di Luigi Scardigli

PRATO. Una serata nel tempo, ma senza tempo; un sottofondo orchestrale, senza batteria, basso, tastiere o organi. Sul palco della Corte delle Sculture della Biblioteca Lazzerini, a Prato, in un giardino in pietra isolato dal resto della città, ma non sottratto all’effetto acustico canyon, la Gianni Zei Wedding band, con l’omonimo maestro fiorentino alla chitarra, Roberto Beneventi alla fisarmonica e Ruben Chaviano al violino, si è presa il lusso di richiamare a raccolta uno stuolo di vecchi amici e, riempito l’anfiteatro, ha deliziato gli ospiti con una serata sontuosa, fatta di un ripetrsi, piacevolissimo, di terzine. Il viaggio è partito da lontano, molto lontano, nel tempo, nello spazio e soprattutto nella cultura sgtrumentale: da Astor Piazzolla, per l’esattezza, per terminare la propria parabola con un doppio Check Corea e Stanley Clarck, più un omaggio, per l’inevitabile e gradito bis, tutto popsudamericano.

 

Dentro, il trio delle meraviglie, che non ha mai abbassato la guardia professionale, men che mai gli occhi dagli spartiti, nonostante volesse regalare, riuscendoci perfettamente, una serata davvero informale, ci ha buttato una miriade di ingredienti: tutto il jazz che potete immaginare, tanto per essere chiari e dare un ordine alle sfumature sonore; senza però tralasciare e non prendere nella dovuta considerazione la scuola gitana, della quale il violinista cubano ne è maestro e tutto l’universo colto della world music, emiciclo nel quale la Mahavishnu Orchestra, con John McLaughlin alla chitarra e Jan Luc Ponty al violino elettrico, con Ian Hammer alle tastiere e Billy Cobham alla batteria, strumentalmente non rappresentati, gli ultimi due, nel trio delle Lazzerini, in un sol lustro di vita (1971-76) dettò le regole per il futuro. Ma la professionalissima leggerezza dei tre maestri ha fatto sì che la serata contemplasse, sempre di terzina in terzina, anche il pop delle colonne sonore della inimitabile stagione cinematografica italiana, l’intramontabile melodia napoletana, l’eclettismo e il polistrumentismo di un brasiliano minore, come Egberto Gismonti, e una serie di ballate rigorosamente rilette, reintrepretate e mai lasciate al caso, ad un’improvvisazione selvaggia. Un protocollo sistematicamente rispettato: un esordio in sordina e un lento ed inesorabile progredire nei risvolti della canzone originaria, affidando le sfumature delle contaminazioni alle singole straordinarie capacità d’assolo. La fisarmonica di Roberto Beneventi è diventata, in più di una circostanza, l’armonica a bocca del vecchissimo Toots Thielemans, che ha sorvolato, con poderosa immaginazione, buona parte del seminato musicale, sorretto, puntualmente, dalle sei corde di Gianni Zei e dalle quattro di Ruben Chaviano, ai quali ha puntualmente ricambiato il favore e la culla dalla quale ipnotizzare i presenti e i passanti. La serata, che ha rappresentato il primo degli appuntamenti agostani promossi dalla Scuola comunale di musica Giuseppe Verdi, con il coordinamento artistico di Paolo Ponzecchi, sarà poi emulata, sotto altre tonalità, con un omaggio a Pino Daniele (l’8), a Ennio Morricone (il 16) e a Jimi Hendrix (il 22), fino ad arrivare al gran finale, lunedì 29, con il trio di Alessandro Calati. Serate tutte gratuite, alla quali farebbero bene a partecipare, visto il polso di chi avrà l’onore di animarle, non solo il nutrito e competente zoccolo duro dei pensionati indigeni, memori di un trascorso inimitabile, non solo per cause di chimica maggiore, ma anche quello stuolo di giovani musicisti ai quali gioverebbe, e non poco, mettere nello zaino delle loro aspirazioni anche una pagnotta farcita di ascolto e umiltà, due piccoli ingredienti che nel tempo fanno la differenza e spesso generano artisti.

Pin It