
PISTOIA. Ha imparato a viaggiare, Michele Beneforti. Per lui non esistono posti che si conoscono rispetto ad altri sconosciuti: viaggiare vuol dire ascoltare, e Michele, ogni volta che si muove, anche lungo la linea, a lui familiare, da un paio di anni, Pistoia-Boston, sente sempre cose nuove. Che appena può, e ovunque si trovi, cerca di riassumere e riprodurre con la sua sei corde. Ieri sera, sul palco del Santomato Live, a Pistoia, cresciuto sotto l’ala del maestro Nick Becattini, il predestinato enfant prodige, in Italia per una brevissima vacanza dalla scuola statunitense, ha provato a spiegare cosa gli sia successo, in questo ultimo periodo. Lo ha fatto introducendo ogni canzone della scaletta: dalla rivisitazione di alcuni successi di colleghi affermati, a quelle autografe, che sono il risultato, ideale, dei viaggi, dei suoi viaggi; ascolto, meditazione e (ri)nascita.
Il concerto, lo staff del Santomato e il bandleader, alla chitarra e alla voce, lo hanno comunemente dedicato ad una carissima amica di Michele, Camilla, giovane pistoiese morta nel novembre dell’anno scorso in un incidente stradale, con una band di particolare prestigio: Marco Galiero al basso (interessante l'uso degli armonici), Piero Perelli alla batteria (puntuale e teatrale, come si deve per chi sta ai ritmi) e due giovani vocaliste, Francesca Pieraccini e Ilaria Giannecchini. E alle tastiere, Michele Papadia, uno degli strumentisti più colti del panorama musicale nazionale, un traghettatore sopraffino, un traduttore poliglotta, un Cicerone delle note, un Caronte del ritmo, un uomo che riesce a sfoggiare, in qualsiasi circostanza e con un senso della misura e dell’eleganza impressionanti, padronanza e dimestichezza di sound e melodia davvero rare. Ma è di Michele Beneforti, che vogliamo parlarvi e della sua crescita esponenziale da quando il destino, cercato con ostinata caparbietà, l’ha catapultato sulle rive atlantiche dell’Oceano americano. La frequentazione e la convivenza con certi ambienti finisce, inevitabilmente, per condizionarti: plasmandoti. Che equivale a saper viaggiare, del resto. Il suo sound, sopraffino anche agli esordi, si è ulteriormente raffinato, nella ricerca di una musicalità che non si cristallizza o si identifica in un riff indimenticabile o in un assolo da applausi a scena aperta. Michele Beneforti ha ormai imboccato la famosa complanare metropolitana, quella che unisce, a distanze siderali, le City a stelle e strisce, quella che, in condizioni di traffico ideali, si affronta a velocità da crociera, con la mano sinistra sul volante e l’altra comodamente appoggiata sullo schienale del sedile accanto. Sono quei lunghissimi tratti di strada per raggiungere una città per cantare dove durante il viaggio ci si diletta ascoltando maestri come Pat Metheny, ad esempio, o George Benson, ma anche il giovane Derek Truks, per non parlare della popolosissima fauna del jazid e del funky e con i quali si stabilisce, paradossalmente, una conversazione ideale; e non sulle tecniche dell’esibizione, sui segreti dell'impatto, ma su come affrontare gli spostamenti tra una città e quella del concerto successivo. Sì, certo, le dita, lunghe e secche di Michele, si muovono ancora con la stessa controllatissima frenesia lungo i capotasti dello strumento; così come al posto del cappelletto di lana, sulla testa, c'è ora un borsalino di traverso, con la barba meno folta e più curata di prima. I pantaloni sono sempre a tubo, ma firmati e sopra la shirt bianca, un giubbotto nero di pelle, pelle non vissuta, ma da vivere. Sul lobo sinistro un orecchino, che non è più lo strass della giovinezza, ma un enorme cerchio sottile, che ha tutto il sapore del battesimo artistico. Per non parlare dell'espressione del viso: perfettamente incastonata tra i meandri emotivi della sua musica, che nasce dallo stomaco, dove riposano i chakra, per arrivare al cuore, di chi sa ascoltare. Anche l’abbigliamento insomma, parecchio britannico, denota una ricerca, esasperata, del prodotto finale, che non è il tramonto a perdifiato sul mare caraibico, o una cascata che lascia sbigottiti, per maestosità e fragranza, della foresta amazzonica, ma la meticolosità delle accortezze usate per raggiungerli: i segreti per come ottenere il massimo rendimento con il minimo sforzo. E che non vuole assolutamente dire esimersi dalle emozioni o vivere, con distacco, le sistematiche tappe dell’esistenza. Ma bisogna attrezzarsi: avere cura del mezzo che ci trasporta e di noi stessi, perché si sia sempre in grado di poter aggiungere qualcosa in più alle cose che si vedono tutti i giorni, per ricordare, più che per non dimenticare. Buon viaggio, Michele.
