di Luigi Scardigli

PORRETTA (BO). Energia da vendere, al Parco Rufus Thomas di Porretta, per la seconda giornata della 29esima edizione del Soul Festival. Ma non solo sul palco. Tra il pubblico, specie quello che popola l’ala più vicina all’ingresso, c’è un folto capannello di ragazze che hanno reputato opportuno (e non se ne poteva davvero fare a meno) seguire l’esibizione delle vocaliste in scaletta con una carica adrenalinica degna della migliore allegria. L’impresa, del resto, sarebbe consistita nel riuscire ad assistere al concerto delle femmine in sequenza con un distacco britannico, al di là degli ultimi verdetti referendari. Soprattutto quando è stato il turno, quattro canzoni e un inevitabile one more time incitato dall’agile Rick Hutton, di Falisa Janaye, una tanica di benzina allo stato puro posta nei paraggi di un braciere. Anche fotografarla, è stato eroico: si è fermata solo al termine delle singole esibizioni, ringraziando il pubblico e il suo dio per averle regalato un diaframma e un’energia stratosferici.

 

La regia scenografica, durante il suo quarto d’ora, si è divertita non poco ad illuminare la platea del Parco, perché tra i presenti non siamo riusciti ad individuarne uno, in un’età compresa tra la prima adolescenza e la terza fase della maturità, prossima alla vecchiaia, che non muovesse almeno qualcosa per brindare al sound: le braccia, la testa, le gambe, o anche tutti questi arti insieme. E non importava se il ritmare corporeo avesse un’attinenza musicale con i tempi dell’esibizione: indispensabile è stato muoversi, altrimenti, si correva seriamente il rischio di andare in corto circuito per ipofelicità e poi, con la Porrettana da affrontare al ritorno, tanto per chi scende in Toscana, come per chi si inoltra in Emilia, il problema si sarebbe fatto serio, anche per il codice stradale. Falisa Janaye è stata la punta scura di diamante vocale di una serata parecchio femminile, anche se l’esordio, partito con elvetica puntualità, è stato affidato alla band, pluricomposta, di Fred Wesley, decisamente appesantito dalle immagini, datate, di wikipedia, ma non per questo meno concentrato. Anzi, l’essersi esibito a sedere, tanto alla voce quanto con il suo trombone, ne ha ulteriormente impreziosito la performance, offrendo tra l’altro il fianco alla naturale riflessione su quanto siano prossimi, praticamente attigui, spesso e volentieri concentrici, il soul, il jazz e il funk; il suo dividersi tra l’Umbria e Porretta, d’altronde, ne è una prova inconfutabile. Il repertorio è quello che tutti si aspettano e nessuno, sottolineiamo nessuno, si permette il lusso di uscire dal seminato. Alla chitarra e alla batteria, inoltre, ci sono due signori distinti che sanno come condurre le danze, per non parlare dei tre fiati, tra i quali spicca una signora che calza comodissimi sandali. Nemmeno la superstizione, ieri sera, ha trovato albergo, a Porretta. Gli strumentisti che accompagnano le donne al microfono indossano un completo glicine, quasi viola, ad essere onesti, ma il sorriso che hanno stampato sulle labbra e l’armonia che ne guida le note non sembrano risentire influssi e stregonerie. Rick sfoggia il solito completo nero, vivacizzato alle estremità, superiore e inferiore, dall’altrettanto inseparabile basco, con la piccola visiera sulla nuca e un paio di mocassini bicolore che ne evidenziano, inequivocabilmente, le origini britanniche. Ci sono anche George McCrae, Theo Huff e Stan Mosley, a Porretta, in una soluzione intermittente, ma serrata e interminabile, di continuità soul. E le coriste, che si fondono e confondono con un’elasticità e un groove impressionanti con chiunque salga sul palco e reciti la propria parte. L’unica novità, rispetto a ieri, primo dei quattro giorni, è che lungo la via Nazionale, nel tratto che va dalla piazzetta del Parco fino al termine del paese, centocinquanta metri, poco più, o poco meno, su entrambi i marciapiedi, ci sono le bancarelle, quelle delle solite amene cianfrusaglie di ogni anno: indumenti boliviani dai colori sgargianti, anelli e orecchini di ottone, un tavolo di cinture in pelle cromatizzate in modo oggettivamente originale e tutto il resto che si può e si deve trovare nei paraggi di un Festival. Il bis di Falisa Janaye è un omaggio a Steve Wonder, che non è certo un soulman, ma che ha sempre suonato sotto il segno del funky, del jazz e del blues, come Fred Wesley, del resto. Stasera, sabato e domani, domenica, le ultime due giornate: il meglio e il più devono ancora venire, si usa dire, per contratto e per aspettativa. Ma non è vero: a Porretta, il meglio e il più sono la felicità di quel parco e chi decide di viverlo.

 

Pin It