di Luigi Scardigli

PISTOIA. La strategia delle immagini e dei riflessi mediatici ha imposto l’inversione delle esibizioni. Così, i Cult, che avrebbero dovuto chiudere, a suon di heavy, la nuova serata della 38esima edizione del Festival Blues di Pistoia, hanno dovuto surriscaldare, con ottimi risultati, doveroso aggiungere, gli animi del popolo di piazza del Duomo e concedere la chiusura ai giovani Editors, a nostro parere più indicati in orario da apericena, che non da notte fonda. Non sappiamo, tra i giovanotti surriscaldati e le signorine megatatuate che si sono stoicamente accalcati alle transenne sotto il palco, a quale dei due gruppi non avrebbe rinunciato, ieri sera. I tempi delle inchiestine sono tramontati da tempo, però non avremmo fatto male, per un successivo studio sociologico e musicale, scambiare due chiacchiere con gli avventori per sapere se per i Cult o per gli Editors che si sono preoccupati di acquistare il biglietto e organizzare il viaggio.

Sì, perché pistoiesi, naturalmente, anche stavolta, la stragrande minoranza, ma è un discorso che abbiamo già affrontato non solo sulle pagine informatiche di questo Portale, ma anche sulla carta stampata e in tempi non sospetti, quando il Festival non aveva compiuto ancora i primi dieci anni e molti degli strumentisti degli Editors non erano nemmeno nati. Una serata di rock britannico – abbiamo lasciato da parte ricordi, nostalgie e disquisizioni – che non è certo il genere con il quale questa manifestazione è stata battezzata, ma ce ne fossero! Soprattutto la band che ha aperto la serata, la formazione nata e costruita attorno alle parole, testi e sonorità, di Ian Astbury e Billy Duffy, è stata particolarmente gradita, non solo dal popolo degli aficionados, ma anche da quelli come noi, che non sono particolarmente attratti dalla contiguità sudorifera con il prossimo. Un bel tiro, una dignitosissima energia, grazie anche all'accortezza del fonico, che rispetto a quello da Gran Canyon di Little Steven, si è adattato alla conformazione urbana e medievale della città ospitante e ha calibrato, senza ridurre di un solo atomo il groove, i decidel di esportazione sonora. Un’ora e mezza piena di riff di stagioni trascorse, dove chitarra, batteria e voce hanno scandito sonorità che hanno ricordato, in più di una circostanza, quella dei Doors, degli U2 e dell’impronunciabile (perché nessuno arriverà mai più così in alto) – ma dobbiamo scriverlo – Jimi Hendrix. A proposito dei Doors, ci pare doveroso ricordare come a Ian Astbury, nell’anno della renunion della leggendaria formazione, Manzarek e company affidarono il microfono che fu di Jim Morrison, nonostante il giovanotto 55enne, a osservare la telecamerina del collega Leonardo Cecconi, ricordi più Tom Waits. Certo, agli esordi, quando la band è nata dalle ceneri di altre formazioni limitrofe per cultura e progetti, il Festival di Pistoia aveva già scandito le prime tre edizioni e in piazza del Duomo erano già arrivati artisti che voi umani non potreste nemmeno immaginare e loro, i Cult, non si erano ancora liberati dagli strascichi punk del gothic rock, senza aver ancora intrapreso la strada che li ha condotti fino a stasera, a Pistoia, a dare un gran bel saggio di rock and roll. Poco dopo la mezzanotte, proprio come se si fosse stati un college, si sono spente le luci, le casse e il pubblico ha ripreso la strada di casa. Qualcuno, se possaimo consigliarlo, farebbe bene a fermarsi in città: no, non vi angustiamo con il fatto che Pistoia sia, in questo 2017, Capitale della Cultura in Italia, ma perché da stasera a domenica, in Piazza, si parlerà italiano: si inizia stasera, venerdì 7 luglio, con la chitarra e la voce, gradevolissime, di un bluesarolo mai pentito, scuola metropolitana del Centro Jazz Saint Louis, Alex Britti; domani, invece, sabato 8, sarà la volta del cantautorato dotto, ma onirico, vagheggiante e comprensibile anche per le persone scarsamente scolarizzate, di Mannarino, per poi arrivare a domenica 9, con il viaggio partenopeo (Napoli trip) di un quartetto da paura: Nico Gori ai clarinetti, Daniele Sepe ai sax, Bernardo Guerra alla batteria e uno dei più illustri e imprevedibili decompositori mondiali di pianoforte, Stefano Bollani.

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