di Luigi Scardigli
PISTOIA. Il problema è stato il filo del microfono, che lo ha seguito, indispensabilmente, in entrambe le incursioni, in un bis che nessuno, in piazza del Duomo, a Pistoia, avrebbe mai potuto immaginare tanto movimentato, Security compresa, che ha asciugato un altro bucato. Ma procediamo con ordine, nelle fotografie. Con un’ora di anticipo sul tabellino di marcia, sul mega palco del Festival di Pistoia, edizione n° 37, sale Joshua Michael Tillman, ribattezzato, almeno nella serata toscana, Father John Misty. La tematica sonora e culturale di questa giornata di intermezzo è l’IndieRock, affidato alle interpretazioni di due rappresentanti statunitensi: impressionante il fascino esercitato dal mancato pastore anglicano che, seppur appena 35enne, ne è già un autorevole testimonial. Che si piace moltissimo e non lo vuole assolutamente nascondere, con un’enfasi personalistica che a volte trascende anche dalle esigenze dello spettacolo e finisce per essere una riproduzione del canto del cigno.

La voce non gli manca affatto, né le potenzialità aerobiche, ma confida un po’ troppo nel fascino da giunco che seduce e spesso si dimentica la professione. Anche a lui, come al gruppo che lo ha seguito in scaletta, devono avergli raccontato della performance di domenica sera, di Lucky Peterson, perché il ragazzo, in più di un’occasione, decide di abbandonare il palco, sul quale ha eseguito flessioni e inginocchiamenti per sospingersi fino alle transenne e accettare il contatto con le prime file. All’ora nella quale avrebbe dovuto iniziare la propria esibizione, F.J.M. in realtà la termina. Nemmeno tra le persone dello staff amministrativo si riesce a giustificare, prima che capire, il poderoso anticipo. Fa lo stesso. Gli oltre quattromila trentenni che dovevano arrivare, con il sole ancora alto, sono già in piazza. L’età media dei fans, in queste tre serate, ha alzato l’asticella: adolescenti, in piazza, stavolta non se ne vedono, né mamme al seguito con la scusa di doverle accompagnare e decise a non invecchiare. Nella mezzora concessa dall’unico cambio-palco, in piazza si parla del Festival e di una città che pare voglia essere letteralmente slegata dalla manifestazione. L’indice è puntato sugli abitanti di Palazzo di Giano, anche se la mastodontica costruzione in ferro per i concerti riesce a coprirlo quasi del tutto, un velo che aggiunto alla latitanza, proprio in questi giorni, del primo cittadino pistoiese rende ancor più incomprensibile alcune scelte dell’Amministrazione, che qualcuno in città, sghignazzando sui ripetuti tagli compiuti alle attività annesse e connesse, teme che contempli anche il disarcionamento di Giuseppe Garibaldi dal suo leggendario equino per essere sostituito con un più modesto e innocuo cavallo a dondolo. Si scherza, certo, ma nemmen troppo, perché questo Festival di Pistoia non può in alcun modo competere con quello allestito dai cugini lucchesi, ad iniziare dalla diversa, abissale, differenza tra i rispettivi budget e senza dimenticare come Lucca sia, biochimicamente, una città turistica, disegnata e disposta da secoli dentro le mura e senza alcun bisogno di altro, Summer Festival compreso, per continuare ad essere una delle città più visitate d’Italia. A Pistoia, invece, le iniziative parallele hanno un fondamentale peso specifico, a patto che la dabbenaggine di qualcuno non ne organizzi più d’una in contemporanea. Ma torniamo in piazza e riprendiamo il discorso da dove lo avevamo interrotto, cioè dalla fine, quando dopo un’esibizione quasi solo intimistica e confessionale, con il microfono stretto tra le mani accovacciate sotto il viso piegato sull’asta, Matt Berninger, l’anima e l’essenza dei National, ha voluto infrangere ogni regola Indie e di precauzione, lasciandosi asfissiare tra il pubblico nel quale si è letteralmente immerso nell’interpretazione degli ultimi due brani: prima tra gli aficionados delle transenne e poi inerpicandosi lungo la tribunetta laterale, fino al terzo bagno di folla, quello regalatogli dagli spettatori che lo avevano seguito, fino a quel momento, dal selciato della piazza. Al panico euforico del fuori programma si è poi aggiunto quello del filo del microfono, sciolto nelle sue fondamenta affinché potesse seguire il suo conduttore ovunque decidesse di andare. Il Festival va, proseguendo il viaggio con una piacevole ricchezza di cambi di indumenti. Per completare l'iride mancano ancora tre serate: poi tireremo le somme per stabilire quale percentuale rappresenti il numero più consistente di cittadini: quelli del bicchiere mezzo vuoto o gli altri, quelli di quello mezzo pieno.
