di Luigi Scardigli

PISTOIA. Per fortuna che i cani della narcotici non siano saliti sul palco e siano invece rimasti nell’angolo della piazza che guarda via Roma, altrimenti, il concerto dei Gogol Bordello, sarebbe stato rimandato a data da destinarsi. No, non stiamo supponendo l’assunzione di sostanze stupefacenti da parte della band dell’Est europeo trasferitasi negli Stati Uniti per esigenze morali, politiche e radioattive, ma solo che di gas, in corpo, i ragazzi della band ucraino-statunitense ne hanno da vendere e soprattutto sanno a chi offrirlo. Piazza del Duomo infatti, per una delle ultime serate di questo 38esimo Festival Blues di Pistoia, ha risposto con tutta l’energia ska/punk/rock/hippop che occorreva e all’arrivo di Eugene Hutz e della sua formazione gipsy punk si è fatta trovare pronta a pogare.
Per fortuna, i fedelissimi posizionati sotto le transenne dall’apertura dei cancelli, hanno invitato i loro tardivi successori a calmarsi un po’; dopo i tre brani, in effetti, l’aria, seppur sempre parecchio adrenalinica, è diventata respirabile per tutte le età e il resto dell’esibizione, chiusasi poco prima della mezzanotte, è scivolata via tranquilla, senza che nessuno dovesse pentirsi di essere venuto a vederli, questi ragazzacci principalmente ucraini. Divertenti, massicci, preparati, parecchio teatrali, anzi, cinematografici, visti i trascorsi sul grande schermo, questi Gogol Bordello, una formazione mista che ha il suo nucleo storico in Ucraina, ma che, dopo le feste ai matrimoni e qualche sagra, si è andata raffinando e ha raccolto, lungo i circa venti anni di attività lontano dalle terre d'origine, alcune pietre preziose nascoste in altri angoli della terra. Quelli che adorano le loro ballate anfetaminiche, ma detestano gli strattoni, si sono posizionati a distanza di sicurezza dal palco e non hanno smesso un attimo di ballare, in punta dei piedi, naturalmente, intrecciando sistematicamente le gambe, secchissime, che servono a disegnare una natura vivissima, anziché morta, dei dipinti dei Gogol. Quelli che invece si erano imbenzinati come se fosse in programma uno sciopero dei rifornitori di carburante ad oltranza, hanno preferito vivere in diretta live le acrobazie del leader maximum, Eugene Hutz, salutato, poco prima del suo ingresso sul palco, da uno spontaneo e tenerissimo Bella ciao, intonata dalla parte meno transigente del pubblico, quella che non vedeva l’ora che arrivassero sul palco e che temeva tale coincidenza perché sapeva che da quel momento in poi sarebbe iniziato il conto alla rovescia fino alla fine. Insomma, anche se orfani, per il secondo anno consecutivo, di Silvano Martini e del suo staff/security (bisognava lo citassi, si è amorevolmente risentito), gli organizzatori non si sono dovuti preoccupare mai che la felicità non corresse il rischio di tracimare in pericolo: anche i più sbadati, dopo le ultime raccapriccianti notizie live, sembrano aver chimicamente digerito le avvertenze e le precauzioni e oltre un ragionevole livello di entusiasmo, sembra che nessuno sia più disposto ad andare. Anche i protagonisti, a onor del vero, non hanno buttato benzina sul fuoco; il meglio, e il più vistoso, lo hanno offerto nei primi tre brani, per la gioia del solito nutruto stuolo di fotografi, che si sono potuti sbizzarrire a immortale tutti gli elementi, coriste comprese, nella loro danze iniziatorie e propiziatorie. Anche il cervello della band, che si è presentato con un rosso Campo di Dante non certo di stagioni indimenticabili, dopo alcune sorsate al nettare, ha preferito lasciare in bella vista sul palco la bottiglia, con l'etichetta coincdenzialmente rivolta verso il pubblico e non tradire i precetti del crocifisso che porta appeso alla catenina. Insomma, una serata preparata nei minimi dettagli, svoltasi secondo copione e chiusasi come tutte le storie che per essere tali non possono che avere un lieto fine.
