di Luigi Scardigli

PISTOIA. Nessuno, scommettiamo, tra i molti, troppi, che hanno deciso di disertare l’unica tappa italiana di Little Steven, ieri sera a Pistoia per uno degli appuntamenti che credevamo imperdibili di questa 38esima edizione del Festival Blues, erano al corrente che il fonico della band, Disciples of Soul, fosse in preda a furori iconoclasti e per questo abbia deciso di non coordinare i decibel d’amplificazione e soprattutto non equalizzarli. Però, al di là di questo macroscopico contrattempo tecnico, che ha soprattutto nuociuto alle trombe d’Eustachio dei presenti, fatto tremare i responsabili per rischio crolli e svilito il sound della formazione, risulta indecifrabile l’atteggiamento del pubblico, specialmente quello indigeno, che solitamente, da agosto a giugno, è prodigo di suggerimenti e obbiezioni artistiche (in parole povere, rompe i coglioni), per poi disertare, puntualmente, la piazza nelle serate del Festival.
Nessuno si aspettava – e sarebbe stato paradossale – che il centro storico di Pistoia ricevesse un’invasione come quella registrata due giorni fa al parco Modenese per il Blasco, ma Steven Lento, il leggendario chitarrista italo-americano (nonni calabresi e madre napoletana) munito, da sempre, di bandana, nonché storico collaboratore di Bruce Springsteen e noto al pubblico di tutto il mondo con il nome di Little Steven, una piazza del Duomo con almeno 4.000 spettatori se la sarebbe meritato, come minimo. A cominciare dal quoziente musicale espresso da tutti gli strumentisti (cinque fiati, due tastiere, un percussionista, un batterista, un chitarrista, un bassista, tre coriste – la prima, a sinistra, guardando il palco, di rara bellezza) e lui, l’Alvaro Vitali del rock and roll di là dal mare, carico a molla, nonostante i 67 anni in procinto di compiere, bravissimi oltre ogni ragionevole indiscrezione, con una generosità non certo comune (han suonato per più di due ore e mezzo!), anche al cospetto di un anfiteatro desolatamente troppo poco pieno per esser vero. Lungi da noi voler dare lezioni sui gusti, prima ancora che sulla musica (lo facciamo comunque, quando non scriviamo e non smetteremo certo di farlo), ma non ci possiamo e vogliamo capacitare come questa città si sia permessa il lusso di snobbare un talento del genere. E non c’è nemmeno alcuna relazione logica o chimica sul meccanismo del Festival, che occorre inderogabilmente di una revisione, per rilanciarsi nell’era Tomasi (torniamo ai vecchi santi e riaccogliamo il Mercatino del Blues: fa parte, in modo biochimico, della manifestazione). Qualcuno potrebbe immediatamente obbiettare che due anni fa, con Santana e Sting, le cose andarono esattamente come avrebbero dovuto, ma Little Steven è un nome altrettanto altisonante, che non può attirare un numero così esiguo e di conseguenza desolante di spettatori. Ieri sera, 4 luglio, a Pistoia, si è letta una delle pagine più importanti del rock and roll, affermazione che non teme dibattiti; altrimenti Bruce Springsteen, di chitarristi, se ne sarebbe scelti altri, invece che farsi accompagnare, da una vita, dalla sei corde che più di ogni altra detesta il freddo. Ci rendiamo perfettamente conto di aver colpevolmente tralasciato l’aspetto tecnico della serata - anche se tutti gli omissis che potete mettere in conto sono giustificati, ribadiamo, da una discutibilissima scelta fonica -, omettendo quella sfilza di like che una serata come quella di ieri, ai tempi delle piattaforme sociali, avrebbe reso perfettamente l’idea del gradimento, ma siamo rimasti più colpiti dalla masochistica indifferenza della città, che ha perso un’altra stratosferica occasione per provare a uscire dal guscio provinciale e irrobustito i dubbi di chi, nel 2016, stentò a credere che il 2017 sarebbe stato l’anno del titolo di capitale della Cultura.
