di Luigi Scardigli

LUCCA. La magia della location ha i suoi meriti, non c’è che dire: il giardino dell’Ostello di Lucca, sotto un segmento di mura che guarda verso nord, sono un foulard inglese nascosto che non credi possa essere distante poche decine di metri dell’avvincente ed elegante via Fillungo. Ma le parole in musica di Luca Benicchi, al di là del confort ideale nel quale abbiamo potute gustarle, l’altra sera, anche in una landa sperduta del Monferrato, probabilmente, avrebbero sortito i soliti piacevoli umori. Al fianco della sua voce modulata lungo le direttive delle sue tastiere c’erano, è vero, due musicisti particolarmente inclini alle contaminazioni e dunque propensi a rendere ancora più godibile la serata: Gennaro Scarpato alla batteria, alle percussioni, all’armonica e ad una serie di piccole cianfrusaglie che se da lui percosse diventano effetti speciali e Meme Lucarelli, un chitarrista anomalo, che tende ad impossessarsi gelosamente della propria sei corde con la quale ha un rapporto di confidenza paterno che gli consente di divertirsi a girellare lungo la tavolozza delle note alla ricerca di un suono antico, ma nuovo, corretto ma inascoltato.
Con loro, in alcune canzoni, l'eco di Elisabetta Ricci, un viso semplice, morbido e delicato, sistematicamente rassicurante, che ci auguriamo di ascoltare, quanto prima, in una sua performance. In scaletta, il repertorio del bandleader, questo signore di mezza età, un po’ inglese, nel profilo, un Donald Fagen della lucchesia. Il diaframma e la cassa toracica lo soccorrono quanto basta, perché non ha mai bisogno di sforzarsi troppo: forse non ne ha nemmen voglia; quando canta, spesso, ricorda, contemporaneamente, una serie di suoi illustri colleghi: Baglioni e Concato su tutti, per la metrica volutamente claudicante, il primo, per l’estensione e la smorfia del viso il secondo. C’è anche un po’ di Baccini, tutto sommato e qualche volta si sente riecheggiare Bersani. E’ comunque un crooner di tutto rispetto, conosciutissimo, almeno al di qua delle mura, visto che il pubblico con il quale abbiamo condiviso il piacere di sentirlo all’opera ha accompagnato l’intera esibizione canticchiando, sottovoce, tutte le sue canzoni, che corre voce aspetti le tenebre per comporle e darle in pasto ai suoi fedelissimi. Per noi, neofiti, nonostante fosse in assoluto la prima volta, ci sono parse e vissute come un racconto a noi caro, come sfogliare nuovamente un album fotografico che avevamo dimenticato in uno scaffale e rivivere, scatto dopo scatto, i momenti goduti e sofferti ai tempi dei singoli fotogrammi. Rileggendo quello che vi stiamo raccontando ci è sorto il dubbio che qualcuno non abbia potuto e saputo contestualizzare al meglio l’atmosfera, ricca di una musicalità sontuosa, una base pop sulla quale, soprattutto grazie alla dimestichezza dei due strumentisti al seguito, si è potuto godere un’infinità di richiami strumentali, parecchi in stile jazid, un richiamo accademico a quella scuola utilizzato, quasi sempre, al termine della poesia e prima che il pubblico, composto e sobrio, tributasse all’esibizione il suo naturale obbligatorio e sentito applauso. Una serata in pieno e perfetto stile cittadino, che si è adeguata con naturale compostezza nell’alveo di chi le ha offerto ospitalità. Subito dopo, quel giardino, è stato invaso da un nugolo di maturandi e slanciate damigelle al seguito che, spritz e negroni alla mano, hanno preferito, come sottofondo ai loro colloqui informatici, il dub di un dj set che si è consolidato sul palco fino ad un attimo prima occupato dalla poesia. Giusto così: si stava avvicinando la mezzanotte e la sera dei miracoli doveva far posto alla noche.
