di Luigi Scardigli
PISTOIA. Epilogo intimista, in piena controtendenza con l’aria che ha tirato per tutta la manifestazione, quello di ieri sera, 16 luglio, in piazza del Duomo, dove è calato il sipario sulla 37esima edizione del Festival Blues di Pistoia, un'altra rassegna che premia, ancora una volta, la duttilità, ancora un po' troppo titubante, di Giovanni Tafuro, il suo art director. Sul palco, da solo fino alla terza e ultima proposta del bis, Damien Rice, con la sua chitarra rabberciata e un loop efficacissimo, che gli ha consentito, sovente, di poter chiudere i brani in un crescendo orchestrale un po’ angosciante e asfissiante, ma di grande effetto. La piazza, con le seggioline blu, ma disposte ovunque, non solo nell’area solita per timori di modesta prevendita, accetta il religioso silenzio imposto dall’artista irlandese e decide di seguire il concerto in assoluto silenzio.
Solo qualche addetto all'ordine pubblico, abituato a ritmi e tendenze più infuocate, forse, ignora la tacita preghiera recitata dal protagonista e continua chiacchierare gesticolando, spazientendo qualche guru che ha deciso invece di lasciarsi inebriare, completamente, dal groove dell’irlandese; qualcuno infatti chiude gli occhi e si lascia trasportare tra i flutti del mare nordico richiamato dal sound del protagonista; altri si crogiolano un po’ troppo sulle sue confessioni, a tratti agostiniane, rischiando di isolarsi definitivamente dal contesto e addormentarsi. La maggior parte, però, è perfettamente sintonizzata sulle lunghezze d’onda ricercate e trovate da Rice e decide di seguirlo, fidandosi ciecamente, lungo la processione che lo condurrà, con il suo pubblico, fino alla fine. La massa dei paganti, compostissima e disciplinata oltre ogni ragionevole premessa, gode di specchi riflessi e decide di non distrarsi mai dal plot del racconto, accettando di acuire ogni sforzo uditivo per non perdersi nemmeno una sillaba delle sue sommesse dichiarazioni. La totale trasposizione in un ambiente ovattato, stile buddhista, che Damien Rice desidera ricreare, lo autorizza, ad un certo momento, ad abbandonare addirittura il cono d’aria del microfono e continuare l’esibizione del brano a voce, senza supporti strumentali. Proprio in quel momento, da via degli Orafi, si alza, fiero, il suono di un’orchestrina che festeggia a suo modo il sabato del villaggio: il pubblico, ormai incantato dal serpente irlandese, perde la cognizione della piazza e si spazientisce per quel fastidioso sottofondo. Dura solo un attimo, però. Poi, il concerto, ripiglia. E prosegue sulla falsa riga di come ha esordito, con confidenze chilometriche arricchite da aneddoti familiari e saghe popolari nazionali nordoccidentali, quelle che fan sì che ovunque, si possa facilmente distinguere un irlandese, povero, spesso anche di esigenze, da un inglese. Damien Rice però, forse svelando a tratti una presunta carica hipster che ne svilirebbe ilprofilo, confida esageratamente sulla conoscenza della lingua inglese da parte del pubblico di piazza del Duomo; senza il supporto di una piacevolissima simultanea alla quale siamo seduti accanto, buona parte della trama dell'pesibizione l’avremmo perduta e ci saremmo forse lamentati, ignorando la comunicazione, per un concerto scarsamente supportato dal lato strumentale. La sua voce però, al di là di ogni sofismo, resta un sicuro approdo commerciale, che è quello al quale si è potuto rivolgere il 43enne irlandese, caricare di aspettative il proprio cammino e partire alla volta di una lunga navigazione europea e statunitense. Che prede spunto e il largo da Pontassieve, dove il cantautore è stato un anno lontano da tutto e da tutti, anche dalla corrente e dalla linea telefonica fissa, per provare a capire chi fossero, lui e la sua musica, in questo contesto che pare strizzare l’occhio, con irritante puntualità, ad altri lidi. La sua agorà, Damien Rice, è riuscito comunque a costruirsela: lo ha fatto senza disdegnare mai lo star system che ne regola le frequenze, ma riuscendo, sistematicamente, a non lasciarsi invischiare del tutto dalla macchina del successo, proponendo spettacoli alternativi, anche laddove, come in piazza del Duomo, da circa 40 anni, si recitano ben altri rosari. Prima di lui, infatti, con la sola chitarra, in quella piazza magica e meravigliosa, solo Caetano Veloso era riuscito, circa tre lustri or somno, nell’impresa di azzardare e portare trionfalmente a termine un concerto. L’irlandese, certo, non ha ancora - e forse non l’avrà mai -, il polso e gli strumenti del fuoriclasse brasiliano, ma ieri sera, per l’epilogo di un altro Festival Blues della città di Pistoia, è riuscito ad ipnotizzare migliaia di spettatori, giunti appositamente nel centro della cittadina toscana con il dichiarato intento di lasciarsi sedurre. E siccome soddisfatti, la direzione artistica non ha ricevuto richieste di rimborso.
