
SERRAVALLE (PT). Peccato che li abbiano fatti esibire all’interno di una chiesa: è sacrilego; per i musicisti, naturalmente. Però ci auguriamo che presto capiti nuovamente l’occasione di poterli ascoltare altrove, perché il quartetto Sam Bossa (Pino Arborea, chitarra e voce, Filippo Poggi al basso, Massimiliano Balli alla batteria e Teresa Fallai alla voce), una divinità particolare, alla quale soprattutto gli atei sono devoti, merita ogni attenzione. A cominciare dal fatto che si tratta di professionisti, che non battono ciglio dai loro rispettivi spartiti e che al microfono c’è una donna semplicemente deliziosa, adorabile, con un diaframma di una possanza impressionante, un meccanismo che le consente di arrivare ovunque voglia senza fare il minimo sforzo, una leggerezza vocale sulle tonalità più difficili da vedere, figuriamoci da raggiungere.
Dietro questa falsa naturalezza c’è uno studio vertiginoso della cassa toracica, del corpo, nei tempi e nelle sue movenze teatrali, delle pulsazioni, quello che nonostante un clima polare (San Michele, la chiesa di Serravalle) la induce a sollevarsi le maniche del maglione a ogni piè sospinto per poi riabbassarle, e che non è la testimonianza di un sopraggiunto abbassamento della temperatura corporea, ma piccole insignificanti psicopatie che aiutano a gestire le sue frequenze: portentose. Il menù è tutto a base di pesce oceanico, naturalmente e non ci vuole uno chef di grido per capire che si tratti di molluschi atlantici, quelli che vanno dal Suriname fino all’Argentina. E’ Brasile in tutte le sue salse; quelle classiche e leggendarie di Antonio Carlos Jobim, Vinicius de Moraes, Chico Buarque de Hollanda, Toquinho, Ellis Regina e quelle nelle quali, la bossanova, è introdotta per necessità scenica, ambientale, sonora, di familiarità. Il maestro Pino Arborea è quello che guida la formazione: l’uso e la postura della chitarra ricordano quella di Caetano Veloso (uno dei pochi mostri sacri, con Gilberto Gil, non contemplato dal palinsesto); il resto della band ne segue la scia, con meticolosa semplicità, confidando sistematicamente nella voce della fuoriclasse, un’anima gentile con la quale abbiamo scambiato due chiacchiere prima del concerto e che, a posteriori, ha ulteriormente ingrossato la sua disponibilità vocale, vista l’umiltà e la riverenza con la quale ci ha parlato di alcune sue colleghe. Il concerto è stato un omaggio, trasversale, a quella forma intraducibile del sentimento verdeoro che si abbina, con naturale familiarità, al Carnevale: la saudade è tutto e il suo contrario, è la gioia della morte e del distacco e la paura di vivere la felicità; un ricordo del futuro, un progetto del passato. Operazione nella quale hanno trovato spazio alcuni classici (Samba de uma nota so, Agua de marzo, Corcovado, La ragazza di Ipanema) e meravigliose riletture sambizzate, come Ritornerai (Bruno Lauzi), Un’estate fa (Franco Califano), Che cosa c’è (Gino Paoli) e You are the sunshine of my life (Stevie Wonder), con qualche omaggio doveroso a Ornella Vanoni e Mina, che di Brasile se ne sono cibate in tempi non sospetti (il testimone, ora, è nelle mani di Chiara Civello). Un cantico natalizio di ringraziamento per fortuna lontano dagli schemi più rodati, che sono i cori gospel o tutta la letteratura vicina alla natività e un omaggio, silente, al lutto cosmico per la perdita di una delle voci più importanti, George Michael.
