di Luigi Scardigli

PRATO. E’ nato prima il cinema, del sonoro, si sa, ma la musica esisteva già. Poi, un giorno, apparve Ennio Morricone e la musica e i films, dal suo avvento, sono diventati un’altra cosa. Sì, certo, alcune pellicole non avrebbero avuto bisogno di altro per segnare indelebilmente il solco del cinema e le abitudini degli spettartori, ma diciamocelo francamente, alcune arie hanno trasformato dei capolavori in leggende. Pensate agli spaghetti western di Sergio Leone, agli Intoccabili, a C’era una volta in America, alla devozione, religiosa, che lo scanzonato Quentin Tarantino porta da sempre al musicista quasi novantenne, connubio questo che è valso, recentemente, un altro Oscar, quello targato The Hateful Eight. Al promoter Paolo Ponzecchi, coordinatore artistico dei Concerti della Verdi, a Prato, nella Corte delle Sculture della Biblioteca Lazzerini, in questa quinta edizione della sua felicissima iniziativa è venuta la brillante idea di omaggiare qualche mostro sacro. E dopo Pino Daniele e prima di Jimi Hendrix, ieri sera, 16 agosto, è stata la volta di Ennio Morricone. A ricreare l’atmosfera magica del sottofondo al grande schermo ci hanno pensato, con millimetrica e suggestiva precisione, il direttore orchestrale, pianista, tastierista e arrangiatore Massimiliano Calderai, il sax contralto, flautto e tutto ciò che suoni con il fiato Simone Santini, il contrabbasso di Filippo Pedol e la batteria di Alessandro Fabbri, tutti docenti della scuola comunale di musica Giuseppe Verdi di Prato, band alla quale si è aggiunta, per la circostanza, Delia Palmieri, voce, soprano, eleganza.

E per circa due ore si è avuta l’impressione, condivisa da tutti quelli che hanno riempito in ogni ordine e grado il salotto buono e cementificato della Biblioteca, di passare in rassegna i trailers di alcune indimenticabili pellicole: bastava chiudere gli occhi; l’emozione era identica. Anzi, maggiore, forse, visto e considerato che quei suoni e quelle suggestioni che siamo stati abituati a gustare in sala di proiezione, ieri sera sono state offerte, gratuitamente, dal vivo, in una carrellata di successi che appartengono letteralmente all’immaginario collettivo di chiunque adori offrire al cinema un po’ del proprio tempo. Le prime file, occupate principalmente da amanti della prima ora della settima arte e da virtuali addetti ai lavori, hanno goliardicamente gareggiato ad individuare nel minor numero di note eseguite il film corrispondente. Non c’è stato un vincitore, ma solo perché i quattro strumentisti e la vocalist, rigorosamente muniti, tutti, di spartito, non si sono permessi la benché minima divagazione sul tema e già al terzo accordo, nell’accogliente parterre in pietra, tutti avevano già abbinato il motivo alla pellicola, qualcuno azzardando anche regista, protagonisti e addirittura anno d’uscita. Quando abbiamo smesso di osservare l’arguzia degli spettatori, la loro competenza e la discrezione con la quale hanno seguito tutto il concerto, ci siamo lasciati strapazzare dalla professionalità dei musicisti e ci siamo fatti letteralmente incantare dalla voce di Delia Palmieri, vocalist del Maggio fiorentino, un soprano capace di muoversi, con disinvoltura, dalla classica a Mina, passando anche per alcuni menù, di trattorie rinomate, ma anche di bettole di terz’ordine, in completo abito rosso, impreziosito da uno scialle nero decisamente di buon gusto, ma che la temperatura equatoriale le ha imposto di abbandonare. Ce li siamo riassaporati tutti, gli indimenticabili motivi che hanno fatto da meravigliosa cassa di risonanza a indelebili progetti cinematografici. La devozione della riproduzione, cara ad un omaggio che più politicamente corretto non si sarebbe potuto, si è presa la licenza di immergersi nel jazz con le musiche che Morricone scrisse a Roman Polanski per il suo Frantic, cinque minuti abbondanti nei quali i quattro musicisti hanno dato libero sfogo, senza mai perdere l’aplomb che li contraddistingue, alle loro, rispettive capacità organico-musicali, genialità immediatamente riposte nelle singole faretre in attesa di doverle usare laddove improvvisazione e groove dovessero richiederlo. E non mancherà occasione.
