PORRETTA (BO). Ogni Festival ha le sue edizioni indimenticabili: le prime, abitualmente. Sono quelle nelle quali gli organizzatori assoldano il meglio che offra il Convento e il pubblico, vergine di quelle emozioni, risponde entusiasta. Poi, con il trascorrere degli anni, si affievolisce la meraviglia, è vero, ma aumenta il compenso qualitativo e gli spettatori rispondo alla chiamata ai concerti con la stessa carica esternata dai novizi alle kermesse. Questo capita un po’ ovunque, meno che a Porretta. Lì, nel Parco Rufus Thomas, nei quattro giorni del Soul Festival, il pubblico c’è sempre stato, c’è (ieri sera, per la terza serata della 30esima edizione, si è registrato un assembramento al limite dell’ossigenazione), da sempre e siamo dell’idea di poterci sbilanciare sostenendo che ci sarà. A prescindere, come avrebbe detto Totò.

Perché la magia di quell'atmosfera non ha bisogno di richiami particolari, per accendersi, consumarsi e lasciare in bocca il desiderio di rinnovarsi: da Rufolone in poi, prima e dopo, è sempre stato così. L’unica cosa di Porretta che non si può omettere è Graziano Uliani: se il Festival Soul esiste, ha compiuto trent’anni, ha costretto le antologie del R&B a inserire anche il piccolo Comune appenninico toscoemiliano nella geografia degli eventi della musica nera e addirittura nello Stax Museum of American Soul Music di Memphis, si deve tutto a lui, a questo pazzo furioso e gentile e competente e allegro e preparatissimo porrettano ad origine controllata che trent’anni fa, alla celebrazione del ventennale della scomparsa di Otis Redding, a Macon, nello Stato della Georgia, alla quale partecipò come semplice appassionato di Soul, si mise in testa un’idea meravigliosa. Il resto ce l’han messo l’innata disponibilità al contatto dei protagonisti del Soul, le varie Amministrazioni che si sono succedute, in questi sei lustri, alla guida della città e la straordinaria, fattiva, coinvolgente complicità della popolazione, che è felice di celebrare, in patria, il suo profeta. Perché il Soul, durante il Festival, a Porretta, si respira e si annusa in ogni angolo della città; perché dalla mattina alla sera, nelle vie adiacenti il Parco degli Americani, così come è stato ribattezzato dagli Europei, il Soul è una scarica musicale che ti coinvolge e perseguita, fino a quando non ti lasci del tutto possedere e decidi di non trattenere quella naturale voglia di ballare.

Durante i concerti, poi, il Soul, che esercita la stessa identica fatale attrazione erotica del Tango, il pubblico, che si vorrebbe poter permettere il lusso di crogiolarsi in imbarazzanti confidenze, trova nelle danze propiziatorie di questo genere musicale un alleato ideale e perverso. Come ieri sera, con tutti gli artisti che si sono succeduti e interscambiati sul palco, introdotti, succede fortunatamente spesso, da parecchie edizioni, dalla house band del Porretta, che è stata, ancora una volta, la Anthony Paule Soul Orchestra, una band di raffinati strumentisti che vanta, alla batteria, un inarrestabile e funambolico giocherellone, Derrik D’Mar Martin, un signore di mezza età, ma con un fisico di rara agilità, capace di dare sempre senso e ritmo con le sue bacchette, anche appoggiandole su qualsiasi piano che emetta un suono. Ieri, durante la loro esibizione, oltre che calpestare i fotografi e i fans delle primissime file, lo ha fatto decidendo di arrampicarsi su una delle impalcature che sorreggono il palco e ha seguito il discorso e il ritmo musicale intessuto dai suoi colleghi rimasti, increduli, ma divertiti, alle loro postazioni. Stasera, quarta e ultima serata. Poi, si smonta. E già da domani, Graziano Uliani, che ieri sera è stato insignito di un doveroso riconoscimento alla nascita, allo sviluppo, alla carriera e al futuro di questa meravigliosa manifestazione, inizierà a tessere la tela per la 31esima edizione, che si svolgerà lì, al Parco Rufus Thomas, con il solito immacolato entusiasmo che si rinnova, senza assunzione di sostanze proibite, dal 1988.

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