di Luigi Scardigli
PISTOIA. Iniziamo dalla piazza ingiustificatamente semideserta o dalla straordinaria performance degli artisti? Non fa differenza: ci sarà merda per gli uni e rose per gli altri. Perché a questo Festival Blues, ora che non si può più accusare di essere ricettacolo di droga, bivacco di immarcescibili freakttoni, alcova estiva di disturbatori della quiete pubblica, i più accaniti detrattori, che non vengono al Blues, ma che non vediamo mai a teatro, in libreria, al cinema e che sostanzialmente non ridono mai, si erano attaccati, ultima spes, alla questione musicale, accusando Tafuro e la sua direzione artistica di essersi dimenticati del Blues. Ieri sera, però, terza serata della 37esima edizione del Festival di Pistoia, si sono dovuti attaccare loro, al tram, quello chiamato desiderio, perché se fossero venuti, di Blues, ne avrebbero sentito in abbondanza, e di bella posta!

Subito, prima di cena, con la band rovigo-padovana di Alice Violato, i Twisters, gran bella formazione rockblues che oltre alla voce, un po’ troppo metallica, della veneta capofila, mette in scena quattro strumentisti con attributi originali, che rispondono ai nomi di Paolo Bacco (chitarra), Matteo Coassin (batteria), Mick Muneratti (basso) e Claudio Lupo (keyboards). Antipasto gradito e sintonico che ha aperto il palco alla triade convocata in tempi non sospetti: James Taylor Quartet, la band di Lucky Peterson e quella del giovanottino Brian Auger, che lunedì prossimo compirà 77 anni. Avremmo scommesso – perdendo – che nella virtù numerica delle candeline spente da ognuno dei protagonisti, la chiusura fosse affidata all’americano di Buffalo, Lucky Peterson, figlio d’arte e soprattutto bambino prodigio (la prima incisione risale a quando aveva appena 5 anni). Invece, nonostante abbia solo 54 anni, l’eclettico polistrumentista sembra passarsela fisicamente non in modo eccellente, anche se sotto pressione live riesce a dimenticarsi del proprio imbarazzante sovrappeso. Figuriamoci se avesse studiato alla scuola di giovinezza di Sting, cosa avrebbe fatto! L’ultima parte dell’esibizione è stata apologetica: sulle note di Johnny B. Goode, di Chuck Berry, si è allontanato dal palco ed è sceso in piazza, tra le seggioline, creando quel meraviglioso scompiglio al quale, probabilmente, la Security, non avrebbe saputo porre rimedio, se si fosse reso necessario il suo intervento: simpatici e carini, quelli dello staff sicurezza, ma mostrano, sistematicamente qualche imperdonabile pecca, che fino ad ora non ha avuto, fortunatamente, pericolosi tracolli. Gli assoli alla chitarra, che erano stati preceduti dall’altro suo grande amore, quello dell’organo, non si sono limitati al centro della piazza, ma si sono spinti fino ad una delle rivendite di birra, sul lato destro: qualche giovanotto, istigato a non perdersi l’evento pistoiese da genitori nostalgici, deve aver capito perché papà e mamma, quando ascolta Eros Ramazzotti, scuotono il capo! Prima di congedarsi e lasciare il palco a Brian Auger, Lucky Peterson ha voluto ricordare, nel migliore dei modi, Prince, intonando, con allegra professionalità, Purple rain, uno dei brani più famosi del pirotecnico artista recentemente scomparso e un’inaspettata versione di Happy Days. La serata, a quel punto, era stata già sufficientemente riscaldata dal quartetto di James Taylor, quello che scrisse la colonna sonora di uno dei telefilm cult della Tv anni 80’, Starsky & Hutch, gruppo che sulle orme del world musicista Herbie Hancock, ha riempito alcune pagine straordinarie di jazid e funk britannico e si è conclusa con Brian Auger, autentica icona del poprockblues, in tournée, negli ultimi cinquant’anni, con Jimi Hendrix, i Led Zeppelin e Rod Stewart (dovrebbero bastarvi), che prima di intonare il proprio repertorio ha sottolineato la bellezza della piazza pistoiese, la sontuosità del palco del Festival e l’importanza nel mondo della nostra manifestazione. Gli incontentabili, per fortuna, erano assenti, perché erano ancora in macchina, probabilmente, di ritorno dalla Versilia.
