di Luigi Scardigli

POGGIBONSI (SI). Nell’immaginario collettivo, e dunque parecchio banale, il violino è uno strumento bianco, concertistico, cameristico. Vederlo di colore e sentirlo vibrare come se si trattasse d’altro, a parte due illustri precedenti, come Stefano Grappelli e Jean Luc Ponty, bianchi, vero, ma oceanici, lascia interdetti. Solo il tempo di sentirla all’opera, Regina Carter, perché il fascino, la poesia, la grazia, la profondità, la leggerezza, la melodia si impossessano immediatamente dell’ascolto e il resto diventa cosa antica, o ancora da fare. La reception del Teatro/Cinema Politeama di Poggibonsi, primo Comune del senese lungo la bisettrice che si immerge nella campagna appaltata dagli inglesi da Firenze, è variamente assortita. Molti, però, hanno i bicchieri di cartone pieni di pop corn. Strano, per un concerto.

Ma no: il Politeama è una struttura promiscua, dove ieri sera, 29 marzo, oltre che consumarsi un nuovo appuntamento di Music Pool e Jazz Cocktail con il tributo a Ella (Fitzgerald) – Simply Ella - da parte della violinista afroamericana, accompagnata, sul set, dal marito (Alvester Garnett) alla batteria, dalla chitarra di Marvin Sewell e dal basso/contrabbasso di Reggie Washington, veniva proiettata la pellicola La tartaruga rossa, ottimo film d’animazione che non ci aspettavamo però di trovare in contemporanea. I due siti, comunque, seppur sovrapposti l’uno all’altro, non si sono minimamente interdetti e le serate, cinematografica, sopra e concertistica, sotto, sono scivolate via con reciproca tolleranza. La scaletta, sulla riga, verissima, di una delle donne più importanti della musica cosmica, percorre buona parte del jazz, anche se la mattatrice della serata, con il suo violino, è capace di spostarsi, con imbarazzante disinvoltura, da un genere a un altro, senza tra l’altro aprire gli occhi per vedere dove poggiare i piedi; di questo, tanto per fare un esempio, se ne è accorto Wynton Marsalis, che l’ha voluta nella sua band nel tour internazionale Blood in the fields. E anche ieri sera, la dimostrazione, è stata appassionante, ricchissima, caldissima, perfettamente incastonata e contestualizzata dalla familiarità della sala, dalla sua acustica, dai decibel morigerati dell’amplificazione e dalla straordinaria poliedricità dei protagonisti, che hanno sussurrato, per circa due ore, buona parte del macrocosmo fiztgeraldiano, con omaggi, imprescindibili, ad uno dei suoi più grandi collaboratori, Duke Ellington. Dal jazz al blues, sottotono, con quattro strumenti poliglotta, capaci, senza mai alzare l’asticella delle percezione, di trasportare il pubblico, compostissimo e stregato, lungo il viaggio della notte dell’omaggio, grazie a un groove di rara bellezza. Tutto sottovoce, tutto senza mai sentire la necessità di inclinare la testa altrove per cercare di sfuggire alle persecuzioni dell’invadenza acustica, tutto offerto su un vassoio di altissima professionalità, diviso con i commensali con una meravigliosa eleganza, quella che ha contraddistinto i quattro protagonisti. Una serata straordinaria, con un violino che ha fatto per tutta la durata del concerto i capricci, sbattendo puerilmente i piedi per terra per non voler fare soltanto il violino, ma anche le percussioni, la chitarra, l’organo Hammond, sporcando la melodia con l’improvvisazione e riconducendo quest’ultima sui binari della comprensione. Un concerto esemplare, perfetto, nel dosaggio, nel drogaggio, all’intero della sala piccola di un teatro di una città probabilmente ignara di aver dato ospitalità ad una Regina e alla sua band.

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