di Luigi Scardigli

FIESOLE (FI). Accettai, di buon grado, i consigli di mio cugino Luigi (Calabrò), quando, alfabetizzandomi alla musica colta, mi suggerì l’acquisto di due Lp: Blue Wired (Jeff Beck) e Spectrum (Billy Cobham). Del primo, il motivo indimenticabile, è Sophie; dell’altro, Red Baron. E ieri sera, a Fiesole, nell’anfiteatro del Teatro Romano, Stanley Jordan alla chitarra, Christian Gàlvez al basso e lui, Billy Cobham alla batteria, proprio con il Barone Rosso hanno chiuso il concerto. I due Lp li acquistai nel 1978, ricevendo anche i complimenti del venditore, che si congratulò, vista la mia giovane età, per la scelta non certo usuale. Spectrum era già uscito da cinque anni (quello di Jeff Beck da due), ma allora non ero ancora pronto per ricevere quell’indelebile battesimo strumentale, che per fortuna contraddistingue e condiziona ancora, intatta, la mia passione musicale. E dopo 39 anni, una vita trascorsa tra ascolti, concerti, Festival, recensioni, le coincidenze hanno fatto sì che quel motivo, che segnò indelebilmente il ritmo della mia adolescenza, venisse offerto a me, e alle centinaia di spettatori, come preziosissimo e insostituibile congedo.

Red Baron, oltretutto, è arrivata al termine di un’esibizione mostruosa, allestita da tre strumentisti che fanno parte, singolarmente, della crema musicale delle generazioni che rappresentano. Il batterista panamense è del 1944; il polistrumentista statunitense è del 1959; il bassista sudamericano (Cile) – ma chiamarlo bassista è decisamente riduttivo -, del 1977. Un figlio, suo padre e suo nonno che da qualche tempo hanno deciso di raccordare le proprie rispettive esperienze e metterle in comunione, dando così vita allo Stanley Jordan Project, che è soprattutto la rivisitazione delle esperienze musicali giovanili di Billy Cobham, da quando con il chitarrista John McLaughlin abbandonò Miles Davis per dare vita alla Mahavishnu Orchestra, gruppo stratosferico che vantava, inoltre, Rick Laird al basso, Jerry Goodman e Jean Luc Ponty ai violini e Ian Hammer alle tastiere. Erano i tempi del jazz-rock, o della fusion, se preferite (la differenza è sottilissima, quasi impercettibile), entrambe sfociate poi nel jazid, culture musicali che hanno letteralmente coinvolto anche le esperienze strumentali degli altri due ragazzi sul palco, due inventori straordinari: Stanley Jordan è un giocoliere, il cui numero più prezioso consiste nel tenere ferma, sul barré, la mano sinistra sui capotasti e con la destra effettuare le diverse atmosfere, senza dimenticare quell’assurda vicinanza tra le due mani sulle corde della chitarra che offre uno spettacolo primordiale tradotto in avveniristico.

Christian Gàlvez, invece, usa il basso come se si trattasse di una chitarra, ma anche un violoncello, se volete, senza disdegnare le verosimiglianze con lo xilofono: il suo basso ha sei corde e – come ci ha spiegato Carlo Romagnoli – le due corde aggiunte alle quattro classiche consentono di scendere e salire dove abitualmente non si può. Prima di scrivere di Billy Cobham ci siamo passati, più volte, le mani sotto il rubinetto, insaponandocele copiosamente, ma anche così avvertiamo un decoroso imbarazzo anche solo a sciorinarvi la cascata di emozioni ricevute, in particolare quando l’energico e sofisticato batterista ha imbracciato quattro bacchette, due per mano, e ha iniziato a suonare su più livelli e con diversi tempi (Riccardo Genta - tra un attimo vi spieghiamo di chi si tratti -, accanto a noi, non credeva ai suoi occhi). Sul palco, poi, su un lato, anche un organo, utilizzato in una sola circostanza, da Stanley Jordan, quando, lasciato solo dai due colleghi, ha scelto di inabissarsi nel proprio esperimento, dando vita a una meravigliosa versione di Fragile di Sting, usando la mano destra sui tasti e la sinistra sulle corde. Pochissimi, tra il pubblico, gli strumentisti del circondario; certo, l’estate è la stagione dei concerti, anche per quei musicisti animati da materiale decisamente meno prezioso, ma le coincidenze han voluto che accanto a noi, a seguire le incredibili evoluzioni sonore, ci fossero due astigiani. Si è trattato di un regalo, che uno dei due ha voluto fare all’altro, il batterista Riccardo Genta. Ad agosto, se non ricordiamo male, il giovanotto piemontese dedito alle bacchette convolerà a nozze e l’amico del cuore (ne avrà più d’uno, è un ragazzo simpatico) gli ha voluto fare un regalo che potesse essere un’emozione, un’emozione vera, una di quelle che non si dimenticherà mai, senza dover sfogliare album fotografici, per ricordarla.
