madonne. Il paradiso esiste ed è qui sulla terra, non fatevi ingannare, meno male che ora abbiamo un Papa comunista che finalmente legalizzerà la topa; anche questa dichiarazione beffarda non poteva mancare. Sarà la forte simpatia e quel suo modo buffo, timido e goffo di ragazzone da bettola livornese, ma in bocca a lui perfino il gergo irreverente da vernacoliere non suona volgare; è parte integrante di quella malinconia ironica, irrisoria e perfino poetica da maledetto toscano. Sarà inoltre per questa affinità che ha voluto generosamente omaggiare il collega e amico Carlo Monni, cantando Guarda che luna mentre lasciava scivolare la voce nella calata graffiata e grossa dell’attore toscano, quasi a dire: occhio che è ancora qui con noi, tra bestie rare non ci si perde di vista, nemmeno dopo la morte!
