di Luigi Scardigli
PISTOIA. La prima delle cinque W del giornalismo, quello che si insegnava nelle redazioni e tutti dovevano imparare, per irreggimentarsi, è quella del minuto di silenzio richiesto, a nome del Sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, a Fabrizio Berti, presentatore occasionale del Festival di Pistoia. La folla, non oceanica, ma consistente, di piazza del Duomo, riunitasi per vivere la penultima serata della 37esima edizione della manifestazione, sta aspettando David Coverdale, l’ex voce dei Deep Purple, prima dell’avvento di Ritchie Blackmore. Ma il sangue e l’orrore di Nizza, almeno dietro esplicita richiesta, tornano prepotentemente alla memoria e per un minuto almeno, sotto un cielo ambiguo, tutto tace. Prima della storica band inglese, in procinto di festeggiare i 40 anni di attività, alcuni gruppi di corredo: gli ultimi, prima del fiore all’occhiello, gli svedesi Hardcore superstar, che non la mandano certo a dire dietro quanto a sfacciataggine, atteggiamenti hard e tatuaggi.
Contemporaneamente – e non stiamo scherzando – a poche centinaia di metri dalla piazza, al piccolo teatro Bolognini, un altro concerto, animato da quattro gruppi che fanno parte, con alcuni loro brani, della compilation Pistoia Blues Next Generation. David Bonato, addetto stampa del Festival, ci consiglia di non perderci qualche esibizione, come quella della microband Agnese Family Garage, un trio composto da un chitarrista umbro e due fratelli, Fabbri, di San Sepolcro. Alla voce c’è Agnese, ma ne parliamo dopo. La piazza non pullula di rockettari come dovrebbe e come si immaginava la Tafuro dinasty; eppure, di carne a cuocere, ce n’è in abbondanza. Il caldo, che venerdì 15 luglio ha offerto una sostanziale tregua, non è una scusante. Ma il popolo del rock è tipicamente invernale e d’estate, preferisce il letargo: c’era da aspettarselo. Le amplificazioni somigliano quelle degli Skunk Anansie della sera precedente: sul palco, però, nessuna femmina fatale. Il pubblico appartiene alla stagione della maturità, anche se in molti che popolano la piazza sono cresciuti un po’ come meglio han creduto. In prima fila, stritolati contro le transenne, anche una coppia brasiliana, con tanto di bandiera verdeoro appesa e in bella vista: conoscono e apprezzano tutti i loro beniamini, autentici fuoriclasse musicali, ma prediligono il rock e per la bossanova e la saudade hanno tutto il tempo che occorre loro. In piazza, addosso a spettatori qualsiasi e fotografi accreditati, circolano delle stranissime fruits nere: sul petto, una gigantografia di Silvano Martini, in un suo classico scansonato atteggiamento, responsabile della Sicurezza della piazza dal 1985 fino alla passata edizione; sulle spalle, la scritta in stampatello: NO SILVANO? NO FESTIVAL. Lui, sorride pubblicamente all’iniziativa; intimamente, gongola: è una soddisfazione personale, morale e professionale indiscutibile, ma soprattutto perché circolano forti le voci, in piazza e nelle vie adiacenti, che dalla prossima edizione, la Sicurezza tornerà nelle sue mani. David Coverdale, come da tradizione, non prende fiato: sulla rullata del batterista, di spessore e precisione, che segna la fine del brano, attacca con la nota del successivo: l’hard e l’heavy insegnano così e chi crede di poter trasgredire, è bene e meglio che scelga un altro genere. Il tempo per le foto è terminato: tutti gli accreditati ad immortalare gli eroi della noche del Festival, escono in ordine dallo spazio loro riservato. Sono quasi le 22. Ci ricordiamo del suggerimento di David Bonato e ci sbrighiamo a raggiungere il Bolognini.
Arriviamo giusto in tempo per goderci l’esibizione della famiglia in garage di Agnese: alla voce c’è Agnese Fabbri, questa ragazza che non offre alcun dettaglio estetico e nemmeno l’abbigliamento che sfoggia rende minimamente l’idea di quello che il suo diaframma le consente. Canta alcuni brani scritti e musicati dal fratello Pietro, che siede alla tastiera e si accorda ai preziosismi del chitarrista straniero, quello che viene dalla limitrofa Umbria e tre cover: Time after time di Cindy Lauper, Michelle, dei Beatles e Oggi sono io, di Alex Britti, pezzo di difficoltà estrema che non a caso solo Mina si è permessa il lusso di rileggere. Restiamo senza parole. Non solo per la straordinaria personalità musicale di questo scricciolo aretino, che ci auguriamo di rivedere il prima possibile all’opera, quanto per la dabbenaggine dell’Amministrazione pistoiese: ci vuole coraggio, disfattismo, masochismo o totale incapacità organizzativa per allestire, contemporaneamente al concerto dei Whitesnake in piazza del Duomo, un altro concerto, pensate gratuito, di quattro band in cerca di fortuna. Soprattutto in una città che ha deciso di riservare tutta se stessa al prossimo anno, quello dell’investitura a capitale della cultura, abolendo, fino al 2017, tutto ciò che non piace a Palazzo di Giano, mercatini compresi, che avrebbero forse giustificato un evento in contemporanea con una città invasa da curiosi. Bisognerebbe che il Sindaco e i suoi assessori, che non brillano certo d’iniziativa, come cantava Faber, ascoltassero Enzo Jannacci e la sua Ci vuole orecchio: bisogna averlo tutto, anzi, parecchio, per fare certe cose!
