di Luigi Scardigli

LUCCA. L’unica volta che ha cantato in inglese, lo ha fatto indossando una parrucca e usando, addirittura, uno pseudonimo: Sarnataro, Joe Sarnataro. Solo una parentesi, però. Prima, fino a quella stranissima apparizione al Blues’In di Pistoia e dopo, da allora in poi, è stato solo e soltanto Edoardo Bennato, un gigante del rock and roll. E non iniziate a snocciolare la catena del vostro santantonio ricordando, con il ghigno di chi crede di aver udito una castroneria, che ci siamo dimenticati Bruce, Lou e altri mostri sacri. Siamo perfettamente consapevoli di quello che abbiamo detto e lo confermiamo: Edoardo Bennato è un pezzo pregiato, quasi unico, del rock and roll, quello made in Italy, certo; anzi, quello made in Bagnoli, per essere precisi. La Lucca del Summer Festival, quella che inanella da tre lustri prelibatezze artistiche planetarie, questa edizione ha voluto chiuderla così, ieri sera, 27 luglio, quasi controcorrente, con un concerto gratuito e affidato ad un arzillo e longevo settantenne, che non è preceduto né seguito dal fascino del mistero, vero, ma che suona e canta meravigliosamente due ore filate e non si permette di dire nemmeno una banalità: non lo ha mai fatto con i testi delle sue poesie, passi importanti di controinformazione nazionale già sui testi antologici scolastici, non lo ha fatto ieri, quando ha raccontato e si è raccontato, bambino, davanti l’Italsider, ad inseguire tutti i sogni degli adolescenti.

Il suo - diventare un cantautore -, lo ha realizzato, ma da Bagnoli non si è mai mosso. Anche quando è diventato architetto, laurea conseguita dopo aver partorito album di rara bellezza, quelli dei suoi esordi discografici, come I buoni e i cattivi, Io che non sono l’imperatore o La torre di Babele, la tesi ha voluto discuterla parlando di una riqualificazione dei suoi Campi Flegrei. Piazza Napoleone, rispetto alla norma della ditta D’Alessandro & Galli, varia nel parterre: non ci sono le seggioline, stavolta; tutti, non ci sarebbero entrati. Oh, certo, non si paga, ma Edoardo Bennato, ai pienoni, stile lo stadio di San Siro, in tempi affatto sospettabili, c’è abituato. E nonostante tutto, papà Bennato, che ha l’età di essere un adorabile nonnino, è emozionato, come se fosse la prima volta. Per qualcuno, ieri sera, lo sarà sicuramente stata, la prima volta. Quando ha presentato, ad esempio, Asia, un'altra guerra in nome di un dio che cambia nome a seconda delle latitudini, o quando ha introdotto Pronti a salpare, che siamo noi, che dobbiamo capire che nessuno è ospite. Sul mega schermo posto alle sue spalle, per tutta la durata dell’esibizione, sono scorse le immagini della sua vita e delle sue canzoni: Napoli, Bagnoli, l’Italsider, Totò, Edoardo, Troisi, Maradona (Higuain non pervenuto), ma anche i volti importanti di chi ha cercato, inutilmente, di evitare a questo Paese i maltrattamenti, lo scempio, l’oltraggio: Falcone e Borsellino, il Presidente Pertini, i giornalisti dei quali siamo orgogliosi di essere colleghi e poi una sfilza di talenti cinematografici e teatrali, di vittime, dimenticate, sulle prime pagine dei giornali o nei processi addomesticati, come Enzo Tortora, tanto per citarne uno dei più illustri. E mentre Roberto Perrone alla batteria, Gennaro Porcelli ad una delle due chitarra, Antonio Scarpato all’altra e Raffaele e Alduino Lopez alle tastiere il primo e al basso il secondo tenevano banco, gli spettatori cantavano con Edoardo le sue odi più famose, immediatamente riconoscibili e individuabili sin dalle prime battute, incanalate da intro rockettare, ma poi affidate a quel crooner armato di voce nasale, armonica a bocca, kazoo e i soliti pochi accordi, con le quali, questo paese (stavolta la minuscola è d’obbligo) ha saputo comunque sopravvivere, ma non senza responsabilità, non foss’altro per aver lasciato fare a chi avrebbe dovuto come minimo tacere, ma soprattutto non essere messo nella condizione di nuocere, sotto il segno di Tira a campare perché Sono solo canzonette (due tra le tante canzoni attese e disilluse). In compenso, la saga di Collodi e del suo burattino di legno, è stata sviscerata in lungo e in largo, con le immagini a supporto degli indimenticabili cartoon e quelle struggenti, televisive, del piccolo Andrea Balestri, figlio di quel meraviglioso falegname di nome Nino Manfredi e dei suoi adorabili aguzzini, il Gatto e la Volpe, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, diretti 44 anni fa, da Luigi Comencini. Il primo dei tre bis è stato Venderò – e non sarebbe potuto essere altrimenti -. Il concerto si è chiuso con Nisida, un omaggio a quell’isoletta che poco o nulla ha da invidiare alle sue sorelle maggiori più frequentate. Ma anche perché, su piazza Napoleone, ieri sera gravava un’umidità jamaicana e un reggae è sembrato doveroso, più che opportuno.

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