di Luigi Scardigli

VICCHIO (FI). Il talento si realizza ovunque, se c’è. Oz Noy, ne ha da vendere, ma se fosse nato dall’altra metà di Gaza, forse, il destino gli avrebbe forse riservato altri orizzonti. Al di là di questo, però, il chitarrista israeliano è veramente un perfezionista del suono, soprattutto perché una volta approdato negli Stati Uniti, si è messo in scia di talenti, che ne hanno fortificato una base oggettivamente imponente. Ieri sera, al Teatro Giotto di Vicchio, sulla bisettrice della provincia di Firenze che lega il Sieve a Bilancino, per il concerto inaugurale della ventesima edizione del Giotto Jazz Festival, con il ragioniere inemotivo, sul palco, altri due mostri sacri: Keith Carlock alla batteria (il suo assolo di cinque interminabili minuti sulla rilettura fusion di una leggeda sionora del rock and roll è stato devastante) e uno dei cofondatori degli YellowJackets, il bassista (a cinque corde) Jimmy Haslip.

Ci dovremmo fermare qui, perché dopo aver snocciolato questi tre nomi, il resto si deduce naturalmente, senza bisogno di aggettivi, complementi di specificazione, avverbi, parafrasi, similitudini, trasformazioni lessicali di emotività inarrestabili. Il concerto non è stato lunghissimo, ad onor del vero e soprattutto, vista la miniaturizzazione della location, al sound check avrebbero potuto abbassare qualche decibel l’amplificazione: il risultato, ingombrante per capacità comunicativa, sarebbe stato lo stesso. La riprova si è avuta subito, all’inizio, quando il direttore artistico della Manifestazione ha voluto salutare gli spettatori (quasi tutti musicisti: lezioni così preziose, a costi tanto ridotti, non se ne vedono molte, in giro), dando la benedizione alla ventesima edizione e presentando, con la giusta leggerezza, le tre divinità che poco dopo avrebbero scalfito l’armonia della valle fiorentina: aveva un microfono in mano, che non funzionava, ma i suoi saluti sono arrivati, forti e chiari ugualmente, all’anima e al cuore dei presenti. La batteria poco più dietro, a coordinare il sound e chitarra e basso ai lati del palco. L’occhio di bue fisso è sul chitarrista che dà il nome al trio, Oz Noy, un laureando in ingegneria nucleare che sembra dilettarsi con piacere alla chitarra, lontano dagli esperimenti, soprattutto dopo aver incontrato, non sappiamo dove e quando, ma sicuramente lo avrà conosciuto, John McLaughlin: aal sei corde israelina riesce letteralmente tutto con imbarazzante semplicità; Jimmy Haslip, il mancino, al basso, al suo basso, con cinque corde, invertite, è abituato a melodie particolarmente profonde: con Robben Ford, tanti anni fa, posò una pietra miliare al museo del jazid e della fusion; anzi, pensandoci bene, furono proprio loro a inaugurarlo! Keith Carlock, il batterista, è uno dei sessionisti più ricercati. Figlio, legittimissimo di Vinnie Colaiuta, fonde eleganza, ritmo e fisicità con imbarazzante disinvoltura, tanto che Donald Fagen, nella sua reincarnazione al mercato, lo ha voluto come base indispensabile per riproporre al pubblico, soprattutto quello più giovane, i motivi con i quali, i loro padri, furono iniziati alla musica. Un concerto esemplare, con una serie interminabile di appunti sonori, logistici, culturali, quelli che contraddistinguono, da sempre, la musica dei tre protagonisti, abituati, chimicamente, ad aprirsi ai continui nuovi orizzonti contaminanti: hanno iniziato e si è avuto l’impressione di ascoltare la Mahavishnu Orchestra, si è proseguito lungo i ricordi degli E.L.P. per arrivare al jazid nelle sue forme di massima raffinatezza. Vicchio, il Comune di Giotto, era già quasi tutto a letto, ieri sera, quando nel Teatro si aprivano le danze alla ventesima edizione dell’omonimo Jazz Festival, che si articolerà in questo lungo fine settimana con i concerti, in sequenza, di White Orc (stasera, venerdì 24 marzo), un sabato interminabile con la musica e la cultura di Jojo Mayer e il gran finale (domenica 26 marzo) affidato alla poesia e alla cattiveria di Bobo Rondelli. Nella piazzetta centrale del Comune, la statua del più eccellente allievo di Cimabue: il tempo, le intemperie e la dabbenaggine hanno scrostato il nome dell’artista rappresentato. Ci vuole poco, crediamo, per restaurarlo; ma anche se ci volesse un patrimonio, bisogna farlo: la sua O fu perfetta, il ricordo e la memoria devono essere uguali.

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