
LUCCA. Nemmeno Renzo Cresti, direttore artistico della rassegna Anfiteatro Jazz, ha saputo catalogare, con tassonomia strumentale, il filone musicale dei Meez Pheet. A pensarci, e nemmeno tanto bene, però – anche se i cultori potranno liberamente arrovellarsi nel discernere sulle origini e sulle contaminazioni più pressanti -, sapere in che cassetto sonoro occorra depositare il sound dei Meez Pheet, per trovarlo senza problemi, cercandolo, non è poi così importante. Fandamentale, invece, per una corretta disamina recensoria, è soffermarsi sull’eleganza acustica, fisica ed estetica della cantante, Elisa Ghilardi. Una signora profondamente distinta, sobria, tanto nell’abbigliamento che nelle capigliatura, che si esibisce con profonda passione, lasciandosi coinvolgere, con discrezione, però, dal dovuto, insopprimibile, trasporto. Sarà l’assenza di tatuaggi, forse (condivisa con meravigliosa naturalezza con tutti e sei i colleghi del palco), a suggerirle un’enfasi deontologicamente corretta, o forse il diaframma, impostato per funkeggiare, con tutte le sfumature che ne conseguono, dal soul al rap.

Per nulla sguaiata e mai a caccia di wow, sempre in linea con il pudore, Elisa Ghilardi (in completino nero) si rapporta e si confeziona alla musica colta della sua band, che vanta quattro nobili strumentisti, tutti, indistintamente, con una voglia, tangibile, di dare confidenzialmente del tu al funky: Simone Venturi alle tastiere, il professore di matematica e fisica che studia le formule sui tasti; Fabrizio Leone al basso, con tutte le caratteristiche del bandleader; Fabio Pierotti alla chitarra, profondo estimatore, siamo pronti a scommettere, di George Benson e la base d’asta della formazione, Andrea Giannelli alla batteria, che assicura una battitura iniziale già corposa. Anche Monica Bertolozzi e Michela Fambrini, le vocalist, che assicurano il groove orchestrale senza mai cercare di attirare l’attenzione, in perfetta linea scenica con il dizionario del gruppo, completano l’offerta. E poi si sa, è questione di pelle, sound, cultura: perché con loro, con i Meex Pheet, ai quali è stato offerto l’onore di chiudere una piacevolissima micro rassegna jazz, quella dell’Anfiteatro, che ha planato sul perimetro di una delle piazze più belle del mondo sulle corde vocali della maestra Claudia Tellini (in completo rosso; anche lei, senza tatuaggi) e la sua rivisitazione di Duke Ellington impostata dal professore Mauro Grossi, ci si può permettere il lusso di lasciarsi andare e farsi portare ovunque le emozioni circostanziate del brano decidano di condurci. È una caratteristica melodica, che si riesce a seguire con il movimento anche solo del collo, casomai nel bel mezzo di una chiacchierata, anche impegnata, se volete, casoami sulle sorti politico/nichiliste di questo paese, che il trascorrere del tempo non fa che miniaturizzare la già minuscola iniziale. Con un repertorio senza soluzione di continuità – ci siamo nuovamente concentrati sul concerto – fra brani scritti dalla band, in procinto di entrare in sala di registrazione, e qualche assaggio in giro per il cosmo jazid, più o meno impegnato. Un’offerta musicale da aperitivo estivo, che Renzo Cresti farebbe bene a concederne l’uso e la promozione gratuite in accordo con tutti i commercianti della piazza, che sembrano aver capito, al di là dei loro interessi specifici, quanto faccia bene, all’umore di una città, la carta musicale, soprattutto quando a decantarla sia una signora particolarmente preparata e affascinante come Elisa Ghilardi.
