di Luigi Scardigli

PRATO. Siate ospitali, con lui, come lo siete da sempre; siamo sicuri, gli basterà un mese di full immersion nei bassi napoletani. Poi, una volta alfabetizzato al vostro slang, perché si possa sdebitare, organizzategli una serata musicale e capirete perché ne valeva la pena concedergli vitto e alloggio, anche gratis. Giacomo Ballerini è un bravo ragazzo, che porta con invidia i suoi 32 anni; ne dimostra meno, parecchi meno. Ha l’aria di essere ‘nu buone guaglione, umile, disposto ad ascoltare e imparare, però, se volete che tiri fuori il meglio di sé, dategli una chitarra e tacete: c’è del bello, in quelle dita che scorrono veloci sui capotasti; c’è del geniale in quella rieducazione del suono e c’è dell’avventata genuinità in quella capacità di rileggere anche un mostro sacro come Pino Daniele.

Perché fare tributi, ormai, è una consuetudine non sempre gradita: rileggerlo come ha fatto lui, l’indimenticabile man di Napoli Centrale e i suoi due compagni di palco, il professor Mirko Verrengia al basso e David Salvatori alle percussioni, è un’altra cosa. E’ storia di ieri, 8 agosto, nel cortile in pietra della Corte delle sculture della biblioteca Lazzerini, a Prato, secondo appuntamento agostano, gratuito, che la scuola comunale di musica Giuseppe Verdi e Paolo Ponzecchi offrono alla città. Nell’anfiteatro, un anomalo pienone: età media, oltre i sessant’anni. Chiediamo se sia il tardo humus artistico della città, o cos’altro, a tenere lontano dal concerto i giovinastri. La serata è allettante: si commemora Pino Daniele e vale la pena non aggiungere altro: meglio ascoltare. La carrellata non segue alcun ordine: si va dai brani memorabili dei primi tre album (Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà) a qualche rilettura, acrobatica, da Ferry Boat in poi, la seconda fase di Pino Daniele, quella che arriva dopo Bella ‘mbriana, il punto di non ritorno. Di Giacomo Ballerini, negli ambienti a lui congeniali, se ne dice un gran bene: bazzica blues con disinvoltura, ha un bel diaframma e anche al cospetto di ugole che tendono al si bemolle, come Pino Daniele, tanto per dare le generalità ad un punto di vista acustico, non si spaventa. Adora vocalizzare sul suono della sua sei corde; oltre che da Pino Daniele, deve essere rimasto folgorato anche da George Benson. Lo capiamo: è successo anche a noi, e siamo semplici spettatori.

Non c’è un brano, che parecchi, in platea, sanno canticchiare a mente, che si individui immediatamente; l’incipit è puntualmente originale e anche i vari riff non seguono lo standard del fuoriclasse partenopeo. Mirko Verrengia, che della serata è il padrone di casa e non solo perché figlio di un casertano, apprezza parecchio le divagazioni del rampollo: lo asseconda sistematicamente, lo invita ad osare, lo istiga ad arrivare laddove in pochi si azzarderebbero ad inoltrarsi. Le percussioni, che appartengono alla face strumentale del secondo Pino Daniele, sono nelle mani di David Salvatori, che come la chitarra, è un altro toscanissimo con pedegree; il fascino della musica partenopea, soprattutto quella firmata Daniele, però, non conosce misoneismi, né xenofobie e la Lega, diciamoci la verità, è proprio una vergogna. Vecchio e nuovo si fondono e confondono con perfetta sintonia: Giacomo Ballerini è consapevole che il pubblico, che già lo stima, stia alzando i livelli soliti di gradimento; il napoletano non è dei migliori, vero, ma i campani che sono venuti ad ascoltarlo, la lingua della loro terra, se la sono un po’ dimenticata; gli indigeni doc, non l’hanno mai capita e dunque, le imprecisioni, sfuggono senza peso. Con un po’ di morbidezza nelle dita e un’immersione totale agli Spagnoli, Giacomo Ballerini ha la strada spianata; giusto così, è ‘nu buone guaglione!
