PRATO. A vederla, non si direbbe. Poi, però, appena intona i primi accordi, ci si accorge, con grande piacere, di avere a che fare con una voce che non fa sconti. A nessuno, a nessun genere. Si chiama Elisa Mini, è una pratese naturalizzata ovunque; ovunque si possa cantare a livelli superiori, perché per lei, problemi di vocalizzi, al di là di ogni ragionevole poliglottismo, non ce ne sono. Ieri sera, 11 maggio, era a Prato, all’Opificio, in compagnia di una delle sue band: si chiamano i Mini market music e il nome – l’ha confessato la vocalist durante l’esibizione – è opera, fantasiosissima, del chitarrista, Daniele Vettori, coordinato, nel sound, non nel battesimo della formazione, da Alessandro Cianferoni al basso e Marco Calì alla batteria.

Repertorio jazz, world music, forse è meglio come classificazione di genere, esibizione con pochissimi, quasi per nulla, fronzoli scenografici e di impatto live, ma con una vagonata di ottime sensazioni, ad iniziare dalla voce, semplicemente meravigliosa, di Elisa Mini, che appena può, ma anche quando il canovaccio strumentale non lo autorizzerebbe, ferrineggia, scusate, franklyneggia. Canta scandendo perfettamente le parole, le sillabe, le singole consonanti; il microfono lo impugna con la mano destra, con l’altra (probabilmente è mancina), cerca gli spazi fisici dove potersi incuneare con il proprio diaframma: se c’è un pertugio abitabile, anche solo stando in piedi, Elisa trova la strada per come entrare e, ve lo assicuriamo, accomodarsi. Il jazid sembra essere la casa nella quale vive da tempo, con la licenza di essere addirittura esentata dal pagare l’affitto; ci si trova parecchio a proprio agio e lo dimostra ogni volta che sul leggio sceglie, tra i fogli bianchi delle varie scalette, uno dei brani che potrebbero impreziosire la serata. Ieri, all’Opificio pratese, si è lasciata parecchio sedurre dal sound di Erika Badu (con un omaggio particolare, quello all’album Baduizm, un capolavoro), con qualche omaggio sparso a destra e manca, decidendo di personalizzare motivi che richiedono parecchia personalità già solo per riuscire a riproporli, senza commettere atti impuri, o genesi blasfeme, capace di irretire i vivi e far risorgere, per vendicarsi, i morti. Si concede parecchie licenze, Elisa Mini, anche perché, attorno, a consentire alla sua voce di spiccare, ogni volta che lo voglia, il volo, ci sono tre strumentisti, tanto giovani quanto bravi. Anche loro, come la signorina che dà il nome al gruppo, suonano senza distogliere mai gli occhi dai rispettivi spartiti; sì, è vero, qualche volta li chiudono, ma solo quando se lo possono permettere. Andando a rovistare sul suo profilo informatico (ci siamo autorizzati a farlo: era la prima volta, che la vedevano all’opera, ieri sera) meraviglia come nonostante la giovanissima età, Elisa Mini vanti già un curriculum artistico poderoso, ricco di illustri insegnanti (inconfondibile la mano di Stefania Scarinzi) e partecipazioni e inviti sontuose, a vari Festival nazionali e internazionali. Fonde confonde il nitore metallico di una cantante classica con le contaminazioni e le deviazioni indispensabili per poter bazzicare, con disinvoltura, tutte le altre stazioni lunari strumentali: dal rock al blues, con parecchie strizzatine d’occhio alla musica brasiliana con la quale, ieri sera – forse perché la si cerchi altrove per sentirla cantare ancora – ha deciso di non fare i conti. Da una decina d’anni comunque, questo scricciolo meraviglioso con una voce leonina, per coraggio, autorevolezza e padronanza linguistica, insegna canto: lo fa a Poggio a Caiano, a Campi Bisenzio e a Montale, dividendo solfeggi e sogni, in quest’ultimo sito, con un’altra voce particolarmente autorevole, quella di Rebecca Scorcelletti. A vederla non si direbbe, abbiamo esordito, ma non perché le cantanti, come le dive cinematografiche, abbiano, godendone o soffrendone, un physique du role che ne segna, a fuoco, l’esistenza artistica. Sono le vette che tocca, i passaggi fluviali che naviga, gli abissi con i quali gioca con il suo diaframma, l’aria rarefatta che respira e riesce a infondere a chi ha la fortuna di ascoltarla che la rendono, in un cieco immaginario, una donna fatale: e lo è, nonostante, incontrandola su un treno regionale, con lo zaino appoggiato vicino, la si possa confondere con una studentessa, fuori corso, che si sta laureando. Probabilmente al Dams.

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