Corre voce che I still do sia l’ultimo album di Eric Clapton. L’età (71 anni) è di tutto rispetto, ma nessuno si meraviglierebbe se la mano lenta più famosa del mondo ne sfornasse ancora di gemme in sala di registrazione. Soprattutto ora che si è ricongiunto a Glyn Jones, l’uomo della sua fortuna discografica. Ma anche se così fosse – anzi: diamo per accertato che così sia -, il nuovo album di The man of the blues (cit. Chuck Berry) è davvero un ritorno alle origini, un tuffo nel passato, uno sfogliare foto in bianco e nero dei propri esordi, quelli che ventenne lo videro tra i cofondatori di gruppi leggendari, come gli Yardbirds, i Bluesbreakers e soprattutto, i Cream.

 

Non vi tullieremo con il nobilissimo palmares del chitarrista inglese: c’è internet, per questo, a schiarirvi le spigolature, ma torniamo a parlarvi del nuovo album, che vede l’incisione di dodici tracce, dieci omaggi (in particolare a J.J. Cale, l’uomo di Cocaine, per intenderci) e due nuovi inediti, che sono veramente la cosa più bella della nuova fatica di Clapton: Spiral e Catch the blues, due canzoni straordinarie, sussurrate nello stile del suo ideatore, che invecchiando ha ulteriormente affinato la propria voce, che si è resa, autoresa, viste le stagioni, ancora più sensuale, cavernicola, blues, quasi di colore, quello che più si addice a questo genere musicale, il nero. E’ un disco così curato e nuovo che ha tutta l’aria di essere spontaneo e antico; la vena è veramente quella del rockblues dalla quale, Clapton, non si è mai prudentemente allontanato, anche se nelle sue rinascite, avvenute all’indomani di rovinose cadute, ha provato a sondare anche altri territori affini, nei quali è riuscito ad imporsi, certo, ma che lo hanno puntualmente rispedito alle origini, che sono quelle che lo hanno reso immortale. Con il vincitore di una valanga di Grammy, in questa registrazione, ci sono molti suoi vecchissimi colleghi amici inglesi: Henry Spinetti, Paul Carrack, Dave Bronze, Simon Climie, Chris Stainton ed altri sessionisti spesso in ombra (come in questa) e due vocaliste, anch’esse britanniche, ma con la carnagione meno chiara di quella classica del popolo anglosassone: Michelle John e Sharon White, per una raccolta che segna, proprio dando corpo e peso alle voci di corridoio, la probabilità che questa sia davvero l’ultima registrazione di Eric Clapton. Che continuerà ad esibirsi in lungo e in largo alle varie manifestazioni che se lo contenderanno a suon di migliaia di dollari (troppi, a detta di Giovanni Tafuro, per portarlo sul palco pistoiese del Blues'In, in una delle 36 edizioni consumate), un po’ dei quali, Clapton, memore dei suoi burrascosi trascorsi tra alcool e droga, li devolverà all’associazione da lui fondata per il recupero di alcolisti. Jimi Hendrix, Frank Zappa, Bob Marley, B.B. King, Lou Reed, Jack Bruce e i suoi più illustri compagni di mezzo secolo di musica ancora vivi hanno detto, senza proferir parola, che I still do, che lo faccia ancora, Eric!

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