di Luigi Scardigli

PISTOIA. Lo sa perfettamente, Alex Britti, cosa riservi, spesso, la vita, a quella moltitudine indefinita di suoi concittadini metropolitani, anche non necessariamente di Monteverde, il quartiere dove è nato. Infatti la racconta, anzi, continua a raccontarla, miscelando, con sapiente piacioneria, la dotta preparazione musicale, fortemente blues, ad un’antologia di testi che non richiedono, per l’ascolto e la memorizzazione della stragrande maggioranza di questi, concentrazioni particolari. Ieri sera, il cantautore romano, ha riempito la piazza (concerto gratis, cosa non da poco), prendendo per mano, uno per uno, i circa 4.000 spettatori e lanciandoli nell’orbita tridimensionale della sua ultima registrazione, In nome dell’amore, volume II e della scenografia sul palco, sul quale ha campeggiato un mega schermo illuminatissimo dove sono scorse le immagini suggestive di angoli di Roma catapultate in indefinite metropoli notturne. Non era la prima volta, ieri sera, all’interno della 38esima edizione del Pistoia Festival Blues, che Alex Britti si esibiva nella Capitale del Cultura 2017. Lo aveva già fatto nell’edizione del 1989, poco più che ventenne, facendo da apripista a Van Morrison e suonando, benissimo, il blues degli altri, in quegli anni che chi suonava il Blues, faceva la fila per poter salire sul palco di piazza del Duomo.
In piazza, poi, c’era tornato in un Festival Bar, situazione questa che ci permise di avvicinarlo e ricordare, con la saudade che contraddistingue l’inesorabile tristezza della memoria, gli anni straordinari del Centro Jazz Saint Louis, a San Giovanni, quando le lezioni le impartivano Sonny Terry e Brownie McGhee, Roberto Ciotti era già un’istituzione e Alex un pischello, ma consapevole e fiero, di averne, di cose da dire. E da suonare. Non è crooner che adori accompagnare la scaletta delle proprie esibizioni con racconti paralleli che ne rivelino e svelino le sfaccettature più nascoste o quei risvolti personali e intimisti. A lui, come cantava uno dei più grandi interpreti di sonorità mediterranee, tradotto nel proprio idioma dialettale, je piace er blues e er blues, lo suona meravigliosamente, nonostante un fonico che, corre voce, sia rincasato con i propri mezzi onde evitare di essere defenestrato dal pulmino della band lungo l’autostrada del Sole. Prima della formazione di Britti, dove hanno trovato posto, sul palco, un poderoso batterista, un bassista, un consollista dai magici effetti e due coriste che hanno preso il sopravvento scenico nelle ultime due canzoni abbandonando il ruolo di soubrette in penombra, due gradevolissimi antipasti, quelli offerti dalla coppia senese dei The big blues house e la band, parecchio di casa, dei Magicbones, guidata da Emiliano Degl’Innocenti, alla quale, l’organizzazione, avrebbe anche potuto concedere un altro piccolo brano con il quale congedarsi dalla piazza senza che la cosa somigliasse ad una retata. E poi, il racconto di Alex, quello della sua dignitosissima carriera, costellata da una ricerca, preziosa e seria, di metempsicosi musicali sapientemente interrotte, con distratta puntualità, per visite a Sanremo (sul palco dell’Ariston, ancora poco più che un giovanotto, ha esibito il suo motivo più bello, Oggi sono io) o fugaci apparizioni sul piccolo schermo, quelle parentesi che lo fanno onorevolmente stare nel tritasuccessi della stagione mediatica contemporanea. Un concerto essenziale, quello di Alex Britti, osservato con estrema attenzione soprattutto da un giovanotto dei paraggi che si è confuso anonimamente tra la folla, Danny Bronzini (l’ultimo strumentista in ordine di tempo della band di Jovanotti), che ha tutte le carte in regola, da come cinguetta con la sua sei corde, per come affronta seriamente il lavoro e dalle cose che la vita gli ha riservato e che avrà voglia di raccontare, che potrebbe davvero essere, lungo una bisettrice immaginaria temporale, la nuova versione cantautoriale dei bluesman che non hanno la minima intenzione di pentirsi. Il bis, canonico, non c’è stato. Scientemente. Lo ha spiegato, il menestrello de no’antri, che quelle false concessioni di un’aggiunta alla prestazione, altro non sono che parti, salienti, di un’esibizione studiata nei camerini. A noi, più che il bis, avrebbe fatto piacere sentirlo suonare ancora. Ancora.
