di Luigi Scardigli

PRATO. Esperimento coraggioso, quello intrapreso da Paolo Ponzecchi. Sì, perché stavolta, l’omaggio del lunedì dei concerti della Verdi, alla Corte delle Sculture della Bibioteca Lazzerini, a Prato, è ad un personaggio leggendario, del quale, nel Mondo, nessuno è stato mai colto in flagranza di fischiettarne un motivo. Jimi Hendrix è un vero e proprio culto per tutti i chitarristi, ma anche per chiunque si accosti alla musica entrando nel mondo delle note passando dalla porta o dalla finestra di qualsiasi altro strumento. Non a caso, ieri sera, a ripercorrere qualche tappa della breve, ma intensa e inimitabile vita del mancino di Seattle, si sono dati appuntamento cinque strumentisti (e nemmeno una sei corde) e una voce, candida, profonda, timida, invadente, di un’irlandese che sembra essere ancora più nordica di quanto lo sia. Tutti e sei devoti a Jimi Hendrix, come buona parte del pubblico, che come al solito ha puntualmente gremito il parterre in pietra, compreso Michele Papadia, con il quale abbiamo avuto la fortuna e l’onore di seguire il concerto.
La sfida si è fatta quasi presuntuosa, quando gli artisti sono apparsi al pubblico, ad iniziare da Simone Graziano, il deus ex palco, l’arrangiatore e compositore di questa difficilissima rilettura del mostro sacro statunitense, accompagnato, alle sue tastiere, dall’altro ideatore, Alessandro Lanzoni, altro pianista, dai due straordinari sax tenore, Dimitri Grechi Espinoza e Francesco Bigoni e dalla batteria di Stefano Tamborrino, secca, precisa, puntualissima. Nel mezzo, ma verso il limitare del proscenio, in compagnia del suo violoncello (altra sfida non da poco), Naomi Berrill, piccola, eterea: profondissima. Lo si è capito immediatamente di cosa si sarebbe trattato, visto e considerato che la formazione ha deciso di partire dal punto di partenza e arrivo, di Jimi Hendrix: Hey Joe. Lo ha fatto aggirando la natura oltraggiosa, blasfema, irriverente della versione originale, proponendo agli spettatori, decisamente spiazzati dal marchingegno sintattico, una ricerca jazz della profondità resa ancora meno digeribile dai vocalizzi di Naomi Berrill. Il fraseggio è proseguito, con una coerenza strumentale invidiabile, anche nelle successive interpretazioni, dagli albori degli Experience fino alle visioni e previsioni, spesso catastrofiche, del dopo Woodstock e dell’incombenza della morte, resa imminente, al di là del non ancora screditato complottismo delle tre J, soprattutto per un uso, smodato, di qualsiasi sostanza dedita alla stupefazione. Loro, i musicisti, hanno attraversato in punta dei piedi il mare hendrixiano, notoriamente in perenne tempesta, con la leggerezza che si confà ad una piccola imbarcazione dedita ad un modesto cabotaggio su una costa coperta da brezze. L’operazione è riuscita a metà, perché buona parte degli spettatori ha preferito rinunciare a consegnare agli artisti l’ultimo applauso del dopo-bis. Ma oltre che informare, la gente va anche formata. E si fa così.
