di Luigi Scardigli
PISTOIA. Perché, noi, alla loro età, non abbiamo fatto lo stesso? Non siamo stati ore e ore a bivaccare sotto il sole cocente delle estati per essere tra i primi a entrare e gustarci, il più possibile vicino al palco, i nostri beniamini di turno? Che non erano i Bastille, d’accordo, ma gruppi che poi hanno fatto la storia – e non solo della musica -, quella che probabilmente non faranno questi ragazzotti inglesi! Ma a loro, alle duemila adolescenti - meno volgari e più pulite delle nostre coetanee - che hanno scarsamente popolato piazza del Duomo per la quarta serata della 37esima edizione del Festival Blues, le risposte che aspettavano, sono arrivate tutte, proprio come desideravano che fossero formulate. La vera anomalia, constatata soprattutto dall’organizzazione, è che tutti, per questa unica data italiana, si aspettavano che la rockprogressiveband attirasse più spettatori. E invece, le sorelle minori delle spettatrici di Mika non sono riuscite a competere con le maggiori, perché in piazza del Duomo, con i Bastille, le seggioline blu - effetto soldout - avrebbero fatto la loro porca figura.

Ai concerti, comunque, nessuno si volta mai indietro e quelle che si sono fatte schiacciare lungo le transenne per tutta la durata dell’esibizione, avranno avuto l’impressione di essere state compartecipi e corree di un evento. L’impressione, comunque, sentendoli cantare questi Bastille, è che la tematica si ripresenti quasi sempre nello stesso modo, con un prolungato vocalismo, preferibilmente usando la lettera “o”, che accompagna il motivo fino alla fine. Non si capisce mai perfettamente che sia terminato un motivo e sia iniziato il successivo: non conoscendo le loro canzoni, che somigliano parecchio quelle di un nugolo impressionante di band poprock nate e morte prima del loro avvento, si ha sempre la velata sensazione che il brano che stanno eseguendo lo si sia sentito poco prima e che lo risentiremo poco dopo. Nemmeno la boutade dell’uscita, prossima, del nuovo cofanetto, Wild World, ha lusingato più di tanto i milioni di visitatori della loro anteprima video: a Pistoia, sono arrivate solo le fedelissime. Ma questo è il nuovo Festival; l’antifona si è ormai capita. E siamo anche dell’avviso che il corredo delle bancarelle, accessorio del Festival che fu, sia stato e resti un elemento storiografico indispensabile: senza, la festa abbassa i toni e il potere d’attrazione si riduce sensibilmente e non crediamo che questa piccola città, anche se prossima all’incoronazione di capitale della cultura, si possa permettere il lusso di privarsi di visitatori, anche se sprovvisti di navigatore. L’esibizione non inizia puntualmente, come musica d’autore e anonima, tacitamente consiglia: il quarto d’ora accademico vale anche per i Bastille, che aspettano le 22 per presentarsi sul palco, con uno megaschermo alle spalle che manderà in onda, per il tutto il concerto, le immagini suggestive dei loro video, delle loro intuizioni. L’energia si profonde con meccanica preparazione ginnica; si ha la sensazione che non ci sia cuore nelle loro estemporanee: sembra che controllino, di tanto in tanto, gli orologi e che l’approssimarsi dei 90 minuti - tempo sindacale dei concerti per band con meno di cinque lustri alle spalle - li esenti da fuori programma. Così è: alle 23,30, si smonta, si saluta sudati fradici e si torna nel backstage, a contare i tagliandi. Le circa duemila adolescenti che si ritengono più che soddisfatte del prezzo pagato per vederli all'opera hanno un rapporto con la musica e con la cultura in generale a nostro avviso un po’ contorto, ma tutto sommato adeguato al mercato, dunque, ragionevole: si paga per saltellare, riprendere con i telefonini e smettere di pensare. Alla società che cola vertiginosamente a picco ci si può pensare dopo, tanto, anche dopo i Bastille.
