di Alagia Scardigli
FIRENZE. Non chiamatelo trip hop, neanche loro vogliono questa definizione. Dopo stasera, dopo il concerto che i Massive Attack hanno tenuto il 24 luglio, all'Ippodromo Visarno, a Firenze, lo chiamerei intellectual hop. E’ musica elettronica, ma vi sbagliate se immaginate una discoteca affollata, gente sudata che cerca promiscuità, droga e oblio la mattina seguente. Questa è musica elegante, raffinata, distaccata, da veri dandy di questo nuovo millennio (nonostante certa gente tra il pubblico che sembrava esser finita lì per caso, forse perché sperava in un dj rastafariano). E non pensiate che, essendo musica elettronica, ma non a bomba, allora ci sia l’obbligo di fumarsi una canna e di fare i menefreghisti. Anzi, direi che, ad un concerto così impegnato politicamente è più utile portarsi dietro qualche libro di storia e di filosofia e prendere appunti mentre le immagini scorrono sul maxi-schermo, accompagnate, queste, da una musica che deve farvi riflettere, che deve far scattare in voi quel meccanismo che si era inceppato con la comune e popolare musica elettronica. Quindi: sedetevi e godetevi lo spettacolo, ma non perdete di vista il messaggio.
E siccome il messaggio è espresso attraverso uno schermo che simula una barra di ricerca virtuale, qui ci sta benissimo il motto di M. McLuhan: Il medium è il messaggio. Il concerto si apre con False flags e i Massive Attack ci trasportano nel mondo dei partiti, tra cui scorre anche il logo di Sinistra e libertà, solo per fare un esempio vicino a noi, mentre ronzano frasi dette e ridette, alcune senza un senso, alcune che hanno perso il significato a forza di esser pronunciate, purtroppo. Poi si apre questa inquietante schermata nera, che ci porta in un non-luogo, per dirla come M. Augè, anche se, grazie a Internet, pensiamo di poter andare ovunque. Iniziano (in lingua inglese) milioni di ricerche, del tipo: Sono lesbica?; Sei felice?; Cosa pensi di Bill Gates?; Che senso ha la vita?; Come posso diventare un cameriere?; Dove ci troviamo? Tutte domande a cui non troviamo risposta. Infatti lo schermo raramente ci risponde. La musica continua e ora leggiamo altri messaggi, sempre molto politici, con un’evidente dichiarazione anti-fascista, espressa anche a voce dal leader del gruppo, il quale ha un parente che ha vissuto in prima persona una qualche ingiustizia o repressione dittatoriale. Il concerto va avanti e ora passano, alla velocità della luce – anzi, alla velocità con cui il computer elabora i dati – nomi: da Karl Marx a Joseph Conrad e Anna Freud oppure da Freddie Mercury passando per Karl Popper finendo con Hannah Arendt. Cosa hanno in comune: l’origine ebraica, un certo pensiero? Proseguono le canzoni: adesso c’è un calendario. Partiamo dalle origini della civiltà e arriviamo fino ai giorni nostri. Quanti luoghi di cultura sono stati distrutti? Quante biblioteche, come quelle di Alessandria, quante statue, come quella di Lenin? La riflessione punta allo stesso discorso, il fil rouge della serata: chi ci governa, dall’alto, ha preso il controllo e, invece di creare, ha distrutto; invece di unirci, ci ha separati. Portandoci a tutti contro tutti, portandoci alla politica del sospetto. Orwell avrebbe sicuramente apprezzato questo spettacolo, ricco di messaggi in stile 1984. Il calendario arriva fino ad ora. Cosa ci ha insegnato la storia? L’autore del romanzo distopico direbbe Chi controlla il passato controlla il presente. Chi controlla il presente controlla il futuro e farebbe leva sul controllo mediatico. E, infatti, i Massive Attack non solo citano la famosa frase Je suis Charlie (che, forse, è stata pronunciata da alcuni più per moda che per sentito dolore), ma vogliono sottolineare che, in Europa, sì, ma anche in tutto il mondo le persone soffrono. E allora il messaggio sullo schermo si trasforma, diventando prima Je suis Baghdad, poi, ad, esempio, Je suis Bangladesh. Non così scontati, questi ultimi motti. Un invito, forse, ad uscire dalla nostra chiusa prospettiva eurocentrica, a concentrarci anche su chi vive lontano da noi. Non sono morti innocenti solo a Nizza, ma ne muoiono tanti anche in Oriente, ricordiamocelo. Non esiste solo l’Isis, anche noi europei siamo cattivi. Capito? Non a caso una domanda che lo schermo si era posto all’inizio era Siamo tutti colpevoli? A fine concerto, direi di sì. C’è speranza, però, perché mentre la musica cupa scorre, come ad esempio la traccia Angel, lo schermo ci proietta foto di persone (bambini, donne e uomini, anziani) forse decedute in guerra, con una frase nel mezzo: Tutti noi viviamo questa situazione insieme (questo, come tante altre cose, scritto in italiano, lingua parlata anche dal gruppo durante l’esibizione). Quindi noi non siamo solo Charlie, Nizza, Istanbul o Bruxelles. Noi siamo il mondo. Mi viene in mente quel sermone di Niemöller: Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare. L’invito, dunque, è quello che, già Leopardi, nel lontano 1836, aveva mandato attraverso La Ginestra: unirsi in una social catena. Se ce lo dice Leopardi forse un millennial non se ne interessa, ma se un gruppo di musica elettronica ci chiede di fare lo stesso, ci sarà un motivo? Riflettiamo. Magari a suon di Mezzanine, un capolavoro contemporaneo.
